Silenzio e orgoglio

Emilia-Romagna – 4. parte La regione italiana ha pagato altissimo il prezzo alla sua vicinanza con i focolai della Lombardia, ma a differenza di altre ha reagito con più efficienza
/ 18.05.2020
di Alfio Caruso

Anche al tempo del Coronavirus è sempre l’Emilia di quand’erano tutti comunisti, persino quelli che comunisti non lo erano e rifiutavano di fare la spesa nei negozi e nei supermercati delle Coop per timore che i loro soldi finissero al Pci e attraverso i suoi canali all’Urss dei miscredenti. Parliamo della regione, in cui gl’italiani scoprirono per la prima volta che un conto fosse l’ideologia e un altro conto – ma proprio diverso, differente – fossero l’efficienza delle strutture pubbliche, la mano libera all’intraprendenza privata. Cioè la faccia pudica del capitalismo costretto alla beneficienza non per salvarsi l’anima, bensì per contribuire alla consistenza del modello emiliano-romagnolo.

Capace di fare proseliti, soprattutto nel campo occidentale, con i primi nidi comunali e di quartiere, con le materne, con la capacità di mettere assieme pedagogisti, insegnanti, filosofi per disegnare la scuola dell’accoglienza, del tempo pieno, dell’inclusione, dell’innovazione didattica, che diventava innovazione sociale.Un mondo oggi messo a rischio dalla pandemia e salvarlo è la missione che si è dato Stefano Bonaccini, il presidente della regione: a 52 anni ha sfruttato la campagna elettorale per farsi un fisico da palestrato, adornare il volto scavato di barba da rivoluzionario e occhialoni da centauro. L’Emilia e Romagna ha pagato un iniziale prezzo altissimo alla vicinanza geografica al focolaio lombardo di Codogno. I primi numeri di morti, di contagiati, di ricoverati in terapia intensiva hanno tragicamente gareggiato con quelli della Lombardia. Poi, però, il sistema sanitario, a differenza di quello della Lombardia e del Piemonte, ha risposto in maniera efficiente.

Ha soprattutto funzionato la rete protettiva dei medici di base, la qual cosa ha significato un controllo capillare del territorio, la possibilità di gestire il successivo spostamento dei malati più gravi in ospedale, nei reparti della sopravvivenza. Un esempio è stato offerto dall’assessore alla Sanità, Raffaele Donini, tra i primi a essere infettato, curato nella sua abitazione grazie all’ottimo supporto delle strutture mediche. Hanno resistito le case di riposo con tutti i distanziamenti subito predisposti, i tamponi miracolosamente trovati assieme a guanti e mascherine. Sono stati assunti 484 medici, 1291 infermieri, 593 operatori socio sanitari, 161 professionisti di altri ambiti. I bandi sono stati aperti anche a «medici e infermieri formati all’estero». Uno sforzo considerevole, che ha dato i suoi frutti. Proprio i numeri attuali (oltre 27mila casi di positività, quasi 4mila decessi, più di 16mila guariti e un picco di meno di 7mila contagiati) fanno intuire la drammaticità della situazione a febbraio.Eppure l’Emilia Romagna è stata la più silenziosa tra le regioni italiane. Nessuna protesta, nessuna invettiva, nessuna richiesta d’aiuto: l’orgogliosa scommessa di puntare su quanto costruito in cinquant’anni.

