Mosca scherza con l’atomo

L’incognita della centrale di Zaporizhzhia, in Ucraina, e altri disastri
/ 15.08.2022
di Anna Zafesova

Dopo il grano, l’atomo. Il nuovo ricatto della Russia al mondo vede al centro la centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande in Europa, intorno alla quale piovono missili e sul cui stato circolano notizie inquietanti quanto impossibili da verificare. Da marzo la centrale ucraina è in mano all’esercito russo, che l’ha conquistata dopo battaglie che avevano tenuto tutta l’Europa con il fiato sospeso: i combattimenti si sono svolti nelle immediate vicinanze dei reattori. Ora, mentre immagini satellitari mostrano concentrazioni di mezzi militari russi all’ombra degli impianti, la Russia accusa gli ucraini di aver bombardato la centrale, mentre Kiev incolpa Mosca di aver inscenato l’attacco per poi accusare l’Ucraina di voler provocare un’apocalisse nucleare. L’accesso alla centrale resta bloccato e – mentre un suo operatore anonimo ha rivelato alla Cnn che i colpi di artiglieria hanno danneggiato una cisterna di idrogeno e scalfito il deposito di combustibile esausto – l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Iaea) non è riuscita a ottenere l’accesso a Zaporizhzhia per verificare il livello del pericolo.

Una situazione che ha messo in allarme tutto il mondo. I ministri degli esteri dei paesi del G7 hanno chiesto formalmente alla Russia di «restituire immediatamente la centrale di Zaporizhzhia all’Ucraina». Dello stesso parere è il direttore dell’Iaea Rafael Grossi, che vorrebbe guidare personalmente un’ispezione alla centrale atomica, e che ha chiesto a Mosca di consegnare subito Zaporizhzhia «sotto il controllo totale del suo legittimo proprietario, visto che è proprio il possesso della centrale da parte della Russia a minacciare l’intera regione». Gli scienziati ucraini hanno già immaginato il possibile impatto di un incidente di scala 7 nella centrale – il massimo secondo l’Iaea, cioè un disastro sul modello di Chernobyl o Fukushima – giungendo alla conclusione che, in base ai venti, a venire colpita dalla nube radioattiva sarebbe buona parte del bacino del Mar Nero, in particolare la Crimea, la Bulgaria e la Romania, oltre alle regioni meridionali della Russia, mentre la regione ucraina di Zaporizhzhia (oggi parzialmente occupata dalle truppe di Putin) rischierebbe di diventare troppo contaminata per poterci abitare. Ai rischi già esistenti si aggiunge la dichiarazione del generale russo Vladimir Vassilyev, riportata da alcuni social media russi, che avrebbe annunciato di aver minato l’impianto atomico perché «o sarà russo, o ne rimarrà un deserto bruciato». Una minaccia considerata dall’Institute for the Study of War di Washington una «fake news», che però sarebbe stata messa in circolazione dai militari russi per distogliere l’attenzione dal fatto che le truppe di Putin stanno trasformando l’impianto atomico in una base militare, probabilmente convinti di essere così al sicuro dai sempre più frequenti attacchi missilistici ucraini contro le loro postazioni.

La Russia settimana scorsa ha addirittura convocato una seduta del Consiglio di sicurezza dell’Onu per discutere della situazione a Zaporizhzhia, con l’evidente intento di accusare gli ucraini di volere una imminente catastrofe, e di spingere gli occidentali a desistere dal sostegno a Kiev. Una tecnica già utilizzata nella crisi del grano, quando la Russia ha bloccato per mesi le navi nei porti ucraini per poi accusare Volodymyr Zelensky di voler affamare l’Africa e il Medio Oriente, mentre terrorizzava l’Europa con un’ondata di profughi affamati. Un ricatto che non ha funzionato e, mentre le navi con il grano ucraino hanno ricominciato a viaggiare, il Cremlino ha calato una carta più pesante. Anche perché la situazione sul fronte è sempre più sfavorevole a Putin: la controffensiva ucraina nel sud è già in corso, e gli attacchi con i missili americani Himars stanno isolando le truppe russe nella regione di Kherson e colpendo basi militari e depositi di munizioni anche nei territori occupati già dal 2014, come la Crimea e il Donbass. Sia il governo di Kiev che molti esperti militari parlano di una ritirata cui i russi verranno costretti nelle prossime settimane, e la trasformazione della centrale atomica di Zaporizhzhia in una base militare russa potrebbe essere funzionale a difendere almeno una parte dei territori già conquistati, che il «governatore» degli occupanti dichiara verrebbero annessi alla Russia in seguito a un «referendum» a settembre. Un’altra ipotesi è la tattica della terra bruciata: Petro Kotin, capo dell’ente nucleare ucraino, sostiene che la Russia vorrebbe staccare la centrale dalla rete nazionale, lasciando al buio buona parte del sud del paese, e creando notevoli rischi di incidente nucleare al momento dell’operazione (che prevede di affidare l’alimentazione del raffreddamento dei reattori a generatori a gasolio di emergenza).

Un giocare con il fuoco, anzi, con l’atomo, che la Russia peraltro aveva già fatto all’inizio dell’invasione, quando aveva occupato la famigerata centrale di Chernobyl, mettendo a rischio il sarcofago che contiene tonnellate di scorie nucleari liberate in seguito all’incidente del 1986. Secondo alcune fonti, è stata proprio la gestione avventata del sito contaminato ad aver costretto i russi a ritirarsi qualche settimana dopo, con centinaia di soldati gravemente ammalati dopo aver eseguito l’ordine di scavare trincee in una terra intrisa di scorie radioattive. Non è dato sapere quale sia stato l’impatto di questa follia sull’ambiente circostante e sui civili che abitano fuori dalla zona di esclusione. Il costo umano della guerra è talmente devastante da far dimenticare quello ambientale, che però sarà elevatissimo. Edifici demoliti, macerie tossiche, condotti idrici distrutti, lasciando migliaia di persone senza acqua potabile, come a Mariupol, dove durante l’assedio russo molti abitanti sono morti bevendo acqua dai termosifoni o sciogliendo la neve. Ma il pericolo maggiore sono i bombardamenti di impianti industriali: le autorità filorusse di Donetsk hanno denunciato la fuga di ammoniaca da una fabbrica di birra colpita dagli ucraini perché nascondeva magazzini di munizioni, mentre a Kiev ci sono stati frequenti allarmi inquinamento quando l’aria diventava intrisa di particelle di depositi di combustibile fatti saltare dai missili russi.

Un pericolo che non riguarda solamente le città e le infrastrutture industriali. Il Servizio statale per le situazioni d’emergenza ucraino ha appena comunicato di aver spento più di 200 incendi scoppiati nei campi a seguito dei combattimenti, cercando di salvare il raccolto dai missili. In tante altre zone però, soprattutto nel Donbass, i campi sono diventati terra bruciata per l’intensità del fuoco di artiglieria. Nei territori occupati, come a Mariupol, sono gli stessi partigiani a incendiare il grano maturo nei campi, per evitare che finisca in mano agli invasori.