L’Occidente schiavo della Cina

Taiwan, se la tensione diplomatica e strategica dovesse salire al livello di guardia, portandoci sulla soglia di un vero conflitto, Pechino potrebbe negarci esportazioni di cui abbiamo un bisogno vitale
/ 15.08.2022
di Federico Rampini

L’assedio militare organizzato dalla Repubblica popolare cinese nelle acque e nei cieli attorno a Taiwan è stato la prova generale per l’annessione dell’isola con la forza delle armi. D’altro lato costituisce già una sorta di pre-invasione che mette il mondo e Taipei di fronte al fatto compiuto: perché l’isola è stata oggetto di recente di un isolamento-strangolamento temporaneo al quale né le forze armate di Taiwan né l’America e i suoi alleati hanno tentato di reagire. È emblematica l’uscita di uno dei massimi esponenti della diplomazia cinese: ha evocato la «rieducazione» della popolazione taiwanese che sarà necessaria dopo l’annessione dell’isola. Siamo già a discutere i piani per il dopo, quindi. E non sono piani pacifici. Il concetto di rieducazione è quello usato nei «gulag» sovietici o nei «laogai» cinesi: è un lavaggio del cervello finalizzato a estirpare idee e valori democratici, libertari per sostituirli con la dottrina del partito. È sempre più risibile l’idea che quanto avvenuto sia una reazione a caldo alla «provocazione» americana, cioè alla visita della presidente della Camera Nancy Pelosi a Taiwan. Operazioni militari su questa scala erano state evidentemente preparate da anni, Xi Jinping era solo alla ricerca di un pretesto qualsiasi per realizzare i suoi piani.

La questione di Taiwan è solo un aspetto della diplomazia da «guerriero lupo» in vigore da anni a Pechino. Tutte le frontiere esterne della Cina sono mobili, nel senso che Pechino dà un’interpretazione sempre più espansionistica dei confini contesi con paesi vicini, o delle acque territoriali. Un antefatto importante da ricordare è che nel 2020, già in piena pandemia e proprio mentre era ai massimi l’indignazione mondiale per le bugie cinesi sul Covid, Xi Jinping non esitò a ordinare scontri armati alla frontiera con l’India, un altro dei confini che vuole ridisegnare a proprio vantaggio. Questa Cina non si pone problemi di reputazione, di immagine o di «soft power» (potere di persuasione, egemonia culturale). Non sembra averne bisogno nei confronti dell’Occidente. È convinta di poterci piegare con le minacce e con i ricatti, soprattutto nel campo economico.

La vera arma segreta di Xi Jinping è in realtà sotto gli occhi di tutti, ben visibile alla luce del sole: si chiama «made in China». Più forte che mai, la penetrazione dei prodotti cinesi sui nostri mercati ha retto a tutte le prove: la pandemia, la guerra in Ucraina, le tensioni geopolitiche della seconda guerra fredda. Gli occidentali si chiedono se la Cina abbia davvero interesse a rischiare i suoi enormi interessi economici globali, la sua presenza dominante sui mercati di sbocco dell’Occidente, avventurandosi in un’aggressione militare contro Taiwan che inevitabilmente avrebbe ripercussioni: sia che l’America intervenga militarmente in difesa di Taipei oppure no, delle sanzioni economiche contro la Cina sarebbero un prezzo da pagare per l’invasione dell’isola.

