L’ombra cinese sul clima

Joe Biden punta a dimezzare le emissioni nocive americane entro nove anni ma i suoi sforzi sono legati a doppio filo alla direzione della crescita asiatica. Intanto Pechino diventa leader nella produzione di pannelli solari
/ 26.04.2021
di Federico Rampini

A che punto è la lotta all’emergenza climatica, e quanto è legata alle sorti della rivalità strategica fra America e Cina? Un quadro della situazione è stato fornito la scorsa settimana dal summit virtuale sulla lotta al cambiamento climatico convocato da Joe Biden nell’Earth day. Il presidente Usa lo ha aperto lanciando un nuovo impegno: il suo Governo punta a tagliare del 50 per cento le emissioni carboniche degli Stati uniti entro la fine di questo decennio, cioè nell’arco di 9 anni, rispetto al livello che queste emissioni avevano raggiunto nel 2005. È quasi il doppio di quanto aveva promesso Barack Obama firmando gli accordi di Parigi nel 2015. Se mantiene questa promessa, l’America farebbe la sua parte per limitare il riscaldamento climatico a 1,5 gradi, la soglia massima indicata dalla comunità scientifica e accolta negli accordi di Parigi. Ma il raggiungimento dell’obiettivo dipende da molte condizioni. Anzitutto se gli stessi Usa saranno davvero in grado di centrare l’obiettivo indicato da Biden. E poi dipende dagli altri, Cina in testa: ormai responsabile di una creazione di CO2 doppia rispetto agli Stati uniti.

Il summit presieduto da Biden riuniva i leader europei, i suoi omologhi cinese Xi Jinping e russo Vladimir Putin, 40 capi di Governo, tra cui i 17 leader delle Nazioni responsabili per l’80 per cento delle emissioni di CO2. La questione cinese domina su tutto, anche per i suoi riflessi nel dibattito politico americano. Un autorevole esponente del partito repubblicano, il deputato Garret Graves che è il capo dell’opposizione all’interno della Commissione parlamentare sul clima, ha dichiarato: «Tutto quello che facciamo noi sarà annullato al quadruplo dai cinesi, se non fermano la loro crescita incontrollata delle emissioni». Purtroppo è la verità. L’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) lancia l’allarme: il 2021 rischia di essere segnato da un record tragico, il secondo anno più dannoso della storia per la quantità di CO2 rilasciata nell’atmosfera. La causa è prevalentemente la crescita asiatica, in particolare cinese. Le emissioni a fine anno potrebbero aumentare di 1,5 miliardi di tonnellate, raggiungendo i 33 miliardi, l’aumento più grosso dal 2010, secondo le stime Aie. È un brutale capovolgimento rispetto al 2020 che invece aveva visto un calo di emissioni, legato alla recessione da lockdown (non in Cina però, dove hanno continuato a crescere).

Il 2020 si era chiuso con un calo del 6 per cento. Ma con la ripresa delle economie asiatiche e di quella americana nel 2021 il consumo di energia dovrebbe crescere del 4,5 per cento tornando ad avvicinarsi al record storico del 2014. Il problema è che la parte più dinamica dell’economia mondiale, cioè la Cina e le Nazioni asiatiche più legate al suo ciclo, aumenteranno il consumo di carbone, del 4,5 per cento. Un leggero aumento nel consumo di carbone è previsto anche in Europa e negli Usa.

A fronte di queste proiezioni risulta ancora più cruciale la posizione della Cina. Xi Jinping ha proclamato che il suo Paese «raggiungerà il picco delle emissioni nel 2030 e da quel momento inizierà il declino», il che significa che per altri 9 anni la situazione è destinata a peggiorare, per il mondo intero. L’altro obiettivo annunciato dal presidente cinese è quello di raggiungere la neutralità carbonica nel 2060: da più parti viene criticato perché è distante nel tempo e molto vago (il percorso per arrivarci non viene spiegato). La Cina sta continuando a costruire nuove centrali a carbone in casa propria e ad esportarne altre nei Paesi emergenti dove si diramano i suoi investimenti infrastrutturali della «Belt and road initiative» (nuove vie della seta). Quindi esporta un modello produttivo insostenibile anche fuori dai propri confini.

Un altro protagonista controverso del summit è Putin. La Russia ha un’economia molto piccola rispetto a Usa, Cina, Ue e India. Però è uno dei massimi esportatori di energie fossili. Inoltre la Russia beneficia del cambiamento climatico: lo scioglimento dei ghiacci nella regione artica ha aperto per Mosca nuove opportunità economiche, per esempio le rotte navali per trasportare gas naturale liquefatto. Il Brasile è uno dei capofila dei Paesi emergenti ed è rappresentativo della loro posizione: Jair Bolsonaro chiede un miliardo di dollari di aiuti per tagliare del 40 per cento la deforestazione. L’India incalza, ricordando ai Paesi ricchi l’impegno di fornire 100 miliardi di dollari di aiuti annui per finanziarne la conversione a modelli di crescita sostenibili.

Un’altra contraddizione mescola la lotta all’emergenza climatica alla rivalità Usa-Cina. Il paradosso della sostenibilità per gli Stati uniti è questo: più investono nelle energie rinnovabili più arricchiscono la grande rivale. Almeno nel breve termine, non si sfugge a questa contraddizione. La Cina, con metodi controversi, si è conquistata una supremazia schiacciante nella produzione di pannelli solari low cost, oppure nella fabbricazione di materiali e componenti essenziali per quei pannelli. Per esempio, proviene dalla Cina l’80 per cento del polisilicone, materiale usato in molti pannelli solari per assorbire l’energia. Gli Usa e l’Ue rappresentano il 30 per cento della domanda mondiale di pannelli solari, ma la loro capacità produttiva si è indebolita, proprio come conseguenza della concorrenza cinese.

Nel corso degli ultimi 20 anni il Governo cinese ha sovvenzionato i suoi produttori nazionali nel solare e nell’eolico, permettendogli così di vendere sottocosto nel resto del mondo. Molte aziende americane in questi settori sono fallite o hanno ridotto la loro capacità produttiva. A complicare la situazione, buona parte dei produttori di pannelli solari (o componenti) in Cina hanno gli stabilimenti nella regione dello Xinjiang e sono accusati di sfruttare manodopera in detenzione, prigionieri condannati ai lavori forzati. La sfida economica delle rinnovabili incrocia il dramma dei diritti umani, in una regione dove il regime di Pechino reprime la minoranza uigura di religione islamica.

Ma se Biden vuole raggiungere l’obiettivo di generare tutta l’elettricità americana da fonti rinnovabili entro il 2035, partendo dal livello attuale che è solo del 40 per cento, gli Usa dovranno più che raddoppiare il ritmo d’installazione di nuovi pannelli solari. Il che significa, nel breve termine, rafforzare l’egemonia cinese in questo settore.