Renzi torna a sognare

Italia – La scomparsa del Movimento 5Stelle dai ballottaggi di tutte le principali città al voto e la diffusa debolezza delle liste pentastellate su tutto il territorio nazionale fanno tornare la voglia al segretario del Partito democratico di chiedere il voto anticipato
/ 19.06.2017
di Alfredo Venturi

Il sogno delle elezioni anticipate sembrava accantonato per sempre, dopo che un imprevisto agguato parlamentare aveva ucciso sul nascere la legge elettorale «alla tedesca» concordata con i vertici dei maggiori partiti, ma dopo l’esito del voto amministrativo dell’undici giugno i fedeli di Matteo Renzi sussurrano che il segretario ha ripreso a sognare. Perché non votare il cinque novembre, in coincidenza con il rinnovo dell’assemblea regionale siciliana? L’anticipo in realtà sarebbe minimo, visto che la legislatura scadrà appena tre mesi più tardi, ma la scelta di quella data potrebbe ridurre l’impatto del possibile successo in Sicilia del Movimento 5Stelle, che dopo essere uscito con le ossa rotte dalla competizione amministrativa conta di rifarsi proprio laggiù, dove i sondaggi gli attribuiscono una posizione dominante.

In effetti il rinnovo parziale delle amministrazioni ha avuto per i Cinquestelle un esito disastroso, in nessuno dei comuni maggiori nei quali si è votato, a cominciare da Genova, la città di Grillo, sono riusciti ad accedere al turno di ballottaggio che si celebrerà il 25 giugno fra i due candidati di maggior successo al primo turno. Fra le grandi città soltanto Palermo si risparmia il ballottaggio, il sindaco uscente Leoluca Orlando si è visto confermata la carica avendo superato la soglia del quaranta per cento fissata dalla legge elettorale siciliana. A Parma il sindaco uscente Federico Pizzarotti, espulso proprio dal Movimento di Beppe Grillo, si è preso la sua rivincita piazzandosi al primo posto: ora si prepara al ballottaggio con il candidato del centrosinistra, mentre quello dei Cinquestelle si è dovuto accontentare di un’umiliante manciata di voti.

Il verdetto è tanto più pesante per il Movimento se lo si confronta con il trionfo di un anno fa, quando i grillini conquistarono Roma e Torino e la loro marcia verso il potere nazionale sembrava inarrestabile. Alla radice dell’insuccesso non soltanto la particolare struttura del voto amministrativo, che induce a coalizzare le forze con abbondanza di liste civiche mentre i grillini competono in solitudine, ma anche la gestione a dir poco deludente della capitale, tanto che si parla di «effetto Raggi» dal nome della sindaca di Roma. Renzi affonda il coltello nella piaga: i Cinquestelle, osserva, hanno perduto perché non sanno governare. Grillo minimizza e parla di riscossa: gongolate pure, ma il Movimento resta forte e si va radicando nel territorio, ne riparleremo a novembre in Sicilia, e quando si voterà per il governo del Paese! Nel tentativo di recuperare consensi con un tema di facile presa popolare, si sposta intanto sulle dure posizioni leghiste in materia di migrazioni.

Del resto anche il Pd ha subìto perdite, soprattutto nelle aree di tradizionale vocazione sinistrorsa. Il primo turno delle amministrative ha lanciato altri segnali. Per esempio una disaffezione ormai dilagante: l’affluenza al voto ha superato appena il sessanta per cento, un dato che contrasta con la tradizione elettorale italiana, da sempre caratterizzata da una vasta partecipazione. Inoltre la constatazione che un sistema maggioritario, come quello del voto comunale, rilancia gli schieramenti classici di centrodestra e centrosinistra, anche se pare prematuro parlare di ritorno al bipolarismo visto che il terzo polo, i grillini, non è certo scomparso dall’orizzonte politico. Infine l’esito ripropone il problema strutturale del centrodestra, che ha avuto complessivamente un buon risultato con i candidati sorretti dall’intero schieramento. Silvio Berlusconi si mostra soddisfatto, ma questa soddisfazione è temperata dal peso sempre più ingombrante della Lega, il cui capo Matteo Salvini può a buon diritto cantare vittoria avendo registrato un sensibile aumento di consensi.