Il punto di vista di Xi Jinping però può essere – come sempre – diverso dal nostro. Il presidente cinese ha buone ragioni di pensare che l’Occidente è incapace di fare a meno della Cina. Gli ultimi dati sul commercio estero sembrano fatti per confortare questa valutazione. Nel mese di luglio le esportazioni cinesi verso il resto del mondo sono salite a un valore di 333 miliardi di dollari, in aumento del 18% rispetto al luglio 2021 (dati diffusi dalle Dogane di Pechino). Se guardiamo ai suoi principali mercati di sbocco occidentali, cioè l’Unione europea (secondo partner della Cina) e gli Stati Uniti (primo partner), l’aumento è stato rispettivamente del 23% e dell’11%. Molto più dell’inflazione. E questo boom delle vendite cinesi ha coinciso con un rallentamento della crescita mondiale, con una fase in cui l’America è in una sorta di semi-recessione, tutte cose che avrebbero dovuto penalizzare il «made in China» anziché arricchirlo. Questi risultati eccellenti sono tanto più significativi in quanto sono avvenuti mentre la Cina continuava ad applicare la sua politica «zero Covid» e imponeva lockdown severi in diverse città, incluse metropoli industriali e portuali che sono dei centri di esportazione. Xi sembra non pagare alcun prezzo per la rigidità delle sue misure anti-pandemia, almeno se guardiamo al boom di esportazioni cinesi sui nostri mercati. Com’è possibile? Una chiave di spiegazione possiamo trovarla ricordando che in molte fabbriche gli operai sono stati costretti ad alloggiare in dormitori presso gli stabilimenti: così le precauzioni sanitarie, a cominciare dal blocco della mobilità, hanno penalizzato poco la produzione, la logistica, i trasporti di merci. Il risultato è che la Cina continua ad accumulare attivi commerciali sempre più elevati con il resto del mondo: a luglio il saldo positivo tra esportazioni e importazioni ha sfondato la soglia dei cento miliardi di dollari. Il mondo è avido di «made in China» più che mai, l’Occidente in particolare non riesce a farne a meno.

Anche la Cina ha delle forme di dipendenza dall’Occidente. La più importante riguarda i prodotti alimentari: Pechino importa derrate agricole in grande quantità dagli Stati Uniti. Malgrado i piani del partito comunista per raggiungere un’autosufficienza alimentare, la Cina è lontana da quel traguardo e quindi non riuscirebbe a sfamarsi se gli agricoltori del Midwest non le vendessero soia e cereali. Nell’insieme però, guardando al massiccio squilibrio tra quel che la Cina ci vende e quel che ci compra (espresso appunto dagli oltre cento miliardi di attivo in suo favore), la dipendenza maggiore è la nostra. Xi Jinping può pensare che non saremo in grado di adottare sanzioni economiche efficaci contro di lui neppure se invade Taiwan. Trent’anni di globalizzazione, e di delocalizzazioni verso la Cina, hanno smantellato tali e tanti settori industriali negli Stati Uniti e in Europa che ci vorrebbero altri trent’anni per ricostruirli, e forse a costi insostenibili. Quindi siamo schiavi della Cina e quest’ultima può fare quel che vuole. Peggio: è Pechino che in caso di conflitto può usare la nostra dipendenza contro di noi. Questo è il tema della cosiddetta «weaponization of trade»: la trasformazione del commercio estero in arma. Se la tensione diplomatica e strategica fra l’Occidente e la Cina dovesse salire al livello di guardia, portandoci sulla soglia di un vero conflitto, Pechino potrebbe negarci esportazioni di cui abbiamo un bisogno vitale. Questo non è uno scenario di fantapolitica. È già accaduto. Esattamente 12 anni fa. L’episodio fu una crisi sino-giapponese del 2010, che abbiamo dimenticato troppo presto. Invece dovremmo studiarcelo bene perché prefigurò l’uso punitivo che la Repubblica popolare può fare della sua immensa potenza commerciale. In breve: in seguito a un incidente marittimo in acque contese tra la sovranità cinese e quella giapponese, al largo delle isole Senkaku (o Diaoyu secondo Pechino), nel settembre 2010 il governo cinese bloccò le esportazioni di terre rare verso il Giappone. L’embargo mise in gravi difficoltà l’industria tecnologica di Tokyo perché le terre rare sono indispensabili per molti prodotti hi-tech. E la Cina possiede un quasi-monopolio mondiale su questi prodotti.