Luce ora, ombre domani

Italia – I crediti accumulati in sede comunitaria dovranno fare i conti con i malumori che il presidente del consiglio registra sul fronte interno
/ 27.07.2020
di Alfredo Venturi

Con il viso segnato dall’interminabile maratona Giuseppe Conte è tornato da Bruxelles cantando vittoria: adesso possiamo far ripartire l’Italia e cambiare volto al Paese. Dopo quattro giorni di trattative serrate il Consiglio europeo ha varato l’«Europa della prossima generazione» e per alimentare la rinascita dell’Unione ha mobilitato il fondo di ricostruzione, un pacchetto di 750 miliardi di euro che saranno rastrellati sul mercato obbligazionario. L’euforia di Conte si deve al fatto che il ventotto per cento di quella cifra, oltre 209 miliardi, servirà a sanare le ferite aperte dalla pandemia nel tessuto dell’economia italiana. Si tratta di prestiti ma anche di sovvenzioni a fondo perduto: rispettivamente 127 e 82 miliardi.

Il sollievo del presidente è un segnale di scampato pericolo: i cosiddetti Paesi frugali non sono riusciti a minimizzare lo sforzo solidaristico europeo né a imporre il diritto di veto sugli interventi per ogni singolo stato membro. Dovranno accontentarsi di sconti, peraltro sostanziosi, nei contributi al bilancio dell’Unione, di una votazione a maggioranza sui piani d’investimento dei Paesi che ricorrono al fondo (permetterebbe la bocciatura se i contrari rappresentassero più del 35 per cento dei cittadini europei), e del cosiddetto freno di emergenza, cioè l’estremo ricorso al Consiglio europeo in sede di verifica di attuazione.

Dunque Conte si sente rafforzato, e indubbiamente lo è, da questa manifestazione di una solidarietà del resto ben motivata anche sul versante degli interessi. L’Italia è il terzo produttore, importatore ed esportatore europeo, in fondo a nessuno, Germania in testa, conveniva lasciar naufragare un partner commerciale di queste dimensioni. 

Ma i crediti accumulati in sede comunitaria devono fare i conti con i malumori che il presidente del consiglio registra sul fronte interno. Il suo profilo politico è assai controverso. La sua gestione della pandemia, fondata su misure adottate in beata solitudine sotto la copertura dell’emergenza, ha infastidito non soltanto l’opposizione ma anche molti degli alleati nella coalizione governativa. Tanto più che appena rientrato dal Consiglio europeo Conte ha dato l’impressione di voler nuovamente aggirare il parlamento annunciando la creazione di una task force per gestire la ricostruzione. In pratica rivendicando per sé il controllo della gestione. E così, mentre l’opposizione lo accusa di essere andato a Bruxelles col cappello in mano, fremiti critici scuotono la sua stessa maggioranza.

Per esempio sulla questione del Mes, il meccanismo europeo di stabilità che si preferisce chiamare fondo salva-stati. Nonostante sia stato neutralizzato, nel senso che a chi vi farà ricorso non saranno imposte condizioni paralizzanti come quelle che una decina di anni fa tramortirono la Grecia, il Mes rimane uno spauracchio. Normalmente viene evocato proprio in riferimento alla triste sorte di Atene brutalizzata dalla troika e sottoposta a un mortificante controllo internazionale. Uno dei componenti della maggioranza, il Movimento cinque stelle, di meccanismo di stabilità non vuole nemmeno sentir parlare.

Il presidente dice che la questione non è all’ordine del giorno, lasciando intendere che si può benissimo farne a meno. Ma la forza dominante della coalizione, il Partito democratico, insiste attraverso il suo segretario Nicola Zingaretti perché si usi questo strumento, ormai condizionato solo dall’obbligo di impiegarlo unicamente per coprire gli investimenti nella sanità. Tanto più che la maggior parte delle risorse del fondo di ricostruzione arriveranno fra il 2021 e il 2022, mentre le spese per la sanità sono urgentissime.

È proprio l’orizzonte temporale a turbare i sonni del presidente. Bruxelles dovrà approvare i piani di rilancio, ma considerati i tempi burocratici e politici italiani ci si chiede quando saranno pronti. Lui vorrebbe fare tutto e subito, fra l’altro chiede una proroga dello stato d’emergenza sanitaria che gli permetta di ricorrere ancora ai famigerati decreti del presidente del consiglio. Incombono delicate scadenze politiche come l’imminente autunno elettorale, quando si voterà in alcune regioni e sarà sottoposto agli elettori l’insidioso referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari.

O come l’autunno 2021, quando scatterà il semestre bianco durante il quale il capo dello stato vedrà sospeso il suo potere di scioglimento delle camere. Se riuscirà ad arrivarci, la sua inquieta maggioranza potrà affrontare il nodo della scelta di un nuovo presidente della repubblica. Se invece si dovesse rinnovare il parlamento prima di quella scadenza, i sondaggi attuali rivelano che con ogni probabilità sarebbe il centrodestra a disporre della maggioranza, e dunque a pilotare l’elezione del capo dello stato.

Un domani pieno di ombre dunque, per il primo ministro reduce dallo scontro con il collega olandese Mark Rutte, capofila degli intransigenti. Un duello che soltanto la sapiente mediazione della cancelliera tedesca Angela Merkel ha potuto ricondurre nell’alveo di un negoziato capace di produrre il sospirato compromesso. Di fronte a queste incerte prospettive lo conforta un dato: nonostante un certo ridimensionamento del suo vantaggio sugli avversari, Conte è ancora saldamente in testa alla graduatoria dei leader politici più popolari. Anche se qualcuno gli contrappone l’autorevole figura di Mario Draghi, ex presidente della Banca centrale europea, come premier ideale, la sua immagine, che la controversa gestione dell’emergenza sanitaria non ha scalfito più di tanto, potrebbe essere rafforzata da quello che lui considera il grande successo del Consiglio europeo. Eppure un’opposizione sempre più dura contesta i risultati ottenuti a Bruxelles.

Secondo Matteo Salvini si tratta senz’altro di «una fregatura», a parere del leader leghista il fondo di ricostruzione è vessatorio come il Mes, con la sola differenza che a vigilare, al posto della troika, sarà la Commissione europea. Quanto a Giorgia Meloni, che guida l’altra formazione anti-governativa, i Fratelli d’Italia, dice che Conte ha fatto quel che poteva ma alla fine è rientrato con il Paese «commissariato da Rutte».

A parte ogni forzatura polemica resta il fatto che al di là dell’unità ritrovata nell’Unione, e delle intese strettamente contabili, questo Consiglio dei Ventisette ha sferrato un colpo al dilagante euro-scetticismo italiano, ribadendo quella collocazione europea, dunque occidentale, dell’Italia che alcuni recenti «giri di valzer» in politica estera parevano aver messo in discussione. Come i calorosi rapporti con la Cina, con l’adesione alla nuova Via della seta, l’assordante silenzio di Roma sulla situazione a Hong Kong, la questione della tecnologia 5G che prima di una precisazione correttiva del ministro degli esteri Luigi Di Maio si voleva affidare proprio ai cinesi.

O come la relazione privilegiata con la Russia di Vladimir Putin, che è stata presente nelle province italiane aggredite dal Coronavirus con una vera e propria missione militare, per tacere del distacco italiano dalle posizioni occidentali sul turbolento Venezuela di Nicolás Maduro. C’è chi parla di tradimento dell’Occidente, e chi si augura che l’esito della maratona brussellese lo abbia scongiurato.