In particolare indica il caso di Genova, dove fra i gruppi che appoggiano il candidato del centrodestra Marco Bucci la Lega ha una posizione dominante e distanzia i berlusconiani di Forza Italia. Proprio qui il 25 giugno andrà in scena un atto cruciale della commedia politica italiana: Genova è una «città rossa», come si dice, ha cioè una collaudata tradizione di sinistra. Ma al ballottaggio il candidato del centrosinistra, Gianni Crivello, si presenta con un handicap di partenza di oltre cinque punti percentuali a vantaggio del rivale di centrodestra. Già in affanno nelle regioni rosse come l’Emilia-Romagna, la sinistra rischia dunque di perdere una delle sue roccaforti. Inoltre una vittoria di Bucci rafforzerebbe quella parte di Forza Italia, rappresentata proprio a Genova dal governatore della Liguria Giovanni Toti, che insiste per una stretta coalizione con il partito di Salvini.

Intanto Renzi, dopo essere stato confermato alla guida del Partito democratico, continua a cercare il modo di uscire dall’impasse seguita alla sconfitta nel referendum costituzionale dello scorso dicembre. Consapevole che il trascorrere del tempo logora la sua immagine, magari a vantaggio del successore a Palazzo Chigi Paolo Gentiloni, è stato per mesi alla ricerca del voto anticipato, anche se regolarmente smentisce questa intenzione. Lo ha fatto di nuovo dopo che è circolata la voce del suo desiderio di votare il 5 novembre. Renzi sembra rassegnato all’inevitabile: la legislatura, ha detto una volta ancora, durerà fin alla scadenza naturale. Il fatto è che il presidente Sergio Mattarella, cui tocca il compito di sciogliere il parlamento, non intende farlo finché non sarà stata eliminata l’anomalia di due distinte normative che darebbero maggioranze diverse alla Camera e al Senato, con tanti saluti alla stabilità di governo.

Altra questione cruciale da risolvere quella delle alleanze, visto che ben difficilmente il Pd avrà i numeri per governare da solo. Molto attento alle vicende elettorali degli altri paesi, Renzi sembra aver perduto l’orientamento, il suo ago magnetico oscilla vistosamente fra destra e sinistra. In Francia vince Emmanuel Macron, e lui si rafforza nell’idea prediletta di accordarsi con Berlusconi all’insegna del moderatismo, forse dimenticando che Macron è forte proprio perché non ha bisogno di alleati. Più tardi in Gran Bretagna Jeremy Corbyn ha un ottimo risultato e lui, forse pensando anche alla prestazione di Bernie Sanders negli Stati Uniti, riscopre i valori di una sinistra che parla al popolo e si rivolge a Giuliano Pisapia, l’ex sindaco di Milano che sta cercando di accorpare nel suo Campo progressista le forze alla sinistra del Pd.

Pisapia, che ha il consenso fra gli altri dei transfughi anti-renziani del Pd a cominciare da Massimo D’Alema, fa notare al segretario la sua incoerenza, dichiarandosi a favore del massimo di unità, «ma non si può fare un’apertura dopo che a lungo abbiamo cercato un’alleanza di centrosinistra in discontinuità e dopo una sconfitta come quella sulla nuova legge elettorale, che presupponeva coalizioni diverse». Possiamo anche prendere in considerazione la proposta, aggiunge Pisapia, purché si parta dalla premessa che un’alleanza con il centrodestra va esclusa a priori.

La sconfitta citata dall’ex sindaco è avvenuta in una Camera sovreccitata, dove è andato in scena uno spettacolo desolante fra scambi d’insulti, subdoli giochi dietro le quinte, accuse di tradimento. Si votava un emendamento che estendeva all’Alto Adige le norme della legge elettorale nazionale, di fatto privando la Südtiroler Volkspartei, il partito della comunità di lingua tedesca, del regime di eccezione che le ha assicurato fin qui una rappresentanza rafforzata. Nonostante il parere contrario del relatore i grillini hanno votato a favore, con un voto segreto che un misterioso incidente tecnico ha reso palese sul tabellone elettronico, affossando così la legge che avevano concordato con gli altri maggiori partiti: Pd, Lega, Forza Italia. Di qui i rapporti tesissimi fra Cinquestelle e democratici, anche legati al fatto che in Senato, dove i numeri sono scarsi, il Pd fa tesoro dei voti dell’amica Svp.