Licenza di uccidere gli indigeni

Amazzonia – I mercenari dei gruppi agrari hanno assassinato Paulo Paulino Guajajara, un protettore della foresta
/ 11.11.2019
di Angela Nocioni

Non ha fine la guerra silenziosa contro i leader indigeni in Amazzonia. È stato ucciso a colpi d’arma da fuoco Paulo Paulino Guajajara, uno dei leader della terra indigena di Arariboia. È sfuggito miracolosamente all’agguato Laercio Guajajara, altro dirigente indigeno che l’accompagnava. È riuscito a scappare sanguinante nella selva dello Stato di Maranhão, Amazzonia profonda brasiliana. I due stavano cacciando. Sono caduti in un agguato a freddo. Ad aspettarli c’era un commando di squadracce, le guardie bianche dei latifondisti. Si tratta di uomini armati pagati per invadere le terre indigene e consentire così, previo sfollamento forzato, di aumentare le porzioni di foresta da tagliare o bruciare necessarie all’agrobusiness che si sta mangiando la foresta tropicale e i suoi abitanti.

Le comunità locali negli ultimi mesi si sono organizzate per difendersi. Pattugliano la zona. Il leader ucciso era uno dei capi di questo tentativo di auto-organizzazione. Aveva ricevuto minacce e stava per aderire a un programma di protezione che, tra enormi difficoltà, cercano di mantenere in piedi alcuni gruppi di tutela dei diritti umani per gli indigeni in Brasile. «Non ha avuto il tempo di farlo» dice Sonia Guajajara, coordinatrice dell’Articolazione dei popoli indigeni in Brasile. Lei è della stessa comunità di Paulo Paulino.

La notizia dell’agguato mortale l’ha avuta in Europa dov’è venuta a denunciare la strage di indigeni in corso in Brasile. «È in corso un genocidio istituzionalizzato. C’è una tolleranza totale all’omicidio di indigeni. C’è una vera e propria licenza di uccidere nei loro confronti – dice Sonia Guajajara – gli omicidi rimangono impuniti, nessuno cerca i colpevoli. Il presidente Bolsonaro dice che non consentirà mai la demarcazione di terre da riservare agli indigeni, che vuole lasciare la libertà di esplorazione alle imprese e ai singoli, il che vuol dire far cacciare gli indigeni e lasciare invadere le loro terre per la deforestazione. Gli invasori di terre, le loro guardie armate si sentono totalmente legittimati e spalleggiati dal presidente».

Il ministro della Giustizia Sergio Moro ha scritto in twitter: «La polizia federale indagherà l’omicidio del leader indigeno Paulo Paulino Guajajara». Le persone che lavorano a fianco degli indigeni del Maranhão diffidano delle parole del ministro. Dice Christian Poirer di Amazon watch: «Il terrore crescente nelle comunità indigene non nasce dal nulla. È la conseguenza delle politiche di questo governo che ora dice che farà giustizia in questo caso. È una enorme contraddizione». Gli indigeni di quell’area vivono fuggendo da continui incendi, il metodo più usato per la deforestazione. Oltre la metà delle loro terre ha fatto questa fine negli ultimi tre anni. 

La retorica dell’odio contro gli indigeni, lo sdoganamento del razzismo avvenuto nel linguaggio pubblico del presidente Bolsonaro e del suo clan familiare al governo, ha fatto il resto. Lo sdoganamento dell’omicidio programmato dei leader delle comunità ne è solo l’ultima conseguenza. 

La guerra agli indigeni viene da lontano. Il razzismo profondo del Brasile preesiste a Bolsonaro, il presidente d’ultradestra ha solo (e non è poco) lasciato che si sentissero spalleggiati dai massimi vertici governativi quelli che lo professano. L’ong Consiglio indigenista missionario denuncia che solo tra il 2003 e il 2016 almeno 1009 sono stati uccisi. La cifra è stimata al ribasso perché spesso la notizia di morti violente non esce dalle comunità. Riescono ad emergere dal nulla e a diventare notizia solo gli assassinii avvenuti durante grossi scontri con le squadracce dei deforestatori, o degli agricoltori, o dei taglialegna. Che sono poi fattispecie dello stesso grande esercito di assassini di indigeni che cresce, fuori da ogni controllo, nel profondo verde dell’Amazzonia brasiliana.

Nell’aprile dell’anno scorso c’è stato un conflitto violento tra agricoltori che stavano invadendo terre degli indigeni gamela nel Maranhão e indios. Gli indigeni sono stati assaliti con asce, con macheti. Ad alcuni di loro hanno amputato le mani. Se non sono le squadre dei latifondisti a invadere le terre, sono i piantatori di marijuana che cercano appezzamenti nuovi per nuove piantagioni. In ballo ci sono affari per miliardi di dollari che non riguardano solamente lo sfruttamento intensivo delle terre da disboscare e trasformare in campi coltivati, ricavando anche ingenti quantitativi di legname da esportare. Gruppi di narcotrafficanti si sono via via impossessati di aree di terra e impongono pizzi da pagare e tasse illegali per poter attraversare i territori indigeni.