Libia, la guerra non è finita

Reportage – Sul campo si registra la sconfitta del generale Haftar appoggiato da Emirati, Egitto e Russia mentre Tripoli ha sfruttato l’aiuto decisivo della Turchia. Così il Paese ricco di gas e petrolio è sospeso in un limbo sotto lo sguardo immobile dell’Europa
/ 15.06.2020
di Francesca Mannocchi

Haftar si ritira da Tripoli, Erdogan gioisce, la Russia media e cambia strategia, gli Emirati inviano armi in supporto del generale della Cirenaica e l’Europa sta a guardare.

Così si potrebbe riassumere il recente, repentino, radicale, cambio di passo della guerra libica.
Se non fosse che, come sempre nel paese nordafricano, i piani si sovrappongono e le alleanze diventano fluide.

Il 20 maggio scorso le forze del governo di Tripoli hanno sfilato nella capitale con un Pantsir, un sistema di difesa aereo costruito dalla Russia e finanziato dagli Emirati, bottino della riconquista della base aerea di al Watiya, che era in mano alle forze di Haftar dal 2014.

Una settimana dopo il GNA ha riconquistato i campi di Yarmouk, al Sawarikh e Hamza, a sud della capitale. Sono solo le ultime vittorie sul fronte di Tripoli da quando Erdogan sta supportando con uomini e mezzi il governo di Fayez al-Sarraj.

Prendere al Watiya segna un passaggio decisivo della guerra, sia in termini strategici – la base militare è vicina al confine tunisino ed era utilizzata dagli aerei del generale Haftar per attaccare Tripoli – sia perché la vittoria ha rafforzato il morale delle truppe.

Dopo pochi giorni, in un’accelerazione tanto improvvisa quanto inaspettata, le forze del governo tripolino, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Fajez al Sarraj, sostenuti dai turchi, hanno ripreso il controllo della capitale e in rapida sequenza si sono spostati verso Tarhouna, ultimo bastione delle forze del Generale della Cirenaica e verso Sirte.

Il piano simbolico delle ultime settimane è di particolare interesse. Sarraj, il giorno della conferenza stampa che comunicava al mondo l’avvenuta riconquista di Tripoli, era in Turchia, ad Ankara.
Haftar, lo sconfitto, in Egitto, paese alleato da cui in poche ore, per voce di al Sisi, avrebbe dichiarato di chiedere un cessate il fuoco e un tavolo di negoziazione.

L’ipotesi più probabile è che ben prima dei cambiamenti militari sul campo di battaglia, a modificare la guerra di Libia, siano intervenuti fattori terzi. In particolare il parallelo tavolo negoziale di Erdogan e Putin, che si muove dalla Siria al Nord Africa.

L’«offensiva-lampo» lanciata da Haftar ormai 15 mesi fa, la guerra che nei suoi piani e in quelli dei suoi alleati avrebbe dovuto essere solo una formalità, si è trasformata in una guerra di interessi.

Haftar è sostenuto dagli Emirati e dall’Egitto, e le sue truppe rafforzate da mesi dalla presenza di mercenari russi del gruppo Wagner e mercenari sudanesi e ciadiani. Un anno fa c’erano tutte le premesse – compresa un pubblico ringraziamento del presidente americano Trump per le lotte condotte da Haftar contro i gruppi terroristici in Libia – affinché, fallite tutte le negoziazioni politiche precedenti, una rapida e decisa soluzione militare riconsegnasse il Paese al destino di una dittatura in stile egiziano.

Mentre Haftar avanzava verso la capitale e continuava a boicottare tavoli di trattative – l’ultimo a Berlino lo scorso gennaio – conducendo una guerra che ha prodotto centinaia di morti e 400 mila sfollati, il governo di Sarraj, sostenuto dalle Nazioni Unite ma trascurato nei fatti dagli storici alleati europei, ha stretto due accordi (l’uno dipendente dall’altro) con la Turchia di Erdogan: uno sulle aree di giurisdizione marittima nel Mediterraneo – che compromette gli interessi di Egitto, Israele, Grecia e Cipro – e uno sulla sicurezza e la cooperazione militare. La Turchia si è dichiarata pronta ad aiutare il debole premier di Tripoli sul fronte della guerra a patto di rafforzare i propri interessi nella regione, non solo economici, perché Ankara vuole anche rafforzare la presenza della Fratellanza Musulmana contro i rivali emiratini. Do ut des.

Così Erdogan ha fornito a Sarraj droni, sistemi missilistici, veicoli blindati, personale addestrato e migliaia di ribelli siriani, elementi che hanno trasformato la guerra di Libia in una guerra di Siria nordafricana, e reso la partita per Tripoli simile a quella di Idlib, cambiando inesorabilmente le sorti del conflitto.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno effettuato 900 attacchi aerei con droni da combattimento cinesi, la Turchia ha risposto schierando droni Bayraktar TB2 nel tentativo di aiutare il GNA a resistere all’attacco. La Turchia ha inviato tremila miliziani siriani ribelli e altri duemila fedeli al regime di Bashar al-Assad, starebbero invece combattendo a fianco delle forze di Haftar, che in risposta ha aperto una sede diplomatica a Damasco.

