Quella penuria che ci minaccia

Lo shock energetico coinvolge tutti, dalla Cina agli Usa passando per l’Europa. L’imperativo è ancora reperire energie fossili
/ 11.10.2021
di Federico Rampini

Vladimir Putin batte Greta Thunberg? Nell’immediato l’opinione pubblica europea ha più ragioni di essere grata al leader russo che alla giovane militante ambientalista svedese. Thunberg in una recente manifestazione ha accusato i politici di fare chiacchiere inutili sulla lotta al cambiamento climatico: «Bla bla bla». Putin ha messo sul tavolo promesse concrete. Non per ridurre le emissioni carboniche, però. Anzi, nel breve termine la Russia intende aumentare le sue esportazioni di energie fossili, che contribuiscono all’aumento dell’anidride carbonica nell’atmosfera e ci allontanano dall’obiettivo di un’economia a «zero emissioni». Putin si offre come il salvatore dell’Europa da un’altra crisi: lo shock energetico attuale che minaccia di impoverire la popolazione europea con rincari pazzeschi delle bollette elettriche.

Prima della recente uscita di Putin, il costo del gas naturale in Europa era decuplicato rispetto all’inizio dell’anno. Il gas naturale è diventato la materia prima essenziale per generare corrente nelle centrali elettriche del vecchio Continente. Il suo rincaro, per quanto i Governi possano cercare in vari modi di proteggere la piccola utenza, finisce per ripercuotersi sul costo della vita. La galoppata dell’iper-inflazione del gas ha avuto una pausa quando Putin ha evocato la possibilità che Gazprom – il monopolista di Stato per le esportazioni dalla Russia – aumenti la sua produzione e le forniture agli europei. La generosità di Putin nel venire in aiuto agli europei sembra avere una motivazione geopolitica. Siamo alle ultime tappe per l’approvazione del gasdotto Nord Stream 2, la nuova infrastruttura che aggirerà l’Ucraina e trasporterà direttamente il gas russo in Germania. Putin sembra manovrare le promesse per ottenere il via libera a quel progetto, contestato dagli Usa perché accentuerà ulteriormente la dipendenza energetica della Germania dalla Russia, con riflessi strategici pericolosi.

La ministra americana dell’energia, Jennifer Granholm, ha promesso un’indagine su possibili «manipolazioni del mercato» da parte di Gazprom. «Guai se l’energia dovesse essere usata come un’arma strategica», ha detto. Anche nell’Europa dell’est, la Polonia ha unito la sua voce a quella dell’Ucraina per denunciare «la coercizione della Russia che usa il gas come un’arma». I tedeschi, come di consueto, difendono Mosca. Ma intanto un summit speciale dell’Ue ha dovuto occuparsi di questo shock energetico, che si dirama in tutti gli angoli del pianeta.

«In futuro nessun investimento sui combustibili fossili». Questo obiettivo era stato ribadito a Milano, nel summit che doveva spianare la strada a Cop26, la conferenza delle Nazioni unite sul clima che si aprirà a fine mese a Glasgow. Ma l’obiettivo è reso aleatorio da quanto sta accadendo nel mondo reale. È scoppiato un nuovo shock energetico, che penalizza la ripresa economica post-Covid e potrebbe perfino farla deragliare nello scenario più catastrofico. L’imperativo immediato è reperire energie fossili, le uniche che possono impedire nel breve termine la chiusura di fabbriche, l’interruzione di attività, il rincaro esorbitante di bollette, tariffe, costi di trasporto. In Europa qualcuno silenziosamente riaccende centrali a carbone. È in gravi difficoltà la virtuosa Inghilterra, che negli anni passati aveva puntato sulle pale eoliche nel mare del Nord, e sul gas naturale come energia-ponte (fossile ma molto meno inquinante del carbone) verso l’obiettivo di zero emissioni. L’eolico ha tradito Londra fornendo meno energia del previsto. Il gas scarseggia sui mercati internazionali e i suoi prezzi sono nella stratosfera. Quando il Governo di Londra mette un limite ai rincari delle bollette, alcune utility rischiano di fallire, schiacciate tra i prezzi alla fonte che aumentano, e l’impossibilità di rivalersi sull’utente finale.

