Le nazioni infette

Emergenza Covid-19 – La pandemia ha fatto riscoprire il concetto di nazioni. Mentre le nazioni riscoprono le frontiere e si dimenticano dell’integrazione europea
/ 23.03.2020
di Lucio Caracciolo

Il coronavirus ha fatto riemergere dappertutto la base fondamentale di ogni comunità: la nazione. Suscitandone due caratteri opposti quanto persistenti, certo più visibili nelle crisi: la tendenza alla coesione nella comunità nazionale, in alcuni casi anche sub-nazionale, e quella a diffidare di ciò che alla nazione non appartiene, ovvero il resto del mondo (delle nazioni). Non sorprende che in tale contingenza, destinata probabilmente a durare per un tempo non brevissimo, la solidarietà europea, il senso di appartenenza alla comunità degli europei su cui la retorica ufficiale ha tanto a lungo insistito, stia evaporando.

Scopriamo così quel che pure sarebbe dovuto apparire ovvio: l’Europa non è una nazione. Non è nemmeno un continente. Né in senso geografico (dove comincia e dove finisce questo spazio?), tantomeno in senso culturale e geopolitico. Fra gli stessi paesi membri dell’Unione Europea non tutti considerano gli altri davvero europei. Specie i nordici. La frattura fra «cicale» e «formiche» è più evidente che mai – anche se le formiche sembrano cicaleggiare più delle cicale.La nostra parte di mondo è oggi la più colpita dal coronavirus. Lo è dal punto di vista medico, ancor più da quello psicologico.

Eravamo abituati a un certo grado di linearità e di benessere, oggi in questione. Il rischio che dall’epidemia virale si slitti verso una ben più pericolosa epidemia di paura, quindi di disordine sociale, politico ed economico, è dietro l’angolo. La reazione delle nostre istituzioni è fondamentale, ma può avere un impatto limitato. Le dimensioni della crisi sono tali da poterla fronteggiare solo attraverso una mobilitazione sociale diffusa, dunque nel seguire comportamenti solidali, coerenti ed efficaci. Leggi e decreti contano, ma non bastano in assenza di cultura e costumi condivisi. Ciò spiega, fra l’altro, la riscoperta di quel che eravamo e avevamo forse dimenticato di essere: nazioni.In questa parte di mondo oggi la nazione più colpita è l’Italia. In Italia, il Nord. Nel Nord, la Lombardia. Nella Lombardia, Bergamo. Siamo nell’area più ricca del Paese, da cui proviene il grosso del pil italiano.

Qui si misura e si misurerà sempre più nelle prossime settimane l’alternativa del diavolo che opprime qualsiasi approccio alla crisi: più proteggi la salute di ognuno di noi più colpisci l’economia; più proteggi l’economia, più minacci la salute di tutti e di ciascuno. Almeno nel breve periodo. Ma nessuno sa quanto questa crisi durerà.I singoli paesi europei stanno affrontando la crisi in ordine sparso. Anche perché la pandemia non è geopoliticamente pandemica. Anzi, è selettiva e mobile. Il morbo si è dapprima diffuso dalla Cina ad alcuni vicini asiatici, specie la Corea del Sud (che parrebbe essere riuscita a contenerlo già ora) e di qui in Europa, a cominciare dall’Italia. E mentre a Pechino si celebra già, forse con troppo anticipo, la vittoria sul coronavirus, e ci si offre a modello se non addirittura a salvatori del mondo, il contagio impazza nell’Occidente ricco, rivelandone le magagne di organizzazione sanitaria e sociale.

Oltre all’arretratezza tecnologica rispetto all’Asia sviluppata, che impedisce fra l’altro lo screening diffuso della popolazione, decisivo in Cina, Corea del Sud, Taiwan, Singapore.I messaggi dei leader europei non potrebbero essere più discordanti. Dopo avere trascurato o bagatellizzato il virus ora molti ne trattano come una guerra (Macron) o almeno come una minaccia epocale (Merkel). Ma tutti i capi di Stato e di governo si rivolgono al proprio pubblico, senza nemmeno un pensiero agli altri europei. Ci si sbattono le frontiere in faccia e ci si lesinano gli aiuti.  È sperabile che nelle prossime settimane, insieme alla riduzione dei contagi e delle vittime, si possa assistere al calmieramento della paura e delle connesse chiusure egoistiche.

Ma la scoperta di quanto poco ci fidiamo gli uni degli altri condizionerà ogni futura strategia di integrazione europea. Che potrà eventualmente svilupparsi fra singoli paesi, certamente non nel contesto dei 27. (A proposito, notizie del Brexit?)Infine, scopriamo che Mamma America, cui eravamo abituati a volgerci quale protettore di ultima istanza, è in piena confusione. Né ha tempo per noi. Mentre la Cina profitta delle circostanze per esibirsi soccorrevole, inviando medici, aiuti e farmaci in Italia e in altri paesi europei. Con l’intento di rovesciare quella che appariva fino a ieri la pietra tombale sulle sue ambizioni di potenza in risorsa per aumentare la propria influenza in Europa e non solo. Siamo certi che altre sorprese seguiranno. Sorprese che se fossimo stati più consapevoli di noi avremmo dovuto attenderci.