L’etica pacifista di Taiwan

L’isola diventerà il nuovo campo di battaglia nel contesto della seconda guerra fredda tra Occidente e blocco sino-russo?
/ 08.08.2022
di Federico Rampini

La visita «inopportuna» – secondo molti in Occidente – «provocatoria e illegale» – secondo il governo cinese – di Nancy Pelosi a Taiwan, ha scatenato illazioni e paure su una possibile escalation della tensione fra Cina e Stati Uniti. Sembra quasi avverarsi in anticipo lo scenario già discusso da mesi, secondo il quale dopo l’Ucraina toccherà a Taiwan diventare la nuova guerra calda nel contesto della seconda guerra fredda tra Occidente e blocco sino-russo. La prima domanda che bisogna porsi è quella che nessuno si pone: i taiwanesi combatterebbero come gli ucraini, se venissero aggrediti? La domanda non è banale né secondaria. Dopotutto quel che sta accadendo in Ucraina è in larga parte determinato dal comportamento del popolo aggredito, delle sue forze armate, dei suoi governanti democraticamente eletti. Checché ne dicano i putiniani che descrivono quella ucraina come una «guerra per procura» e la resistenza contro l’aggressore come se fosse «aizzata dall’America», in realtà sono stati proprio gli ucraini a decidere di resistere. Sono stati loro a chiedere aiuto, e lo hanno ottenuto solo in parte. Molti ucraini sono morti, altri moriranno, per difendere le proprie famiglie, la propria terra, la propria libertà. Farebbero lo stesso i taiwanesi?

C’è una corrente di pensiero scettica, che guarda alcuni dati. Nonostante la minaccia reiterata da Xi Jinping di un’annessione con la forza militare, Taiwan spende solo l’1,9% del suo Pil per la Difesa. Cioè meno della Polonia e dei paesi baltici, meno di quello che è l’obiettivo ufficiale fissato dagli stati membri della Nato, che è il 2% del Pil. L’esercito taiwanese viene descritto da esperti americani come inadeguato e afflitto perfino da fenomeni di corruzione. Ancora più importante è lo spirito del popolo: i taiwanesi, se interrogati in proposito, appaiono «pacifisti» come molti europei, la maggioranza è restia a morire per la patria. Come noi, i taiwanesi sono cresciuti nel benessere e nella pace, non hanno un’etica guerriera. Sono affezionati alle loro libertà, ai loro diritti, alla loro democrazia, ma questo non significa che siano pronti a sacrificare addirittura la vita per questi valori. Il quadro dipinto da questi sondaggi suscita un interrogativo: perché l’America dovrebbe mandare dei soldati a morire per Taiwan, in caso di aggressione militare cinese, se i taiwanesi non sono altrettanto determinati e votati al sacrificio quanto gli ucraini? Sono domande importanti ma astratte, perché nessuno può prevedere a priori quale sarebbe la reazione in una guerra vera.

Tsai Ing-wen a 66 anni è la prima donna eletta alla presidenza di Taiwan. Appartiene al partito democratico-progressista che è il più distante ideologicamente dall’idea dell’appartenenza alla Cina e quindi della riunificazione. È il partito emerso da protagonista dalla democratizzazione dell’isola: dopo il 1949 Taipei ebbe un regime autoritario di destra, il partito democratico fu fondato nel 1986, un anno prima che venisse abrogata la legge marziale dando il via alle riforme liberali. Il sangue freddo con cui finora Tsai e la sua opinione pubblica hanno accolto l’escalation della tensione si spiega forse con una certa assuefazione: le minacce di Pechino sono costanti, così come gli sconfinamenti di cacciabombardieri cinesi sui cieli dell’isola. Non si può escludere che l’assuefazione porti a sottovalutare il pericolo (come accadde a Zelensky di fronte agli avvertimenti dell’intelligence americana e inglese sui preparativi dell’invasione russa). In ogni caso la presidente taiwanese, e la maggioranza del suo popolo, sembrano rassegnati all’anomalia per cui la riunificazione con la Cina è terribilmente indesiderabile, ma una dichiarazione d’indipendenza è impossibile perché rappresenta una «linea rossa» da non varcare agli occhi di Pechino. Peraltro anche i taiwanesi sono reduci da un periodo in cui s’illusero – come tanti americani ed europei – che la Repubblica popolare si potesse migliorare attraverso il business. All’inizio della transizione della Cina verso l’economia di mercato, gli imprenditori taiwanesi furono tra gli investitori più attivi nella madrepatria e tuttora le imprese taiwanesi sulla terraferma sono una realtà importante. Ma i legami di business non hanno né favorito una democratizzazione di Pechino né addolcito il linguaggio bellicoso di Xi verso Taiwan.

