Serve ancora la Nato?

70 anni – Le celebrazioni dell’Alleanza atlantica, nata per opporsi agli attacchi dell’Unione Sovietica, sono sembrate più simili a un funerale che a una ricorrenza da festeggiare
/ 08.04.2019
di Federico Rampini

Pochi vertici internazionali saranno passati inosservati come quello che si è tenuto la scorsa settimana a Washington. L’occasione: la North Atlantic Treaty Organization, più conosciuta con l’acronimo Nato, compiva 70 anni. Era stata creata nel 1949 all’inizio della Guerra fredda; un po’ di tempo prima il premier Winston Churchill uscito vincitore dalla Seconda guerra mondiale aveva lanciato l’allarme sulla «cortina di ferro» che stava dividendo in due l’Europa: a Est le nazioni occupate dalle truppe sovietiche, dove Stalin insediava governi «amici» (o vassalli); a Ovest i paesi liberati dagli angloamericani. 

A Est il dissenso veniva schiacciato; a Ovest le sinistre erano libere di manifestare la propria opposizione alla nascente alleanza atlantica, di chiaro stampo anticomunista. Alcuni paesi come la Svizzera, pur appartenendo alla schiera delle liberaldemocrazie e delle economie di mercato, decisero di rimanerne fuori, in omaggio alla tradizione di neutralità. Ma nei 70 anni dalla nascita il perimetro dell’Alleanza si è allargato molto, finendo per includere – su loro pressante richiesta – alcuni paesi dell’Est usciti dall’orbita di Mosca. Se si dovesse giudicare solo dalle apparenze «geografiche», cioè dalla sua estensione, la Nato è molto più forte oggi rispetto alle sue origini. Apparenze ingannevoli.

La festa del settantesimo compleanno rischia di assomigliare alla mesta celebrazione di un funerale. Se ancora è prematuro parlare di un decesso vero e proprio, lo stato di salute dell’organizzazione è assai precario. Rimpiangeremo gli anni in cui l’Alleanza atlantica era contestata nelle piazze, segno che era davvero importante? Non è un caso se la scorsa settimana a Washington invece dei capi di Stato e di governo sono andati solo i ministri degli Esteri, una scelta volutamente di basso profilo. 

Donald Trump aveva aperto il vertice alternando trionfalismi e recriminazioni: si vanta di avere già costretto gli europei a pagare di più per sostenere la propria sicurezza; lamenta che ancora non facciano abbastanza; promette di costringerli a maggiori sforzi. Non è nuova questa lamentela: molti presidenti Usa, anche democratici, criticavano il «parassitismo» militare dei loro alleati. L’obiettivo di una spesa per la difesa pari al 2% del Pil, ufficialmente sottoscritto dai governi dei paesi membri, non viene affatto rispettato dalla maggioranza degli europei. Trump dunque dice cose già dette da Obama, Bush, e altri prima di loro, anche se lui ci aggiunge la sua consueta virulenza. E soprattutto: a differenza dei suoi predecessori, lui parla quasi solo di quello. 

L’attenzione esclusiva, ossessiva, alla dimensione contabile, già sottolinea che qualcosa si è perso. L’Alleanza atlantica nacque quasi contemporaneamente al Piano Marshall che erogava aiuti economici ai paesi alleati, i cui apparati produttivi erano usciti devastati dal conflitto. Nato e Piano Marshall erano due «figli» sia della guerra appena conclusa (e delle lezioni che gli americani ne avevano tratto), sia della Guerra fredda che era cominciata. Erano cose molto diverse, ma nel patto di mutuo soccorso militare in caso di aggressione, e nel finanziamento americano della ricostruzione post-bellica, c’erano dei punti in comune. Un’idea di Occidente, come un’area di valori condivisi.

Un’idea di Europa unita, sia pure per la sola parte occidentale, di qua dalla cortina di ferro. L’impulso americano infatti fu decisivo perché – alcuni anni dopo – nascessero la Ceca del carbone e dell’acciaio, poi la Cee detta anche mercato comune: gli embrioni dell’Unione europea. La contabilità del do ut des passava in secondo piano, per dei leader americani che da Roosevelt a Truman a Eisenhower consideravano la rinascita dell’Europa come un interesse strategico. Nel contempo, dalla presidenza Roosevelt con le conferenze di Bretton Woods (1944) e di San Francisco era cominciato un ordine internazionale (Onu, Fmi, Banca mondiale, Gatt), che avrebbe retto durante e dopo la Guerra fredda, fino a gestire addirittura la cooptazione della Cina nell’economia globale.

Tutto questo ci appare lontano anni luce. Quell’insieme di istituzioni appartengono all’era del multilateralismo. Oggi prevalgono le tendenze nazionaliste, sovraniste, che proprio nelle istituzioni multilaterali vedono il non plus ultra del globalismo, dell’élitismo tecnocratico, accusato di calpestare la volontà dei popoli. Per la Nato si aggiunge un problema specifico: molti, per diverse ragioni, hanno perso fiducia nella sua utilità.

