Putin non vuole più attendere

Referendum – La riforma della Costituzione è oggetto della prossima consultazione, il suo iter era stato sospeso per il Covid e ora ripreso nonostante i numeri epidemici nel Paese siano poco rassicuranti
/ 15.06.2020
di Anna Zafesova

L’annuncio della fine del lockdown di Mosca è arrivato all’improvviso, poche ore prima: la sera dell’8 giugno Vladimir Putin si è congratulato con i russi per la «vittoria nella lotta» al virus, e si è scoperto che praticamente tutto avrebbe riaperto il giorno dopo, nonostante le misure antiepidemiche fossero state indette fino al 14 giugno, e il sindaco della capitale Sergey Sobyanin avesse già annunciato una probabile proroga della quarantena. Gli esperti dicono che l’appiattimento della curva dei contagi non è stato ancora raggiunto, e ogni giorno si registrano più di 8 mila casi nuovi di Covid-19, di cui 2-3 mila nella capitale.

Ma il Cremlino – che aveva già annunciato la fine delle «settimane non lavorative» a livello nazionale sul picco dell’epidemia – ha deciso il ritorno alla vita normale, per riesumare l’agenda politica di Vladimir Putin che la pandemia aveva cancellato: il 25 giugno inizierà il referendum sugli emendamenti costituzionali, di cui il più importante «azzera» i mandati precedenti del presidente e gli permette tecnicamente di farsi rieleggere ancora due volte, rimanendo al potere fino al 2036.

Un voto che era in programma per il 22 aprile, e che Putin aveva rinviato – insieme alla parata per il 75simo anniversario della vittoria sul nazismo, il 9 maggio – solo dopo che perfino alleati fidati come lo stesso Sobyanin lo avevano convinto che il voto in piena pandemia avrebbe provocato una strage. Il Cremlino però non può attendere oltre: durante i tre mesi di epidemia la fiducia nei confronti di Putin è scesa al minimo storico del 25%, rispetto al già scarso 35% di gennaio. Per mettere in sicurezza il capitale politico del presidente, le regole del voto sono state ulteriormente modificate con il pretesto dell’epidemia: le urne rimarranno aperte per una settimana, fino al 1. luglio, si potrà votare anche a casa e online, oppure in tende gonfiabili e altre strutture provvisorie.

Secondo le indiscrezioni pubblicate da alcuni media, anche i numeri di affluenza e voto favorevole richiesti dal Cremlino alle regioni sono gradualmente scesi: dal sogno di un plebiscito, Putin ora sembrerebbe pronto ad accontentarsi di un 55% di «sì» con un’affluenza del 55%.

Un risultato facilmente raggiungibile: rispetto alla media russa, questo voto – ufficialmente infatti non viene definito «referendum», anche perché il pacchetto degli emendamenti in realtà è già entrato in vigore – è ancora meno trasparente del solito, non solo grazie alle modalità inedite come il voto online, ma anche per via dell’assenza di osservatori nei seggi. Non sono nemmeno previsti dibattiti a favore o contro gli emendamenti – che prevedono anche maggiori poteri del presidente sui giudici e sul parlamento, la dichiarazione della supremazia delle leggi russe sul diritto internazionale e qualche dichiarazione ideologica di stampo conservatore come l’introduzione della definizione del matrimonio come unione tra un uomo e una donna, la menzione di dio o la proclamazione dei russi «popolo fondante dello Stato» – anche se i propagandisti governativi hanno già lanciato numerosi spot per pubblicizzare gli emendamenti.

Dai video che promuovono il voto sembra di capire che Putin abbia deciso di scommettere sul suo elettorato più fedele, gli anziani e i nostalgici dell’Urss, con spot che attaccano i gay e ricordano che tra gli emendamenti ci sarà anche la norma sull’indicizzazione delle pensioni. Allo stesso elettorato è rivolta anche la sfilata, che ora si terrà il 24 giugno, alla vigilia del voto.

Il problema è che dai sondaggi del Levada-zentr, unico istituto demoscopico indipendente della Russia, risulta che praticamente tutti gli altri strati della popolazione, inclusi i ceti meno abbienti solitamente molto leali al regime paternalista, manifestano un livello di scontento sempre più elevato, e il 28% si dichiara pronto a scendere in piazza per protesta contro le proprie condizioni.

La crisi economica, la gestione estremamente maldestra dell’epidemia, la scarsità di aiuti a imprese e lavoratori, l’inefficienza della sanità e l’occultamento delle statistiche reali sulla mortalità per Coronavirus, tutto questo ha eroso la fiducia verso il governo, e a pagarne le spese è stato proprio il presidente, che i russi da vent’anni erano abituati a vedere come l’uomo che risolveva i problemi.

Una crisi di consenso che ha aperto anche una crisi politica. Il sindaco di Mosca Sobyanin, il primo politico ad affiancare quando non surclassare per decisionismo il presidente in tutto il ventennio putiniano, ha prima introdotto il lockdown che il Cremlino era refrattario a imporre, e poi ha fatto sapere in maniera nemmeno troppo discreta di averlo abolito soltanto su richiesta diretta di Putin. Considerando che l’epidemia appare tutt’altro che sotto controllo, è probabile che in questo modo voglia scaricare sul presidente la responsabilità di un’eventuale impennata dei contagi come conseguenza del voto.

E il fatto che il portavoce del Cremlino abbia subito smentito, sostenendo che il sindaco avesse cambiato idea sulla quarantena di sua spontanea e improvvisa volontà, dimostra che anche la presidenza teme le conseguenze sanitarie delle decisioni politiche che ha preso. L’opposizione russa infatti è incline all’opzione di boicottare il referendum, e il leader della protesta Alexey Navalny ha annunciato ai suoi seguaci che la sua linea sarà quella di disertare i seggi, per tutelare la salute degli elettori e degli scrutatori e tentare di delegittimare il risultato.