Riscopriamo l'Africa autentica

Il libro di François-Xavier Fauvelle, fondamentale e innovatore, smonta molti luoghi comuni sul Continente attraverso una serie di contributi di autori vari
/ 14.09.2020
di Pietro Veronese

Chi si occupa di Africa, qualunque ne sia il motivo, non perde occasione per ricordare che l’Africa, una Africa, non esiste, se non come entità geografica. È una pretesa assurda ridurre ad unità un simile «festival della diversità», per usare l’espressione che figura nella prima pagina del libro di cui stiamo per parlare. Un insieme così variegato, abitato oggi da oltre un miliardo e 200 milioni di persone, diverso per lingua, clima, fede, cultura, sviluppo economico e, come vedremo, anche per storia.

Possiamo tuttavia trovare un aspetto capace di accomunare, di unificare questa realtà tanto difforme: è la forza del pregiudizio con cui l’Europa ha guardato ad essa. Questo pregiudizio ha anch’esso una storia, non affonda nella notte dei tempi. Prende probabilmente forma a cavallo tra Sette e Ottocento, quando l’ideologia europea acquisisce la definitiva convinzione del proprio primato; in qualche misura dura ancor oggi, con i lenti, deteriori strascichi di questo complesso di superiorità, ravvivati dall’imponenza del fenomeno migratorio.

È in quell’epoca – in cui la tratta degli schiavi è ancora all’opera e i principi rivoluzionari che soffiano attraverso l’Europa escludono senza esitazione chi ha la pelle di colore diverso – che gli africani, fino ad allora guardati tutto sommato con curiosità, cominciano ad esserlo soltanto con disprezzo. Questo punto di vista trovò la sua formulazione somma e catastrofica nei celebri passi delle Lezioni di filosofia della storia di Hegel, pubblicate nel 1837 ma scritte nel decennio precedente. Parole tristemente famose, che condannano gli africani in quanto esseri nel cui carattere «non si può trovare nulla che abbia il tono dell’umano», e definiscono l’Africa «un continente senza storia». Lo spirito del mondo, il Weltgeist – il grande filosofo ne era convinto – non soffiava a sud del Mediterraneo.

Noi, che siamo figli del Novecento, non abbiamo pazienza per un’affermazione così palesemente falsa. Figuriamoci uno come me, che nella sua vita di giornalista ha visto con i suoi occhi Nelson Mandela uscire di prigione domenica 11 febbraio 1990, gli eritrei conquistare armi in pugno la propria indipendenza e i ruandesi rialzarsi da uno dei più feroci genocidi del secolo. L’Africa delle indipendenze, delle guerre e delle grandi carestie si fa beffe di Hegel. Ma il discorso diventa più scivoloso se proviamo ad andare indietro nel tempo, alla vita di quel continente prima che l’uomo bianco vi posasse il suo sguardo e si mettesse a raccontarlo. Prima che i navigatori lo scoprissero, i missionari lo convertissero, gli schiavisti lo saccheggiassero e gli imperialisti lo conquistassero. Cosa sappiamo dell’Africa quando era l’Africa e se ne stava per suo conto, indisturbata dalle influenze esterne: quali erano le dinamiche, le gerarchie sociali, le pulsioni artistiche, le forme di organizzazione statale?

Bruscamente scopriamo di saperne così poco, da immaginare che Hegel possa perfino aver avuto ragione. Non è forse l’Africa il continente della tradizione orale, che ha ignorato la scrittura e per secoli ha perduto la propria memoria, il proprio passato, la propria storia, se mai ne ha avuta una?