Naturalmente la tentazione è di appiattire tutto sul presente, dando la colpa al «Grande Satana» che è Trump. Facile, comodo, e sbagliato. Così come dopo l’11 settembre 2001 in un effimero slancio di solidarietà «Le Monde» scrisse «siamo tutti americani», dall’elezione di Trump in poi si direbbe che lo slogan prevalente sia quello opposto, «siamo tutti antiamericani». Ma la deriva dei continenti, l’allontanamento delle due sponde dell’Atlantico, iniziò molto prima.

Intanto è bene ricordare che l’Alleanza atlantica è vissuta passando da una crisi all’altra. L’elenco è lungo. Il blitz militare anglo-francese-israeliano di Suez bloccato da Washington (1956), la tensione sui missili sovietici a Cuba quando si sfiorò la guerra nucleare (1962), la vicenda degli euromissili sovietici puntati contro l’Europa occidentale alterando l’equilibrio della deterrenza (1977-83); le tante avventure militari americane disapprovate dagli europei, in Vietnam o in Iraq: più volte è stato diagnosticato un peggioramento irreversibile e incurabile della relazione euro-americana.

I problemi più seri cominciano trent’anni fa con la caduta del Muro di Berlino (1989, altro anniversario) e poi la disintegrazione dell’Urss, il «liberi tutti» che ne seguì, la dissoluzione di quel blocco sovietico che aveva avuto la sua alleanza militare nel Patto di Varsavia. Che futuro poteva avere un patto di mutua difesa, ora che l’aggressore potenziale era scomparso? Per la verità, non tutti credettero alla favola di un’Europa pacificata per sempre. Anzi, negli ex-satelliti dell’Urss scattò il riflesso di chiedere l’adesione alla Nato perché «non si sa mai». La loro esperienza, non solo dell’Urss ma anche della politica estera zarista nei secoli precedenti, li rendeva sospettosi. 

Scattò quella dinamica di ampliamento della Nato a Est che Putin oggi descrive come un accerchiamento: tutta la narrazione degli ultimi anni a Mosca dipinge il comportamento della Nato e soprattutto quello americano come aggressivo, tale da alimentare un senso d’insicurezza da parte della Russia. È una narrazione che ha avuto proseliti anche in Occidente, soprattutto in Europa. Prescinde da due dati, però.

Anzitutto, l’allargamento della Nato è stato richiesto democraticamente dai popoli dell’Europa dell’est, chiudergli la porta in faccia sarebbe stato come prolungare quella dottrina della «sovranità limitata» che li aveva oppressi nel periodo sovietico. In secondo luogo, è la tradizione dell’espansionismo russo ad avere inculcato paura nei vicini. Comunque l’allargamento della Nato a Polonia, Paesi baltici, Ungheria, Repubblica cèca, Slovacchia, poi altri ancora, fece emergere una «nuova Europa» filo-americana, nella definizione data da Donald Rumsfeld, segretario alla Difesa di George W. Bush.

Nella «vecchia Europa», soprattutto a Berlino dopo la riunificazione tedesca, la dinamica fu molto diversa. Prese forza il mito di un’Europa «superpotenza erbivora» (leggi: pacifista, quasi smilitarizzata), che avrebbe conquistato il mondo con il soft power del suo modello sociale avanzato, la sua cultura delle regole e dei diritti, la sua forza economica. La profezia di Fukuyama sulla «fine della storia», in fondo, influenzò più gli europei degli americani: fu il Vecchio continente a vedere un mondo senza più pericoli né nemici. L’esercito comune europeo non è mai decollato, sabotato dai nazionalismi francese e inglese.

La Germania si è consegnata al ricatto energetico del nuovo Zar di Mosca, con scelte come il gasdotto Nord Stream 2, mentre l’ex cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroeder viene stipendiato dall’ente energetico russo. Con la Cina ciascuno ha trafficato accordi bilaterali, e ha venduto pezzi pregiati di argenteria di famiglia molto prima che l’incauto governo Conte firmasse il recente Memorandum per aderire alla Nuova Via della Seta.

La crisi economica del 2008 – mai superata veramente dagli europei – ha accentuato il disincanto verso il modello americano; proprio mentre Xi Jinping ne deduceva la superiorità del suo sistema autoritario. L’Alleanza atlantica non fu mai solo militare. Come molti tasselli dell’egemonia americana, essa generava consenso perché i risultati c’erano: crescita, lavoro, benessere. Il fascino dell’Occidente liberaldemocratico non era solo ideale, culturale, valoriale: marciava anche su una superiorità materiale. In questo senso forse oggi la crisi dell’Alleanza è diversa da tutte le altre: Trump e gli altri sovranisti vengono dopo il fallimento di un modello, i troppi esclusi, il vasto disagio sociale, e la nostalgia di un’epoca in cui si poteva investire di più sia sulla sicurezza sia sulla scuola.

Serve ancora la Nato? Gli unici che oggi rispondono di sì senza esitazione sono i Paesi Baltici, la Polonia, ed anche alcuni ex-neutrali come la Svezia che subiscono sconfinamenti e provocazioni da parte delle forze armate russe sui loro cieli o nei loro mari. Gli altri, cioè proprio gli Stati membri del primo nucleo Nato, sono i più scettici. Brexit, comunque vada a finire, indebolendo la Gran Bretagna e allentando i suoi legami sull’Europa, è un ulteriore colpo alla coesione e solidità della Nato.