L’America potrebbe esportare più gas verso il vecchio Continente, se solo avesse costruito nuovi porti e terminali attrezzati. Governi di ogni colore e regimi politici di varia natura sono confrontati con lo stesso dilemma: scaricare sui consumatori gli effetti dello shock con bollette pesantissime; oppure razionare l’energia con tutto ciò che comporta per la ripresa dell’occupazione. In nessun luogo al mondo queste contraddizioni sono esplosive quanto in Cina. Lo shock energetico colpisce più duramente la Nazione più popolosa del pianeta, che continua anche ad avere la capacità manifatturiera più imponente. L’economia cinese, energivora, è dipendente a 360 gradi da tutte le fonti esistenti: dal carbone al solare, dal gas al nucleare, dal petrolio all’eolico. Le penurie hanno effetti drammatici in un Paese che aveva imboccato una ripresa vigorosa: si segnalano blackout a ripetizione (una piaga che un tempo era tipica dell’India non della Cina) e di conseguenza chiusure di fabbriche. Xi Jinping paga anche lo scotto della sua prepotenza: nei mesi scorsi ha messo un embargo contro le importazioni di energia dall’Australia per punire il Governo di Canberra (colpevole di aver chiesto un’indagine sulle origini del Coronavirus). Ora quel gesto arrogante si ritorce contro Pechino e pare che senza fare pubblicità alla retromarcia il Governo abbia ripristinato alcune importazioni di carbone australiano.

Ma è solo uno dei tanti aspetti dello shock che colpisce la Cina. Il regime comunista ha sempre cercato di tenere a bada l’inflazione per evitare tensioni sociali. Le forniture energetiche sono soggette a prezzi politici. Il calmiere sui prezzi è pericoloso: non trasmette ai consumatori il segnale che l’energia è scarsa e va risparmiata. La Cina è in una situazione difficile, con un piede nel futuro e uno nel passato. Accelera la sua corsa verso una leadership mondiale nelle fonti rinnovabili e vuole che l’Occidente dipenda da lei per auto elettriche e pannelli solari. Nel frattempo centinaia di milioni di cinesi lavorano perché le loro fabbriche ricevono corrente generata da carbone o gas. Le emissioni di Co2 della Cina, il 28% del totale planetario, sono il doppio di quelle americane e non accennano affatto a scendere.

I leader che hanno partecipato alla conferenza di Milano hanno sottolineato i cambiamenti positivi. «Gli Usa sono tornati con noi», ha detto il vicepresidente della Commissione Ue, Frans Timmermans. Ma una volta conclusi i doveri della diplomazia internazionale, ogni leader a casa sua affronta una realtà scomoda: l’inverno è alle porte, i consumi di energia da riscaldamento aumenteranno, nell’immediato bisogna consumare l’energia che c’è, non quella che vorremmo ci fosse. A livello mondiale il carbone continua a fornire il 40% della corrente elettrica; in Cina addirittura il 70%. Perciò, quando Xi s’impegna a non costruire più centrali a carbone nei Paesi destinatari degli investimenti delle Nuove vie della seta (Belt and road initiative), viene il sospetto che questa conversione ambientalista sia dettata dall’imperativo di non creare nuova domanda di carbone e garantire alla Cina stessa il massimo degli approvvigionamenti. Lo shock inflazionistico ha il vantaggio di rendere più competitive le fonti rinnovabili, ma i limiti del vento e del sole sono noti e ancora non abbiamo tecnologie in grado di superarli. Il nucleare resta tabù, malgrado un inizio di autocritica in alcune correnti dell’ambientalismo. La scienza e l’economia devono trovare risposte facendo i conti con i vincoli pesanti della realtà, che non si prestano alle semplificazioni degli slogan nei cortei.