Tra i siddi, gli africani d’India

Fili di seta, del loro luogo d’origine hanno conservato il colore della pelle e poco altro. La loro storia resta avvolta dal mistero
/ 15.08.2022
di Francesca Marino

Non è facile arrivare fin qui. Implica il soggiorno in un campeggio di tende ai bordi della foresta di Gir, che è un parco nazionale istituito nel secolo scorso nell’India nord occidentale per salvare dall’estinzione i pochi leoni rimasti. Implica chiedere alla direzione il permesso di attraversare l’area, che può essere percorsa soltanto a bordo delle jeep con gli autisti e le guide fornite dalla stessa direzione del parco. E cercare di spiegare l’inspiegabile agli addetti in questione: che tu, con tutto il dovuto rispetto, non sei per nulla interessata a leoni e affini ma che vuoi raggiungere un paio di villaggi nella foresta per parlare con la gente che ci vive. L’estenuante discussione che segue la mia richiesta starebbe bene in una commedia di Ionesco: l’inventore del teatro dell’assurdo, ne sono sempre stata sicura, aveva avuto a che fare con un burocrate indiano che non aveva intenzione alcuna di assumersi una qualche responsabilità. Alla fine, però, ci mettiamo d’accordo.

Il parco è bellissimo ma, di nuovo, non è facile arrivare fino al villaggio. Autista e guida non si capacitano della mia totale indifferenza nei confronti di animali come pappagalli e pavoni. Lungo la strada incontriamo una leonessa con i cuccioli mentre la guida continua a domandarmi a voce alta se per caso avessi voglia di uno spuntino. Finalmente arriva il villaggio. Quattro case sgarrupate e nemmeno un forno, come diremmo noi. E sguardi di diffidenza ovunque. Un vecchio signore, fino a quel momento di poche parole, tira fuori un foglio di carta consumato lungo le piegature e ai bordi. Quel foglio di carta, scritto dal padre di suo padre, è l’unico documento, l’unica memoria storica di Jambur, nello Stato indiano del Gujarat. Il vecchio signore non sa leggere, come quasi tutti al villaggio, ma conosce a memoria il contenuto della lettera. Racconta di come il nonno del padre di suo padre sia stato portato dagli inglesi fino ai bordi della foresta di Gir per costruire la strada ferrata. Ed è già tanto. Perché questa storia, la storia della gente di Jambur, comincia molto lontano da qui. Comincia, sostiene qualche storico, circa ottocento anni or sono sulle coste dell’Africa, dentro a una nave carica di schiavi barattati in cambio di cannella. Schiavi portati poi nel Gujarat per intrattenere i «nawab» (signorotti) locali o per diventare guardie scelte del sovrano. Secondo altri, invece, i siddi di Jambur venivano da Kano, in Nigeria, e si sono ritrovati in India dopo aver intrapreso un pellegrinaggio alla Mecca. Altre teorie vogliono che i siddi provengano invece dall’Oman o dall’Etiopia. Che fossero soldati o mercanti, musicisti o cacciatori.

Di tutto questo, però, la gente di Jambur e degli altri villaggi in cui esistono comunità siddi non sa nulla di nulla. L’unica cosa che sanno, di loro stessi, è che provengono dall’Africa. Che sta lontano, da qualche parte oltre il mare. I siddi, africani portati in India in diversi momenti tra il XII e il XIX secolo, hanno perso difatti ogni contatto con la loro storia, ogni memoria delle proprie radici. Del loro luogo d’origine hanno conservato soltanto il colore della pelle, la religione e la musica. Gli strumenti musicali, tamburi molto simili, dicono gli studiosi, a quelli adoperati durante le cerimonie della chiesa ortodossa d’Etiopia. Le canzoni, che cantano in una lingua di cui ormai da tempo si è persa memoria: forse swahili, forse no. Gli abiti da cerimonia e le pitture sul viso, che non somigliano a nulla di vagamente familiare nell’entroterra indiano. Si trovano villaggi siddi nel Gujarat, nella foresta di Gir, vicino a Junagarh o a Bhuj, e si trovano comunità siddi in Maharashtra o a Hyderabad, nell’Andhra Pradesh e in Karnataka. Sono comunità di religione musulmana, ma praticano un Islam moderato, di matrice Sufi, e sono devote a un santo di nome Baba Ghor. Secondo i capi della comunità Baba Ghor, che si chiamava in realtà Mubarak, veniva dall’Etiopia. Nel Gujarat si troverebbe il suo sepolcro e anche i sepolcri, tutti luoghi di pellegrinaggio, delle sue sorelle. I siddi dei villaggi del Gujarat vivono essenzialmente coltivando la terra o guidando i chakra, il tipico mezzo di trasporto locale. Nonostante la loro lingua e le loro usanze siano ormai indistinguibili da quelle dei loro vicini indiani, difficilmente si mescolano con le altre comunità e accolgono con malcelata diffidenza i visitatori. Gli abitanti dei villaggi vicini, d’altra parte, ricambiano in pieno la loro diffidenza: avventurarsi da soli in un villaggio siddi, dicono, non è affatto consigliabile. Perché, nessuno è in grado di spiegarlo.

A Bhuj, invece, la situazione è diversa. La comunità, che vive essenzialmente intorno al santuario di Baba Ghor, pur rimanendo perfettamente impermeabile all’esterno, è perfettamente integrata. «Il nostro problema non è la discriminazione o il risalire alle nostre origini, nessuno ha nostalgia dell’Africa o di ritrovare il paradiso perduto», sostiene il capo della comunità locale. «Il vero problema, adesso, è entrare nel futuro, uscire dal ghetto culturale in cui viviamo. Il problema è la scolarizzazione, l’avanzamento sociale dei nostri ragazzi. Altrimenti siamo destinati a rimanere soltanto una curiosità antropologica e a scomparire». Così una mattina, tra il primo caffè e un’altra giornata di sole, sorrido quando leggo un trafiletto di poche righe nelle brevi di cronaca: nello Stato del Karnataka, Shantaram Siddi, il primo della sua comunità ad aver preso una laurea, è stato eletto nell’assemblea legislativa locale. Il primo siddi a far parte di un organo istituzionale. Un’altra tessera nel puzzle del «Grande sogno indiano».