Marx e la questione irlandese

Le date che hanno cambiato la storia: 3 – Nel 1871 il profeta del comunismo denunciò l’immigrazione come un flagello per la classe operaia. Ma la sua dura critica agli effetti economici passa oggi sotto silenzio
/ 20.08.2018
di Federico Rampini

È una carestia così spaventosa, che fa crollare di un quarto la popolazione di una nazione. Non è una storia che viene dall’Africa subsahariana, né c’entrano guerre civili o genocidi etnici. È la Grande Fame che colpisce l’Irlanda a partire dal 1845. Nella memoria storica degli irlandesi quella fame è un «buco nero» orrendo nella storia di un popolo, una tragedia che inghiottì famigliari, costrinse alla fuga, creò un esercito di migranti poveri. Al di fuori dell’Irlanda si usa spesso il termine «carestia delle patate». Una delle cause infatti fu una malattia della patata che devastò i raccolti in tutta l’Europa settentrionale. Il suo impatto fu più grave in Irlanda perché sull’isola quasi il 40% della popolazione aveva solo le patate come mezzo di sussistenza.

Il bilancio di quella carestia fu spaventoso: fra il 1845 e il 1849 un milione di irlandesi morì di fame; un altro milione cercò scampo nell’emigrazione, andando a riempire i ranghi sociali più bassi e a svolgere i lavori più degradanti in America e in Inghilterra. Spesso il primo porto d’arrivo per gli emigranti irlandesi era Liverpool, città la cui fisionomia e cultura da allora recano un’indelebile impronta irlandese. Di là dall’Atlantico c’erano New York e Boston, anch’esse segnate per sempre dall’influsso degli irlandesi che sfuggivano al «genocidio naturale» da carestia.

La quantità di emigranti che fuggirono da un minuscolo paese come l’Irlanda, è impressionante: nel 1890, meno di mezzo secolo dopo la carestia delle patate, il 40% della popolazione irlandese si trovava all’estero, uno «svuotamento» senza precedenti in un arco storico così breve. In molte parti del mondo anglosassone l’immigrazione irlandese è diventata una «success-story». In America in particolare, l’ascesa sociale degli irlandesi li ha portati ai vertici della nazione, in posizioni influenti: la famiglia Kennedy, l’industriale dell’automobile Henry Ford, il regista John Ford, il mago dei cartoni animati Walt Disney, il Nobel della letteratura Eugene O’Neil e la scrittrice Flannery O’Connor, sono solo una minuscola frazione dei tanti irlandesi-americani illustri.

Non fu sempre facile essere irlandesi in America. Anzi. La religione cattolica che era maggioritaria fra gli irlandesi ne faceva il bersaglio ideale per pregiudizi e discriminazioni da parte della popolazione anglo-protestante che formava il nucleo originario degli Stati Uniti. Venivano descritti come dei bigotti, prigionieri di una religione retrograda, manipolati dal papa di Roma e dai suoi sacerdoti. Insomma gli irlandesi fecero da cavia per ostilità e pregiudizi che poi furono applicati agli italiani o ai polacchi.

Ma non c’entra solo il razzismo. In realtà gli irlandesi formano una delle prime ondate di immigrazione economica nel boom dell’industrializzazione americana. La manodopera irlandese viene usata dalle dinastie capitaliste per abbassare i salari, dividere e indebolire il movimento operaio mettendo gli «autoctoni» in concorrenza coi nuovi venuti. Per gli irlandesi che hanno rischiato la vita, prima con la carestia delle patate a casa propria, poi con la traversata dell’Atlantico, accettare qualsiasi lavoro pesante e qualsiasi salario è inevitabile. Ma una volta sbarcati sull’altra sponda dell’Atlantico, che il loro arrivo impoverisca gli operai americani era chiaro a tutti: padroni e attivisti sindacali.

Del resto tutto questo era già avvenuto prima. In Inghilterra. L’utilizzo iniziale della manodopera irlandese come un’arma anti-operaia è stato sperimentato all’origine nella patria della Rivoluzione Industriale. Uno dei primi a denunciare l’immigrazione come un flagello per la classe operaia è il profeta del comunismo, Karl Marx. L’autore del Capitale e del Manifesto del partito comunista era di origine tedesca ma visse a Londra e studiò con particolare attenzione l’economia inglese visto che era la più ricca e moderna a quei tempi. Insieme al suo amico e sodale Friederich Engels, fu un attento osservatore della condizione operaia. E fu uno dei primi in una lunga tradizione di critica dell’immigrazione da sinistra. I giudizi di Marx sulla «questione irlandese» sono esemplari: non demonizza gli immigrati, ma spiega che il loro arrivo danneggia gli operai inglesi.

Il 9 aprile 1870, Karl Marx scrive una lunga lettera a Sigfrid Meyer e August Vogt, due dei suoi collaboratori negli Stati Uniti. Il tema principale è la «questione irlandese», gli effetti dell’immigrazione in Inghilterra. «Ogni centro industriale e commerciale in Inghilterra possiede ora una classe operaia divisa in due campi ostili, proletari inglesi e proletari irlandesi. L’operaio comune inglese odia l’operaio irlandese come un concorrente che comprime il livello di vita. … Questo antagonismo è il segreto dell’impotenza della classe operaia inglese, a dispetto della sua organizzazione. Esso è il segreto della conservazione del potere da parte della classe capitalistica. E quest’ultima lo sa benissimo».

