Potenze in gara per il petrolio

Il dopo Gheddafi – L’affaccendarsi attorno alla Libia ricorda le schermaglie diplomatiche del Dopoguerra, quando si discuteva del destino delle ex colonie italiane e l’Unione Sovietica chiedeva l’amministrazione fiduciaria della Tripolitania
/ 14.08.2017
di Alfredo Venturi

Secondo Ghassam Salamé, inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libia, non è realistico ignorare il generale Khalifa Haftar. A capo di un’agguerrita milizia, Haftar è padrone della Cirenaica, controlla importanti posizioni in Tripolitania e gode di autorevoli agganci internazionali. Questo ambizioso ufficiale, che fu avversario di Gheddafi e lungamente esule negli Stati Uniti, non ha esitato a definire Fayez al-Serraj, capo del consiglio presidenziale libico nato nel 2015 con l’accordo di pace mediato dall’Onu, niente altro che un fanfarone. Lo ha detto dopo averlo incontrato a Parigi, e dopo avergli stretto la mano sotto lo sguardo compiaciuto del presidente Emmanuel Macron, regista della spregiudicata manovra diplomatica. Qualche giorno più tardi Fathi al-Majbari, uno dei quattro vice di al-Serraj, ha avuto parole durissime sull’accordo che quest’ultimo ha stretto con il governo di Roma, a proposito di una collaborazione con la guardia costiera libica che non esclude la presenza della marina italiana in quelle acque territoriali. «Violazione della nostra sovranità nazionale», tuona al-Majbar

A Roma si minimizza, parlando di polemiche interne che non ostacolano una missione pensata per combattere il traffico di esseri umani aiutando la Libia a contenere le partenze. Forte del supporto di Salamé, sia pure accompagnato dall’invito a non trascurare il signore della guerra di Tobruk, l’Italia continua a puntare sull’Onu. Mentre fosche nubi si addensano sulla prospettiva di respingere i migranti verso un Paese non certo in prima linea nella difesa dei diritti umani, dove si arriva a sparare contro le navi delle organizzazioni umanitarie, preoccupa che una politica così carica di insidie poggi su un governo debole come quello di al-Serraj. Preoccupano anche le iniziative scoordinate di Italia e Francia, Paesi ufficialmente amici che nell’appartenenza all’Unione Europea dovrebbero trovare le basi per una politica unitaria su temi come le migrazioni e l’approccio al problema Libia.

Il fatto è che sul caos aperto dalla caduta di Gheddafi si è scatenata una sorta di gara internazionale. Con una classica motivazione di fondo: il petrolio, l’immensa ricchezza che giace nel sottosuolo libico e che soltanto in parte le attuali convulsioni politiche e militari permettono di portare sui mercati.

Non ignorare Haftar, consiglia l’inviato Onu. Di fatto sono in pochi a ignorarlo, la sua posizione di forza in Cirenaica e nel resto della Libia non lo condanna certo alla solitudine di al-Serraj, che ha soltanto Roma come capitale amica. Il generale è appoggiato apertamente dall’Egitto di al-Sisi, dagli Emirati Arabi Uniti e dalla Russia, sottotraccia dalla Francia, indirettamente dagli Stati Uniti che ne valutano positivamente il potenziale anti-jihadista. Secondo fonti algerine il presidente russo Vladimir Putin gli assicura forniture di mezzi blindati e apparati di sorveglianza elettronica, ottenendone in cambio l’accesso a basi navali e aeree. La Russia allarga così la sua presenza nel Mediterraneo dopo la posizione che già si è garantita in Siria.

Questo attivismo di Mosca nell’area non è certo nuovo. Negli anni del primissimo Dopoguerra, quando si dibatteva sul destino delle colonie italiane, quella stessa Unione Sovietica che aveva sempre condannato ogni velleità coloniale chiese che le si affidasse l’amministrazione fiduciaria di due fra i territori in discussione, la Tripolitania e l’Eritrea. Si parlò addirittura di baratto Trieste-Tripoli: pur di insediarsi in Libia, Mosca era disposta a premere sulla Jugoslavia per frenarne le mire sulla città adriatica.

L’amministrazione fiduciaria, o trusteeship, è la versione Onu del vecchio mandato della Società delle Nazioni. Prevede la presa in carico di un territorio, sotto supervisione internazionale, con lo scopo di pilotarlo verso l’indipendenza entro un termine concordato. Ovviamente Mosca contava di approfittare del periodo di gestione per stabilizzarsi nella regione riproponendo una storica tendenza russa, la proiezione verso i «mari caldi». Le cose finiranno diversamente: dopo il fallimento di un’ipotesi di spartizione (Tripolitania indipendente dopo una fase di trusteeship italiana, Cirenaica e Fezzan affidati rispettivamente alla Gran Bretagna e alla Francia), fu scelta l’indipendenza per l’intera Libia, mentre l’Eritrea veniva annessa all’Etiopia con statuto di autonomia e la Somalia avviata alla condizione di Stato sovrano dopo un decennio di amministrazione fiduciaria italiana.

Le politiche di allora rispondevano a considerazioni di prestigio e di posizionamento strategico, le attuali mettono in campo il ruolo dirompente del petrolio, di fronte al quale valori come l’amicizia franco-italiana e la solidarietà europea si affievoliscono vistosamente. Sono visibili in controluce, alle spalle dei molti attori che si agitano sulla scena libica cercando di districarsi fra una miriade di tribù litigiose e oltre duecento milizie armate, le grandi compagnie in competizione attorno ai giacimenti. Sono in lizza l’italiana ENI, la francese Total, la britannica BP, l’anglo-olandese Shell, mentre la russa Gazprom scalpita per partecipare al banchetto, puntando le sue carte sulla politica imperiale di Putin. Quanto all’Italia, la sua posizione è resa precaria da due elementi: l’ingombrante passato coloniale che rende delicatissima ogni mossa, la massiccia ondata di varia umanità che dai porti della Libia salpa verso le sue coste nella sostanziale indifferenza del resto d’Europa. Perché i migranti, questa l’amara verità, contano assai meno del petrolio.