Secondo i dati analizzati dallo specialista di localizzazione di aeromobili Gerjon «negli ultimi mesi ci sono stati numerosi voli dagli Emirati verso la Libia e Sidi Barrani, in Egitto, che sembra essere una fermata intermedia sulla rotta verso la Libia. Dal lato di Tripoli, invece, nell’ultima settimana l’aeronautica turca ha volato regolarmente in Libia con il supporto dei Globemaster del Qatar C-17A».

Gerjon conferma i dati sui voli diretti dalla Siria: «principalmente voli da Latakia verso aereporti affiliati a LNA, sono “SafeAir” Boeing 727 5Y-GMA e i due Cham Wings Airbus A320 e altre decine di voli dell’aereonautica russa per al Beida da Latakia, è ormai chiaro che Cham Wings (compagnia aerea privata siriana, con base a Damasco, ndr) sia coinvolta nel trasporto di mercenari centrafricani in Libia via Latakia».

L’attuale situazione libica sconta fortemente la debolezza e l’incertezza europea, ne è conseguenza diretta; secondo Jalel Harchaoui, Research Fellow al Clingendael Institute de L’Aia, «la Libia occidentale è ormai diventata un protettorato turco, e a questo punto è improbabile che la Turchia se ne vada. Ma rimane una domanda: cosa significa esattamente Libia occidentale? Si ferma a Sirte o include la regione di Oil Crescent? Contiene il Fezzan? Include al-Jufrah? Rispondere a ognuna di queste domande significa prevedere un sanguinoso conflitto».

Ora gli occhi sono puntati sulle prossime mosse degli alleati di Haftar, soprattutto gli Emirati Arabi Uniti che con più forza degli altri hanno sostenuto una soluzione bellica della crisi e si trovano seduti ora al posto dei quasi sconfitti.

La ritirata di Haftar, è, inoltre, anche una ritirata diplomatica.In Cirenaica ha vinto la linea di Aguila Saleh, il presidente del consiglio presidenziale che da qualche mese prova, a scapito della credibilità di Haftar, di imporsi come interlocutore unico della comunità internazionale nell’est del Paese.

Saleh sa che per tenere unito il Paese è necessario riprendere i tavoli negoziali, ma che il generale è ormai privo di ogni credibilità su quei tavoli, avendo fatto fallire tutte le conferenze degli ultimi due anni.
Haftar ha finora agito in un clima di quasi totale impunità. La comunità internazionale è stata timida, se non assente, quando ha lanciato l’offensiva su Tripoli e di nuovo tiepida ogni volta che il generale della Cirenaica ha fatto saltare i tavoli negoziali. Anche quando, nelle stesse ore in cui si discuteva la possibilità di una soluzione negoziale e un cessate il fuoco a Berlino, le milizie che lo sostengono hanno bloccato i pozzi petroliferi, provocando danni irreparabili di un miliardo e mezzo di dollari al mese alle casse dello Stato e aerei emiratini rifornivano di armi le sue truppe.

La partita vera, come sempre in Libia, torna sempre lì. Al gas e al petrolio. Haftar è indebolito e in ritirata in molte aree, le forze di Sarraj stanno riconquistando anche il controllo dei pozzi di petrolio. È necessario ora capire come e se i due alleati esterni, Turchia e Russia, vorranno imporre i loro interessi su questa ricchezza.
È dalle entrate della vendita del petrolio e del gas che si sostiene lo Stato libico, cioè gli stipendi pubblici cioè – anche – le paghe dei suoi soldati.

Difficile dunque pensare che gli Emirati rinuncino ora al piatto ricco del petrolio, più probabile e temibile che le battaglie che si stanno preparando siano più feroci di quelle cui abbiamo assistito finora.
Secondo il «Financial Times», la Russia avrebbe dispiegato otto aerei da combattimento nell’est della Libia. Da parte sua, l’agenzia di stampa internazionale Bloomberg ha confermato di avere informazioni sull’arrivo in Cirenaica di sei aerei da combattimento MIG-29 e due Sukhoi24 direttamente dalla base di Hmeimim in Siria.
E i mercenari che supportavano Haftar si stanno spostando da Beni Walid verso al Jufra, segno che la guerra non finisce, ma si sposta.

Nella Libia troppo vasta, troppo ricca e troppo cruciale l’elemento imprevedibile sono gli Emirati, partner di molti governi europei che non vogliono conflittualità nel Golfo. Il principe ereditario di Abu Dhabi, Mohammed bin Zayed non ha intenzione di rivisitare la sua visione del mondo e il suo stile, indipendentemente da quanto le cose stiano andando in una direzione contraria alla sua agenda in Libia. Continueranno a tentare di combattere e sabotare Tripoli, gli Emirati si occupano principalmente di immagine e ideologia, non di efficacia militare o di sicurezza nel senso convenzionale del termine. Infine, sono ricchissimi, quindi possono permettersi di andare avanti.

Turchi e russi, invece, hanno obiettivi comuni, sono rivali ma non nemici, in cerca di accordi strategici che tutelino gli investimenti a lungo termine sulla regione, spiega Jalel: «la Russia gode di un certo grado di coordinamento con la Turchia e non desidera bruciare ponti con essa. Le due potenze non europee e non arabe non sono certamente alleate, ma non sono neppure nemiche. Questo spiega molto della cinica Realpolitik a cui stiamo assistendo».

Intanto i mercenari e le truppe muovono verso sud. La guerra in Libia è tutt’altro che finita.