Prove pechinesi di invasione

Taiwan, sono due gli ostacoli ad oggi insormontabili che la Cina incontra sul suo cammino verso la talassocrazia: Usa e Giappone
/ 08.08.2022
di Lucio Caracciolo

Ai primi di agosto la Cina ha svolto le prove generali dell’invasione di Taiwan. Ovvero, dal suo punto di vista, del ritorno sotto la sovranità della patria di quella provincia ribelle, situata allo strategico incrocio fra i Mari cinesi orientale e meridionale, quasi equidistante da Repubblica popolare cinese, Giappone e Filippine. Isola da riportare al suo ordine storico, insomma. Anche se – particolare omesso da Pechino – Taiwan e il suo arcipelago non sono mai stati parte della Repubblica popolare. E anche in età imperiale si trattava di periferie vegliate da lontano dal centro imperiale, assai poco interessato all’espansione negli oceani. Ciò che invece oggi rappresenta l’obiettivo strategico irrinunciabile della Cina di Xi Jinping, conscia che il libero accesso al Pacifico e all’Indiano comincia dalla sovranità sullo Stretto di Taiwan.

In questa inedita corsa alla talassocrazia, Pechino incontra almeno due ostacoli ad oggi insormontabili. Uno esplicito e recente, gli Stati Uniti d’America, che sull’egemonia nel Pacifico fondano la propria potenza mondiale. L’altro implicito quanto antico, il Giappone che deve ancora completare la sua rincorsa alla potenza piena, sovrana e credibile dopo la disfatta nella seconda guerra mondiale. Conflitto scoppiato, fra l’altro, per la supremazia in quelle medesime rotte oceaniche e sui relativi stretti, essenziali per un paese privo o quasi di materie prime. Tokyo non può ancora dispiegare tutto il suo notevole potenziale militare, ma partecipa in prima linea nel contenimento della Cina organizzato da Washington via Quad, l’informale alleanza fra India, Australia, Giappone e Stati Uniti.

Pretesto per le prove pechinesi d’invasione è stata la visita della presidente della Camera dei rappresentanti americana, Nancy Pelosi, a Taiwan. Solo poche ore, sufficienti ad agitare le acque dello Stretto di Taiwan e le cancellerie asiatiche come raramente prima. Grazie alla sua missione, accolta con grande fervore dal governo taiwanese e sigillata nel vertice a Taipei con la presidente indipendentista Tsai Ing-wen, Pelosi ha di fatto chiamato il bluff della «Cina unica». Ingegnosa formula diplomatica con cui finora Pechino e Washington hanno coperto i loro divergenti punti di vista sullo status dell’isola.

Taiwan è infatti il residuo territoriale della Repubblica di Cina fondata nel 1911-12 da Sun Yat-sen, suo primo presidente. Qui si rifugiarono i nazionalisti di Chiang Kai-shek nel 1949, dopo la conquista della Cina continentale da parte di Mao. Oggi l’autodefinizione di Repubblica di Cina, non riconosciuta dagli Stati Uniti e dalla grandissima maggioranza degli stati rappresentati alle Nazioni Unite, è messa in sordina dalle autorità di Taipei, che cercano di costruire un’identità taiwanese rimuovendo le origini cinesi in favore della nuova nazionalità locale. I 24 milioni di taiwanesi sono pur sempre han al 95 per cento, il resto minoranze austronesiane aborigene. La consapevolezza di rappresentare una nazione a parte cresce, senza però che si affermi la disponibilità a proclamarsi indipendenti: in tal caso la guerra con la Cina sarebbe scontata. E il supporto americano o altrui tutto da dimostrare. Ora che le tensioni sino-americane sono al diapason nulla permette di escludere che per caso o intenzione si arrivi prima o poi allo scontro diretto fra Cina e Usa su Taiwan. Il viaggio di Pelosi, di fatto riconoscendo che le Cine sono due, una buona perché democratica e amica degli Stati Uniti (Taiwan) l’altra cattiva perché autoritaria e nemica di Washington (Repubblica popolare) rende questa prospettiva meno improbabile.

Xi ha definito «operazioni militari mirate» le esercitazioni aeree, navali e missilistiche che dal 4 agosto hanno interessato sei aree intorno a Taiwan, circondata a simulare un blocco totale, preludio allo sbarco. Insieme, ecco il classico meccanismo delle sanzioni. Tra cui la fine delle esportazioni di sabbia cinese verso l’isola. Sabbia che non serve a fare castelli in spiaggia ma ad alimentare la produzione dei semiconduttori, di cui Taiwan è leader mondiale. Di tale decisiva tecnologia quella polvere di roccia sedimentaria è componente essenziale.

La reazione cinese si spiega anche con l’avvicinarsi del Congresso del Partito comunista, previsto quest’autunno. Salvo sorprese, Xi otterrà il suo terzo mandato da leader massimo. Ma la sua discutibile gestione del Covid e la crisi del sistema economico cinese – tutt’altro che congiunturale – hanno oscurato il suo prestigio e provocato in patria reazioni e proteste non sempre ovattate. Presentarsi come portabandiera della nazione offesa dagli americani è quindi necessità. Molti si aspettavano qualcosa di più. Specie nella blogosfera e in genere nei social, non sempre permeabili alla censura di stato, le frange estreme del nazionalismo cinese invocavano di abbattere l’aereo di Pelosi, anche a rischio della guerra aperta con gli Usa. Il bilancio della visita di Nancy Pelosi a Taipei è prematuro. Ma tutto lascia prevedere, almeno nei prossimi mesi, l’inasprimento della già acuta tensione fra Washington e Pechino. Sullo sfondo della guerra in Ucraina, il clima è poco promettente. Se non invertiranno la rotta, americani e cinesi si troveranno a incrociare le spade prima di quanto pensino o vogliano. In quei mari, le guerre «per incidente» non sono così rare eccezioni.