A rischiare più di tutti Bonaccini, la cui elezione lo scorso autunno ha rappresentato la prima sconfitta di Salvini e la salvezza del Pd. La regione rossa per eccellenza era parsa sul punto di essere inghiottita dall’onda travolgente della Lega. Invece, una candidata profondamente sbagliata, Lucia Borgonzoni, ignorava persino i confini della regione che voleva governare; un paio di clamorosi svarioni di Salvini hanno prodotto il netto successo di Bonaccini. E da quel giorno per Salvini e la Lega è cominciata un’inarrestabile scivolata verso il basso. Mentre le rovine lasciate dalla Bergonzoni hanno indotto l’opposizione di centrodestra a condividere sostanzialmente le scelte attuali della giunta.Sono stati stanziati 65 milioni di euro per dare un premio di mille euro a testa a medici, infermieri, assistenti socio-sanitari; 260 milioni sono stati destinati alle famiglie; 20 milioni alla nascita dell’hub nazionale terapie intensive; 2 milioni alla disinfestazione degli hotel; 120 milioni al potenziamento delle ferrovie regionali in vista delle norme che regolamenteranno i viaggi in treno con il numero di passeggeri contingentato; oltre 70 milioni di euro alle imprese vitivinicole con l’intento di rinnovare quasi 1700 ettari sui 52mila che compongono il patrimonio viticolo della regione; 50 milioni per il sistema impresa, per la sicurezza nei luoghi di lavoro, per il sostegno dei tirocinanti.

Adesso, però, s’inizia la prova più dura. Rimettere in moto la macchina produttiva. Soltanto nel terziario sono stati persi 200 milioni di euro di fatturato; i centri di benessere, compresi quelli sportivi, lamentano una riduzione di quasi 90 milioni; le aziende casearie e vinicole parlano di cifre vicino al miliardo di euro. Con diecimila test al giorno, che diventeranno ventimila a settembre, con i medici di famiglia, che potranno prescrivere i test sierologici, con la burocrazia, che è stata quasi cancellata d’autorità riaprono bar, ristoranti, barbieri, parrucchieri, centri estetici, palestre, negozi, rivendite, grande distribuzione. Si può correre all’aperto e in pista, si può giocare a tennis, si può andare in bici, a caccia, praticare la pesca sportiva, il tiro con l’arco e pure l’equitazione. È una gara contro il tempo per salvare la stagione estiva, principale attrattiva del turismo regionale. Si misurano i metri occorrenti a separare le sdraio, i lettini, gli ombrelloni; quali precauzioni prendere per l’accoglienza negli alberghi, nelle pensioni, negli air-bnb. In aggiunta a quelli del governo, sono stati promessi ulteriori 500 euro di bonus a quanti verranno.

La maggiore preoccupazione riguarda quello che è ritenuto il tesoro più autentico dell’Emilia, il grana padano, il mitico parmigiano difeso con le unghie e con i denti dalle mille imitazioni di «parmesan», che continuano a fiorire sul pianeta. Non a caso il prezioso e venerato formaggio è al centro dell’aneddoto più divertente dell’epopea rossa, di quando «c’era lui», indifferentemente Stalin o Togliatti, benché in realtà non ci fosse alcuno dei due. E dunque la leggenda racconta di una visita dell’austero compagno Molotov, quello del patto con von Ribbentrop e delle bottiglie incendiarie simbolo della resistenza di Stalingrado. A conclusione dell’ennesima cena luculliana, piatto forte lo zampone con lo zabaione, Molotov domandò di poter vedere le armi, che sicuramente i compagni avevano messo da parte per l’immancabile rivoluzione. La richiesta sprofondò nello sbigottimento gli altri commensali, reduci da ripetuti brindisi con bonarda, lambrusco, albana. Finché il presidente regionali Fanti pronunciò un «va bene», che indusse i suoi compagni a considerarlo definitivamente andato nelle braccia di Bacco.

Viceversa con la Fiat 1100 di Fanti andarono dal vecchio casaro Jaures Boldrini. Il quale nell’umida notte li condusse di fronte a un grande magazzino. «Sono qui?» chiese Molotov. «660 pezzi oleati e stagionati» rispose a tono Boldrini. «E quest’odore che cos’è?» insistette Molotov. «Il lubrificante» disse Boldrini. Così Molotov s’allontanò soddisfatto dal deposito delle forme di grana: i compagni emiliani erano pronti alla rivoluzione.Bonaccini non è atteso da alcuno sconvolgimento armato, però a lui guardano quanti credono che per risollevare il Pd, a stento sopravvissuto alle rodomontate di Renzi, servano buonsenso e voglia di fare.