Libano in caduta libera

Crisi economica – Non c’era nulla che lasciasse immaginare il tracollo degli ultimi mesi: casi di denutrizione, crollo del valore della valuta, blocco degli stipendi, banche chiuse, fuga dei capitali, black out elettrici
/ 27.07.2020
di Daniele Raineri

Il Libano è al collasso. Ricordavamo la capitale Beirut come la Parigi del Medio Oriente, con i nightclub sulla cima dei palazzi, le boutique di moda e le auto di lusso dei ricconi del Golfo che passavano in città per i divertimenti che nei loro Emirati austeri è meglio non ostentare. E invece sta venendo giù tutto. La lira libanese ha perso l’ottanta per cento del suo valore nel giro di otto mesi. L’inflazione ha triplicato i prezzi di alcuni generi alimentari. Migliaia di negozi hanno chiuso, le paghe a fine mese non riescono a mantenere le famiglie, le ong avvertono che c’è il rischio di morti per fame nella fascia più povera dei libanesi. È la crisi economica peggiore nella storia moderna del Paese, che pure è passato per quindici anni di guerra civile.

In pratica è come se il Libano avesse prosperato per anni su un gigantesco schema finanziario fraudolento, di quelli che quando poi sono smascherati di colpo lasciano sul lastrico gli investitori e in manette i responsabili. La Banca centrale per molto tempo ha tenuto un tasso fisso di cambio a circa 1500 lire libanesi per un dollaro e questo ha consentito ai libanesi, che non producono nulla da esportare, di importare e consumare beni dall’estero. La Banca si appoggiava per garantire questo tasso ai depositi in dollari di grandi clienti e per attirare questi grandi clienti prometteva rendimenti molto alti. Per pagare questi rendimenti molto alti aveva bisogno di altri depositi in dollari di nuovi grandi clienti. E così via. 

Un Paese da poco più di cinque milioni di persone viveva al di sopra delle sue possibilità ed era terzo al mondo per indebitamento. Quando questo schema è infine saltato perché era diventato evidente a troppe persone, si è scoperto che i pochi dollari nella pancia della Banca centrale non potevano garantire davvero il valore della lira libanese ed è arrivato il Grande Aggiustamento, che come sanno tutti gli esperti di finanza è una formula gentile che nasconde conseguenze durissime. La lira ha cominciato a precipitare verso il suo valore reale – che è difficile da stabilire con precisione viste le differenze tra il tasso ufficiale, quello delle banche e quello del mercato nero ma è molto basso – e la vita per i libanesi è diventata complicatissima.

«Ora devi dividere il tuo stipendio per nove» per calcolare il tuo potere d’acquisto rispetto a pochi mesi fa, spiega un professore universitario al «New York Times» che vuole far capire il cambiamento caduto sulle teste dei libanesi. Le cose che prima sembravano normali, come comprare un’automobile oppure una vacanza in Grecia, sono diventate impossibili. E su Facebook i gruppi nei quali i libanesi barattano un po’ di tutto in cambio di cibo, vestiti, latte in polvere per bambini e gas per cucinare sono esplosi nei numeri. Si cede il resto del benessere di ieri per ottenere beni essenziali oggi, ma per quanto può durare la situazione?

È uno scenario quasi venezuelano, in un Paese che ancora importa l’ottanta per cento del suo cibo. Le centrali elettriche libanesi funzionano con carburante comprato dall’Algeria e dal Kuwait e pagato in valuta estera: adesso se ne compra meno e questo vuol dire che in alcune zone la corrente elettrica manca per la maggior parte della giornata, la notte scintillante di Beirut ora è buia. I giornali raccontano l’aumento di rapine improvvisate, fatte da gente che prima minaccia e poi chiede scusa e spiega alle vittime attonite che è costretta a fare così perché deve sfamare la famiglia. A questo vanno aggiunti altri fattori: nella vicina Siria c’è una guerra civile, il flusso di soldi che arrivava dai sauditi si è fermato e in generale la fiducia nelle istituzioni è scomparsa. E poi è arrivata, come per tutti, la pandemia.

A questo punto qualcuno dovrebbe intervenire per fermare il tracollo del Libano, ma non si è ancora capito chi. A ottobre dell’anno scorso moltissimi libanesi erano scesi in piazza per chiedere un cambio totale della scena politica e avevano in effetti ottenuto un governo nuovo, ma non ci sono stati risultati. L’amministrazione del Paese è in mano da anni alle stesse fazioni, che governano secondo minuziosissime regole non scritte che bilanciano il potere di ciascun gruppo etnico o religioso. Anche il governo nuovo segue le stesse logiche di prima e quindi non se ne esce. Nel frattempo la credibilità delle banche del Paese, che un tempo erano un’istituzione potente, è ai minimi storici. Secondo il «Financial Times», i banchieri libanesi durante la crisi avrebbero portato all’estero e con discrezione sei miliardi di dollari mentre impedivano ai clienti di ritirare più di cento dollari per volta per non aggravare lo squilibrio monetario interno. In breve: politica e banche non saranno la soluzione.

Il Fondo monetario internazionale vuole delle riforme prima di pompare denaro nelle casse del Libano ma sa che con questo ordinamento le riforme sono impossibili e due membri del team che dovrebbe negoziare il salvataggio si sono già dimessi perché «i politici si sono messi a litigare sui fondi, non sono seri». Gli Stati Uniti potrebbero aiutare – da anni sponsorizzano l’esercito libanese con armi, mezzi e addestramento – se non fosse che una delle forze che comandano il Libano è Hezbollah, il Partito di Dio, la fazione armata e finanziata dall’Iran che è sulla lista americana dei gruppi terroristici dal 1997. Finché Hezbollah avrà questo ruolo dominante in Libano, l’America sarà riluttante. Il contrario, curiosamente, non è vero: il capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha detto che questa volta l’aiuto dell’America (che di solito nei suoi discorsi è «Satana») per il Libano sarebbe tollerabile e questo fornisce la misura di quanto sia grave questa crisi.

Hezbollah è uno Stato nello Stato: dispone di una milizia armata che si prepara da anni a una nuova guerra con Israele, prende decisioni che riguardano tutti i libanesi, intrattiene rapporti con altri governi – vedi Siria e Iran – e rappresenta in campo politico quello che le insufficienti riserve di dollari erano in campo economico: un’anomalia che tutti fanno finta di considerare normale. Potrebbe durare ancora a lungo, o forse no. Molti partiti libanesi stanno prendendo le distanze da Hezbollah e c’è molta stanchezza anche tra la gente comune. Durante le proteste contro la crisi economica si sono viste manifestazioni enormi anche nelle roccaforti del movimento – un evento senza precedenti – e uno degli slogan della piazza era «Tutti vuol dire tutti». Tradotto: quando diciamo che tutti i partiti devono andarsene via vuol dire che anche Hezbollah deve andare via. In Libano questa richiesta non si era mai sentita prima della crisi.

Il tracollo sarebbe grave ma non irrimediabile se fosse capitato in un paese normale. Un intervento esterno potrebbe appianare le perdite economiche, soccorrere le persone a rischio fame, rimettere in moto il meccanismo economico – anche se a un livello molto più basso rispetto agli anni d’oro. E invece è arrivato in Libano, che è un Paese che vive in una situazione politico-militare tutta sua. Altri potrebbero dire: che è tenuto in ostaggio dai suoi partiti e in particolare da Hezbollah.