La popolazione taiwanese nel frattempo si è «de-sinizzata» nel senso che ha sviluppato un’identità culturale propria e soprattutto le giovani generazioni si sentono molto diverse dai cinesi. Taiwan è l’unica democrazia cinese al mondo e la sua diversità è stata sottolineata durante la pandemia: ha saputo contenere il contagio, il bilancio di vittime è rimasto a livelli microscopici rispetto all’Occidente, ma non ha ottenuto questo risultato con i metodi autoritari di Xi, bensì affidandosi alla disciplina spontanea, al rispetto delle regole, al senso di dovere della comunità che sono tipici della cultura confuciana. Di recente si è parlato di una «strategia del porcospino», come lezione che Taiwan avrebbe imparato dall’Ucraina: dotarsi di armamenti studiati su misura per rendere dolorosa e costosa un’invasione, anche se l’aggressore è molto più grosso e potente.

Taiwan ha il potere di innescare una terza guerra mondiale? Joe Biden ha promesso che interverrebbe in difesa dell’isola democratica, in caso di aggressione militare cinese. C’è la pre-condizione per uno scontro tra superpotenze nucleari, che Biden ha sempre escluso in Ucraina. Taiwan ha un’importanza strategica unica: per la sua posizione su rotte navali dove transita l’energia indispensabile a due alleati dell’Occidente, Giappone e Corea del sud; perché è una superpotenza tecnologica che produce il 60% dei semiconduttori mondiali; perché la sua caduta nelle mani del regime comunista sarebbe fatale negli equilibri dell’Indo-Pacifico dove si gioca il futuro del pianeta. Gli ottimisti sottolineano che il consenso verso Xi si fonda anzitutto sul benessere economico, la stabilità e l’ordine, prima che sull’orgoglio patriottico. E una guerra non è indispensabile per la tenuta del potere personale di Xi, anche se dovrà fare dei gesti forti per evitare di perdere la faccia. I pessimisti osservano invece che la formidabile escalation di riarmo in cui la Repubblica popolare si è lanciata non ha spiegazioni se quella forza prima o poi non viene usata. La flotta militare di Pechino ha superato il numero di bastimenti della US Navy, un sorpasso inaudito fino a poco tempo fa. Eppure nessuno minaccia le frontiere cinesi, anzi, semmai è la Repubblica popolare che sgomita per prendersi zone contese con i paesi vicini.

Annettere Taiwan alla madrepatria darebbe a Xi il trofeo che sfuggì ai suoi predecessori, lo innalzerebbe sopra Mao Zedong, fondatore della Repubblica, e Deng Xiaoping, artefice del boom economico. Perché Xi si è precluso una riunificazione pacifica, consensuale? I taiwanesi non possono credere allo scenario di «una nazione, con due sistemi politici» dopo la feroce normalizzazione di Hong Kong. La chiave dell’accanimento di Xi contro Taiwan sta qui: per un genuino leninista che crede nel primato del partito comunista e nella superiorità di quel sistema politico, non è tollerabile che sopravviva una democrazia cinese (Taiwan) così come non era ammissibile uno stato di diritto con libertà di espressione a Hong Kong.