Tassazione globale, accordo vicino

Gli Stati Uniti e l'OCSE spingono per un tasso elevato della tassazione delle multinazionali, che però mette in difficoltà i paesi più piccoli. La Svizzera potrebbe sopportare un tasso medio, come già fanno molti Cantoni
/ 26.04.2021
di Iganzio Bonoli

Le discussioni nell’ambito dell’OCSE per una tassazione globale minima delle multinazionali stanno prendendo una direzione che non sarà tanto gradita ai paesi più piccoli. Tra le grandi nazioni sta infatti prendendo piede la posizione americana che chiede un tasso internazionale minimo del 21% sugli utili globali delle multinazionali. I paesi che non possono contare su un grande mercato interno tentano infatti di attirare le sedi di grandi aziende con altri fattori, tra cui anche l’aspetto fiscale. Di fatto oggi è in atto una specie di tolleranza internazionale che permette ai paesi più piccoli di applicare tassi d’imposta sugli utili delle multinazionali, di regola, tra il 10 e il 12%. Ora la proposta americana, che sembra possa essere appoggiata anche dall’Unione Europea, è molto lontana da questi minimi. Il suo tasso non sembra tanto pensato per punire le oasi fiscali, che accettano sul loro territorio anche «società bucalettere» che non pagano imposte, come si voleva in un primo tempo, quanto piuttosto per cercare un’unità di intenti dei grandi paesi per impedire alle multinazionali di cercare sedi in paesi fiscalmente più favorevoli. Cioè imposte che sono pensate anche e soprattutto nell’ottica di attirare nuovi investimenti, che di regola comportano anche un indotto importante.

Dietro pressione dei grandi paesi, l’OCSE vorrebbe, entro la metà di quest’anno, decidere nuovi principi per la tassazione delle grandi aziende internazionali. L’idea è quella di fissare un minimo di 750 milioni di euro di cifra d’affari per sottoporre le aziende ai nuovi principi. Dopo di che verrebbe applicata la regola della distribuzione del gettito fiscale tra i paesi sede della società e quelli dei loro mercati di smercio.

Nella prima fase delle discussioni si sono incontrate difficoltà di tipo tecnico e anche di tipo politico. Infatti, la Svizzera, che è un paese piccolo, ma con parecchie multinazionali, si troverà confrontata con due grandi: gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Il risultato finale decreterà chi avrà guadagnato e chi avrà perso. Per la Svizzera si tratterà soprattutto di vedere come dovrà perdere. Per cui è importante un accordo di fondo, poiché l’alternativa sarebbe un aumento delle tasse unilaterale e, per molte aziende, il pericolo della doppia tassazione e un aumento della burocrazia.

Per la Svizzera sarà però importante anche l’ammontare del tasso minimo concordato. Oggi, in Svizzera, questo tasso oscilla tra l’11,5 e il 21%. La maggior parte dei Cantoni è comunque al 16%, con possibilità di accordi per tassi inferiori. Se il tasso minimo concordato sarà del 12% (come sembra probabile), la spinta all’adeguamento non sarà forte. Si teme però che le autorità americane vogliano aumentare la pressione fiscale in generale, anche a causa dei debiti dovuti alla lotta contro la pandemia.

La Svizzera non ha armi adeguate per combattere questa tendenza. Può mantenere basse le tasse per le multinazionali, ma altri Stati ne approfitterebbero per aumentare le loro tasse. Potrebbe perciò decidere un aumento, invece di lasciar partire i gettiti delle tasse verso l’estero. Si applicherebbe il principio secondo cui quanto non percepito da un paese, che non rispetta il minimo concordato, può essere percepito da altri paesi mediante un aumento mirato delle loro imposte. Non è un caso che la nuova ministra delle finanze USA, ex direttrice del FMI, abbia infatti confermato l’appoggio alle tesi sostenute dalla nuova Amministrazione Biden.

L’aumento colpirebbe in ogni caso alcune centinaia di aziende con sede principale in Svizzera e una buona parte di quelle straniere con filiali nel nostro paese. Ma con un tasso generalizzato al 12% i Cantoni ne sarebbero avvantaggiati e la piazza economica svizzera sarebbe meno esposta alla concorrenza di paesi oggi fiscalmente favorevoli, come il Lussemburgo, l’Olanda o l’Irlanda. Comunque si potrebbero limitare i danni riducendo altre imposte come l’imposta preventiva, le tasse di bollo o anche le imposte sui redditi, per mantenere l’attrattività della piazza.

Per questo il responsabile delle finanze federali Ueli Maurer, reduce dall’incontro di Parigi, all’inizio di aprile, del gruppo dei 20 maggiori paesi nell’ambito dell’OCSE, ha cercato di rassicurare gli interessati svizzeri. Anche se il minimo standard di tassazione non è ancora deciso e il tasso potrebbe variare fra 10 e 20%, la situazione potrebbe essere ben sopportata. Le imposte non sono il solo fattore di localizzazione per un paese. Se la Svizzera dovesse perdere di attrattività su questo fattore, potrebbe recuperarla agendo sugli altri. I tempi sono però abbastanza stretti, poiché un accordo vincolante potrebbe essere raggiunto già entro la fine dell’anno.