No, non lo è. Da molto tempo la storiografia sull’Africa si è avventurata nel lontano passato e ci è andata narrando di antichi imperi, conflitti feroci, raffinate civiltà artistiche che hanno lasciato testimonianze di bellezza assoluta. Adesso un libro memorabile aggiorna e tira le somme di queste conoscenze, tanto nel contenuto quanto nel metodo. Uscito in Francia nel 2019, è stato tradotto di recente in italiano da Einaudi con il titolo L’Africa antica (624 pagine, 85 euro). Sulla sovraccoperta figura un solo nome, quello del curatore François-Xavier Fauvelle. In realtà gli autori sono 25: si tratta di una vasta opera collettiva che attinge a una eccezionale ricchezza disciplinare – dall’archeologia alla storia dell’arte, alla linguistica, alla botanica, alla genetica – e in qualche modo sancisce il primato dell’odierna scuola francese in questo ambito di ricerca. Quanto a Fauvelle, professore al Collège de France, è da considerarsi un’autorità mondiale in materia.

L’effetto generale di quest’opera, molteplice come gli argomenti che tratta, è lo sgretolamento di una montagna di pregiudizi nei confronti dell’Africa, più o meno consapevoli, argomentati e diffusi, che noi europei ci portiamo dentro. È rimasta celebre la battaglia condotta dallo studioso senegalese Cheikh Anta Diop a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, per affermare l’africanità degli antichi Egizi (si veda a questo proposito il primo capitolo del libro, di Damien Agut). All’epoca, gli storiografi europei consideravano quella civiltà troppo straordinaria per essere davvero africana; Diop ricorse a ogni metodo scientifico disponibile a quel tempo per dimostrare che gli egizi avevano avuto la pelle nera. Oggi, qualunque fosse la pigmentazione della loro cute, nessuno dubita più che i faraoni fossero africani. Ecco: le ricerche coordinate da Fauvelle, in un progetto durato tre anni, si spera abbiano l’analogo effetto di restituire l’antichità dell’intera Africa alla storia umana, riconoscendone una volta per tutte l’originalità, la diversità, la specificità ma anche l’appartenenza alla vicende universali della nostra specie. Teatro non solo di storia ricchissima, ma di civiltà molteplici, variate nel tempo, nello spazio, nei modi, in relazione ed eventualmente in conflitto tra di loro. Seppellendo infine le ultime scorie della visione del mondo ereditata dall’idealismo ottocentesco.

Prendiamo ad esempio la questione della scrittura, alla quale è dedicata un capitolo specifico, firmato da Bertrand Hirsch. Fin dalle prime pagine, Fauvelle cancella l’immagine residua dell’Africa come il continente dell’oralità. «Scopriamo», scrive, «che ci sono numerosi antichi sistemi di scrittura in Africa. E possiamo persino rimanere colpiti dalla loro varietà e dalla loro diffusione geografica». Certo, della parola scritta gli africani hanno fatto nei secoli un uso diverso rispetto agli europei: riservato a pochi, episodico e non sistematico, consegnato a oggetti protettori o divinatori anziché agli archivi. «Troppo consapevoli, forse, del suo potere, non hanno concesso agli storici di avere accesso alla loro storia, attraverso di lei».

Ma forse il pregiudizio più subdolo è quello che Fauvelle chiama «l’orpello delle origini». Oggi tutti accettiamo volentieri, anzi diamo ampiamente per scontato che l’umanità abbia avuto inizio nelle savane a sud-est del Sahara. Lungi dall’accusare gli africani di non avere «nulla dell’umano», come affermava Hegel, riconosciamo loro il ruolo di progenitori. Ma l’insistenza su questo antecedente fondamentale, ci avverte Fauvelle, è «una fede falsamente benigna». Distorce la nostra visuale, inducendoci a pensare che solo una volta lasciato il continente africano, e compiuta la millenaria prima migrazione verso l’Europa, il destino dell’Homo sapiens si sia veramente realizzato. Questo punto di vista è subdolo perché apparentemente rinnega Hegel e afferma il ruolo storico dell’Africa, ma in realtà lo circoscrive agli inizi; quanto alla pienezza dei tempi, essa apparterrebbe solo a noi. Per questo Fauvelle ci incita a «rinunciare all’orpello delle origini». Ecco dunque un libro che ha l’intento di farci cambiare idea, e ci prova con uno scintillio di informazioni, narrazioni, evidenze, documentazioni grafiche (bellissime le oltre 30 cartine) e iconografiche. Un libro fondamentale.