L’Iran colpito al cuore

Ucciso Soleimani – Il presidente Usa ha giustificato l’abbattimento del potente generale iraniano e del suo convoglio: «Stava progettando attacchi imminenti contro diplomatici e personale militare americani»
/ 13.01.2020
di Lucio Caracciolo

Fiumi d’inchiostro sono stati versati sulla nuova crisi Iran-Stati Uniti, segnata il 3 gennaio dall’assassinio del generale Soleimaini per mezzo di un drone americano e dalla per ora moderata risposta iraniana, sei giorni dopo. È molto presto per valutarne l’impatto geopolitico, anche se certamente resterà una pietra miliare nella storia del peculiare rapporto fra la principale potenza mondiale e la Repubblica Islamica. È invece possibile, e utile, trarne alcune conclusioni sul modo di operare strategico dei due attori. Ciò che ci aiuterà in futuro a decrittarne intenzioni e iniziative.

La principale differenza fra America e Iran, sotto questo profilo, sta nei vincoli imposti o non imposti dal sistema politico-istituzionale ai decisori strategici. In parole povere, la differenza fra un sistema relativamente aperto, leggibile, che risponde direttamente alla sua opinione pubblica, e un altro tendenzialmente chiuso, che risponde certo al suo popolo, ma anzitutto a se stesso.

Quanto agli Stati Uniti. In caso di guerra o comunque di operazioni militari, sale in cattedra il presidente, potere altrimenti piuttosto pallido. Assume in pieno le funzioni di comandante in capo. Nel caso specifico, Trump ha personalmente ordinato di liquidare Soleimaini, fra la sorpresa dei suoi generali. Perché? Nessuna particolare grande strategia né sottigliezza clausewitziana. Molta politica e un po’ di sentimento. La contingenza politica consiste nell’essere entrati nell’anno elettorale, ultimo del primo mandato che ogni inquilino della Casa Bianca giudica propedeutico al secondo.

Far fuori il più popolare e il secondo più influente decisore iraniano è servito a offuscare almeno per un poco la battaglia sull’impeachment, a profilarsi meglio in vista del voto di novembre. E a costringere i candidati democratici a venire allo scoperto, rivelandone l’improntitudine. Chi più chi meno fortemente, Biden, Warren, Sanders e Buttigieg hanno preso le distanze dalla scelta di Trump, non considerando l’odio che buona parte dell’opinione pubblica americana, anche quella (ed è la grande maggioranza) che di norma non si occupa di questioni internazionali, coltiva per l’Iran.

E qui si aggiunge il fattore sentimentale: Trump e i suoi generali condividono questa opinione. Le élite americane devono ancora metabolizzare il trauma del 1979-80, con il sequestro di loro diplomatici a Teheran e il fallimento dell’operazione militare per liberarli. Quella macchia attende di essere lavata.

In altre occasioni, gli esecutori dell’ordine avrebbero evitato di eseguirlo, sparando qualche missile a casaccio intorno al bersaglio, nel timore delle conseguenze (rappresaglie) del nemico. In questo caso non l’hanno fatto. Probabilmente mettendo a tacere la ragione per dare la precedenza al cuore, al piacere di annientare un odiato generale nemico.

Come quasi sempre, gli americani hanno compiuto un atto di guerra, particolarmente clamoroso, senza troppo preoccuparsi di quel che ne seguirà. Contando sulla propria superiorità militare. La storia dimostra che il metodo non funziona così bene: l’ultima volta che gli Stati Uniti hanno vinto una guerra si perde nel passato – anno 1945.

Gli iraniani hanno invece risposto finora in modo iper-razionale – anche qui confermando una radicata tradizione. Lasciata alle cerimonie funebri la soddisfazione dell’aspetto sentimentale, hanno calibrato la rappresaglia sulla necessità di restare entro due limiti. Primo, evitare una escalation verso la guerra totale, che rischierebbe di annichilire l’Iran. Secondo, mantenere la credibilità del proprio potenziale militare, lanciando potenti missili balistici in prossimità di alcune basi militari Usa in Iraq, dopo avere indirettamente avvertito Washington via Baghdad. Grande effetto di suoni e luci. Nemmeno un ferito.

Continuerà così? Certamente no. La parabola della sfida fra Usa e Iran ha preso una curva pericolosa. Al termine della quale Teheran vede come unica vera garanzia di sopravvivenza la produzione di un proprio arsenale nucleare. Ci vorrà tempo, certo. E non è affatto detto che americani e israeliani glielo concedano. Ma il conto alla rovescia verso la Bomba, interrotto dall’accordo 5+1 sul nucleare, del 2015, è ripreso. Il ticchettio è per ora sordo, quasi inaudibile. Sarà questione di anni, non certo di mesi. In fondo a questo percorso troveremo prima o poi la sagoma dell’ordigno atomico iraniano. O la devastazione della Repubblica Islamica per mano americana e/o israeliana.