Rivedere gli investimenti sostenibili

Gli standard per giudicare un investimento sostenibile non sono più adeguati alle esigenze di oggi
/ 20.06.2022
di Marzio Minoli

Lo scorso 31 maggio, negli uffici della DWS di Francoforte, una delle maggiori società di gestione patrimoniale tedesca, di proprietà di Deutsche Bank, è successo qualche cosa che, senza esagerare, potrebbe essere definito epocale. Infatti le autorità federali di supervisione finanziaria, la BaFin (equivalente della svizzera FINMA) coadiuvate dalle forze di polizia hanno interrogato per tutta la mattina impiegati e dirigenti a seguito delle accuse di frode lanciate da una ex-dirigente della società, Desiree Fixler. Le accuse sono partite dagli Stati Uniti, dove la SEC, l’autorità di vigilanza sui mercati, ha iniziato un’indagine per lo stesso motivo.

Ma qual è questo motivo, e perché l’irruzione (a sorpresa, bene sottolinearlo) negli uffici di DWS sarebbe epocale? Presto detto. Secondo le accuse di Desiree Fixler, la società di gestione avrebbe mentito affermando, nel rapporto di gestione 2020, che più della metà degli investimenti eseguiti dalla società, che gestisce globalmente 900 miliardi di dollari, sono stati fatti seguendo i criteri ESG (Environmental, Social and corporate Governance) ovvero gli standard di sostenibilità riconosciuti internazionalmente. L’accusa è dunque quella di «greenwashing». Epocale in quanto è la prima volta che viene intrapresa un’azione così decisa da parte delle autorità per verificare il rispetto dei parametri ESG da parte di chi propone investimenti sostenibili.

Ora le indagini proseguono e sapremo effettivamente se le accuse della ex-dirigente DWS risulteranno fondate o meno. Ma oltre a questo, la cosa importante è che si è aperto un ampio dibattito sul marchio ESG, il quale, per inciso, significa «environmental, social and governance criteria».

Un marchio utilizzato la prima volta nel 2004 dall’ONU, quando il mondo era molto diverso. Inoltre, parlare di criteri ambientali riferiti agli investimenti non è mai stato centrale per le aziende. Fino al 2018 solo nell’1% dei casi il termine ESG è stato menzionato nelle conferenze trimestrali a commento dei risultati. Poi, nei tre anni seguenti è successo di tutto, ed ecco che le tematiche ambientali sono state citate nel 25% dei casi. Anche perché gli investimenti con il marchio ESG sono cresciuti del 53% nel 2021, arrivando a 2’700 miliardi di dollari.

A questo punto però nasce un problema. Un fondo di investimento che vuole fregiarsi del marchio ESG non può, o deve ridurre al minimo, ad esempio, gli investimenti in aziende produttrici di armi, oppure in aziende attive nel campo dei combustibili fossili. La guerra in Ucraina però ha messo sul tavolo un problema pratico, ovvero la dipendenza dal gas russo da parte di molti paesi soprattutto europei. Paesi molto importanti, come Germania e Italia. Dunque si deve trovare una soluzione per evitare questa dipendenza dalla Russia, ed ecco che vengono riesumati i combustibili fossili, in quanto quelli rinnovabili non bastano ancora a soddisfare i bisogni quotidiani dell’economia e nemmeno quelli del vivere quotidiano delle persone. Quindi se un fondo decide di investire in aziende attive nel fossile, le quali stanno generando utili su utili, si può ancora considerare eticamente scorretto, in base ai parametri ESG?

Altro esempio le armi. Da più parti si lanciano allarmi sulla necessità di accelerare gli acquisti di armi. Il discorso quindi non cambia. Il fondo che decide di acquistare titoli di aziende produttrici di armi, lo può fare? Oppure perde il marchio ESG?

In fondo, sia per l’energia, sia per le armi, si sta parlando di sicurezza nazionale, di necessità impellenti. Si può ancora parlare di scelte etiche? O meglio, possiamo permetterci di fare scelte etiche (limitatamente agli investimenti) in un momento come questo?

Ecco quindi che il marchio ESG viene messo in discussione. E non è cosa da poco. La E a volte è in conflitto con la S e forse anche con la G. Difficile soddisfare tutte le condizioni necessarie che si richiedono. Se le indagini a DWS dovessero evidenziare una sovraesposizione in aziende attive nel fossile o nelle armi, ci sarebbe un’effettiva violazione delle regole? Certo, alle condizioni attuali. Ma in un eventuale processo, reggerebbero queste accuse di fronte all’evidenza dei fatti, ovvero che fossile e armi oggi sono, per necessità, attività eticamente accettate, vista la situazione internazionale? In altre parole, le «ambizioni verdi e pacifiste» delle nazioni sono ancora compatibili con le esigenze di sicurezza nazionale? Per molti no.

A questi dubbi si aggiunge anche un altro elemento. Chi deve verificare se i criteri ESG sono rispettati? Ci sono delle agenzie di rating specializzate in questo. Ebbene, uno studio del MIT assieme all’Università di Zurigo, ha evidenziato che le sei maggiori agenzie di rating hanno una correlazione nelle loro valutazioni che va dallo 0,38 allo 0,71. Se la correlazione fosse 1 significherebbe che tutte sono d’accordo nelle valutazioni. A titolo di paragone, le classiche agenzie di rating creditizio, come Standard and Poor o Moody’s, hanno una correlazione di 0,92. In parole semplici, chi deve controllare non è sempre concorde di quali siano i parametri da tenere in considerazione.

Probabilmente siamo alla fine dell’epoca ESG, così come la conosciamo ora. Oggi si chiede di scorporare questa sigla. Mettere sotto lo stesso cappello ambiente, sociale e buon governo non funziona più. Gli investimenti sostenibili sono il futuro, ma per essere trasparenti e onesti bisogna cambiare il modo di concepire cosa significa «sostenibili». Ma le parole di Mark Branson, l’ex direttore della FINMA ora a capo della BaFin, sono chiare: «Visto quello che succede sul piano internazionale, abbiamo deciso di sospendere, per il momento, la direttiva sugli investimenti sostenibili». L’etica insomma può attendere, la sicurezza nazionale no.