L’incantesimo si è rotto?

Il Grande Flop – Dopo il comizio di Tulsa e le accuse lanciate dal Project Lincoln, un gruppo di repubblicani che considera l’elezione di Trump il peggior disastro mai successo al Partito, Donald teme lo sgonfiarsi della sua base
/ 29.06.2020
di Daniele Raineri

La parte più interessante del Grande Flop di Trump a Tulsa è che il presidente ha consumato molto del tempo che aveva a disposizione durante il comizio a rispondere alle accuse di un gruppo di attivisti repubblicani, gente che in teoria dovrebbe tifare per lui e per il partito. 

Ricapitoliamo. La campagna elettorale di Trump aveva annunciato per sabato scorso la ripresa dei mega-raduni pubblici che tanto piacciono a lui e aveva scelto Tulsa in Oklahoma, dove nel 2016 il distacco contro Hilllary era stato del 36 per cento e dove la pandemia da Covid-19 ha fatto numeri molto bassi – per ora. Trump giocava in casa e gli organizzatori avevano previsto numeri enormi di sostenitori, tanto che avevano fatto montare un palco e due maxischermi all’esterno del palazzetto del comizio – era previsto che il presidente sarebbe uscito e avrebbe fatto un secondo discorso alla folla che non sarebbe potuta entrare a causa della capienza limitata a diciannovemila posti. Che immagine magnifica per gli spot elettorali e infatti c’erano molte telecamere pronte a registrare il trionfo. 

Sappiamo come è andata: fuori non c’era nessuna folla, dentro il palazzetto era per due terzi vuoto. Due settimane fa il Project Lincoln, un gruppo di conservatori che pensa che l’elezione di Trump sia stata un disastro per il movimento conservatore americano, ha prodotto e ha fatto circolare sul web uno spot che mostra le difficoltà che il presidente tradisce quando deve fare cose semplici come bere un bicchiere di acqua – deve usare entrambe le mani – o quando deve scendere una rampa – ci riesce, ma con un passo molto incerto, come se stesse per cadere da un momento all’altro. Il presidente sta bene? Perché sei mesi fa è stato portato in ospedale nel cuore della notte?, chiede una voce di donna. 

In teoria il Project Lincoln è un’iniziativa informale che si muove con mezzi ridotti e Trump poteva scegliere di ignorare l’attacco, invece durante il comizio ha spiegato a lungo che non riusciva a scendere la rampa per colpa delle scarpe, «molto molto scivolose» e poi ha bevuto un bicchiere di acqua con una sola mano fra le ovazioni della (poca) folla. La scena di lui che mostra le suole e beve con enfasi un bicchiere di acqua però è stata controproducente – è una soglia di abilità un po’ bassa per vantarsi – e in generale tradisce il nervosismo del presidente, che resiste bene agli attacchi dei democratici ma adesso teme lo sgonfiarsi della sua base.

In questi anni il bacino elettorale di Trump ha mostrato una resistenza soprannaturale agli urti e ha continuato con fedeltà a seguire il presidente. Era come se gli avesse accordato una licenza in bianco. Sorvolava sulle sue parole spesso sgraziate e sugli scandali e in cambio chiedeva di combattere per pochi punti fondamentali: nominare giudici conservatori, tenere basse le tasse, tenere fuori gli immigrati. È la ragione per la quale gli evangelici, sobri e lavoratori, non hanno battuto ciglio a proposito dei tradimenti coniugali di Trump, finiti su tutti i giornali con particolari poco edificanti. 

L’importante era che tenesse la barra della nazione sulla rotta che loro considerano giusta: la nomina di giudici conservatori alla Corte Suprema ha il potenziale di trasformare gli Stati Uniti per i prossimi trent’anni. Ma di recente questa licenza in bianco sembra non funzionare più. Il Project Lincoln produce uno dopo l’altro spot nei quali elettori repubblicani che non hanno mai votato per i democratici dichiarano che a novembre non voteranno per Trump e i sondaggi dicono che la base non è più quel monolite che non si poteva scalfire. Attenzione, il monolite non rappresenta la maggioranza degli americani, ma gli architetti della campagna elettorale del presidente contavano anche sull’aiuto di altri fattori per prevalere a novembre – come la passività degli elettori americani e le spaccature dentro i democratici. Poi però è arrivato il Covid-19.

Il «Financial Times» ha descritto molto bene che razza di dilemma ha creato la pandemia per Trump, che a marzo ancora cavalcava un’onda economica eccellente. Tutti gli indicatori segnavano un futuro radioso e lui tentava di cacciare via l’arrivo della pandemia mondiale come fosse un brutto scherzo. Sta già andando via, diceva. Ci sono stati soltanto quindici casi e fra poco scenderanno a zero, diceva. È una bufala, roba gonfiata dai democratici per seminare il panico nel Paese. Sappiamo che non era così, il virus ha fatto il suo mestiere – che è quello di contagiare il maggior numero di persone possibile – e la sua onda d’urto ha spazzato via tutte le belle previsioni. E qui stava il dilemma di Trump. Se non riapri il Paese l’economia affonda e con essa le speranze di vincere le elezioni. Se però riapri troppo presto e minimizzi il rischio perdi la fiducia della fascia più anziana degli americani, quindi quella più esposta al virus, che guarda caso è anche la fascia che votava in massa per Trump.

E il fatto che il palazzetto di Tulsa fosse quasi vuoto è un brutto segnale per il presidente perché vuol dire che la paura del virus è più forte del suo richiamo (giustamente, perché ci sono alcuni casi di positivi al virus nello staff che doveva gestire la folla dentro al palazzetto e alcune delle guardie del corpo di Trump sono state messe in quarantena obbligatoria). La storia dei ragazzini che avrebbero creato su Tik Tok la falsa aspettativa di una folla immensa non spiega perché gli spalti fossero vuoti, perché per entrare ai comizi di Trump non si compra un biglietto e basta presentarsi all’ingresso. C’erano poche persone perché la base trumpiana non ha risposto alla convocazione.

In questi mesi il presidente ha tentato di far passare l’idea che il vero patriota americano se ne infischia delle misure restrittive e delle mascherine perché è intrepido, non si fa spaventare dai media e fa pulsare il cuore del Paese con il suo lavoro quotidiano. In parte questa visione è stata accolta, ci sono state proteste contro le chiusure e non indossare la mascherina è diventata una dichiarazione politica. Ma questa settimana il numero quotidiano dei contagi da Covid-19 negli Stati Uniti ha superato il record  e persino il monolite trumpiano comincia a dubitare, se non proprio a sfaldarsi. E questo spiega il segnale che arriva da Tulsa e innervosisce il presidente: gli tocca predicare a quelli che credeva già convertiti.