Marx non era infallibile, le sue analisi e le sue profezie talvolta si sono rivelate errate. Però è singolare che in questa fase di «riscoperta di Marx» – segnalata da una fioritura di saggi che ne rivalutano alcune intuizioni – ci sia una congiura del silenzio per cancellare la sua dura critica agli effetti economici dell’immigrazione. Se sei di sinistra, se sei progressista, oggi è diventato «politically correct» fare le seguenti affermazioni: primo, gli stranieri vengono a fare lavori che noi non vogliamo più fare; secondo, il loro arrivo ci arricchisce o addirittura è un toccasana per risanare il bilancio delle nostre pensioni. Raramente ci si preoccupa di fare delle verifiche puntuali, precise, su casi concreti. Sono dei dogmi, guai a metterli in discussione.

«L’immigrato viene a fare lavori che noi non facciamo più»? In certi casi è vero. Probabilmente i giovani laureati in cerca di lavoro non vogliono fare la raccolta dei pomodori, per questo in California la fanno i messicani e in Campania la fanno gli africani. Questo è un caso estremo; ma ci sono tanti altri lavori, anche umili, per i quali gli immigrati sono in concorrenza diretta con i nostri connazionali poveri, in America come in Inghilterra o in Italia. Se dai braccianti agricoli si passa alle badanti – altro lavoro in espansione per l’invecchiamento demografico – già si scopre che non necessariamente «sono disposti a farlo solo straniere e stranieri». Dipende, per esempio, dalle condizioni di lavoro e in particolare dal livello retributivo. Ci sono tanti cittadini americani o inglesi o italiani che fanno lavori pesanti, faticosi, degradanti o pericolosi, certamente «disprezzati» nella scala dello status sociale. Addetti alle pulizie, fattorini delle consegne, vigilantes e addetti alla sicurezza, giardinieri, muratori, camerieri, e tanti altri. Sono questi la «nuova classe operaia», subentrano ai colletti blu tradizionali perché le industrie classiche sono state delocalizzate nei paesi emergenti.

Abbiamo meno metalmeccanici di una volta, ma aumentano i «riders» che in bicicletta fanno le consegne a domicilio. Questa nuova classe operaia spesso è meno pagata di quella tradizionale, meno organizzata, meno sindacalizzata. Tra le cause della sua debolezza c’è proprio il fatto che i datori di lavoro possono facilmente sostituirla con manodopera immigrata. Queste domande scomode, alcuni economisti di sinistra hanno cominciato ad affrontarle, «riscoprendo Marx» 150 anni dopo, ma soprattutto riscoprendo la regola d’oro della scienza: non devi dare per scontato nulla. Se sei serio, devi verificare ogni affermazione. Fai la fatica di effettuare ricerche sul campo, metti i luoghi comuni alla prova della realtà concreta. Lo shock di Brexit ha funzionato un po’ come una scossa elettrica in certi ambienti accademici dove la ricerca sull’immigrazione si era intorpidita o seguiva solo le tesi gradite al politically correct.

Tra questi economisti c’è Robert Skidelsky, considerato come uno dei più autorevoli seguaci di John Maynard Keynes, il grande economista progressista che teorizzò politiche audaci per salvare l’Occidente dalla Depressione degli anni Trenta.

Skidelsky di recente ha messo alla prova i luoghi comuni della sinistra sull’immigrazione. Cominciando col ricordarci tutte le ragioni per cui storicamente era la destra liberale a volere le frontiere aperte. La teoria economica classica, spiega Skidelsky, ci dice che l’immigrazione arricchisce il paese che la riceve, sia pure dopo un certo intervallo temporale. Nella teoria liberista il meccanismo classico è questo: l’aumento di forza lavoro fa scendere i salari, aumenta i profitti, ma questi profitti vengono reinvestiti, la crescita economica si rafforza e alla fine i salari aumentano. Skidelsky cita la ricerca del suo collega Robert Rowthorn dell’università di Cambridge, per dimostrare che quella teoria «è piena di buchi».

Tanto per cominciare, l’intervallo temporaneo prima che l’effetto sia benefico sui salari può essere molto lungo, fino a dieci anni. Inoltre la pressione al ribasso sulle retribuzioni può continuare per sempre, se l’immigrazione non si arresta e quindi c’è un aumento costante di manodopera. «L’affermazione che gli immigrati tolgono lavori alla manodopera locale e ne riducono i salari, può essere talvolta esagerata, ma non sempre è sbagliata».

Va ricordata la differenza tra la ricchezza di una nazione misurata dal suo Pil e il benessere economico dei singoli cittadini misurato dai rispettivi redditi. Se cresce la popolazione – per esempio con l’afflusso di stranieri – la ricchezza nazionale cresce. Ma ciò non significa affatto che i singoli cittadini stiano meglio. Ci può essere una crescita generale del paese, all’interno del quale alcune categorie s’impoveriscono.