Le giravolte di Trump in Venezuela

Colpo di scena – Prima il presidente americano avrebbe scaricato in un’intervista l’autoproclamato e ormai debolissimo presidente Guaidó dicendosi pronto a incontrare Maduro. Poi arriva puntuale la smentita
/ 29.06.2020
di Angela Nocioni

Donald Trump ha scaricato Juan Guaidó, il presidente della Assemblea nazionale (il Parlamento venezuelano) autoproclamatosi il 23 gennaio dell’anno scorso presidente ad interim del Venezuela per traghettare il Paese oltre il regime capeggiato da Nicolas Maduro e subito riconosciuto da una sessantina di Paesi nel mondo. Per primi gli Stati Uniti, e quasi tutti gli Stati europei tranne l’Italia (perché i Cinque stelle al governo a Roma si opposero) Cipro e pochi altri.

Trump l’ha scaricato malamente. Con due frasi durante un’intervista sul web ad Axios. Nell’intervista Trump ha sostenuto di «non avere molta fiducia in Guaidó», pur confermando d’essere «fermamente in disaccordo con come è governato il Venezuela». Il presidente statunitense ha detto d’aver accettato l’anno scorso l’idea del riconoscimento di Guaidó come presidente ad interim ma di non ritenerlo «molto significativo». L’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, nel suo nuovo libro, ha scritto che il presidente aveva l’impressione che Guaidó sembrasse «un ragazzino debole» in opposizione a Maduro «uomo forte».

Poi, a tempesta diplomatica ormai scoppiata dopo la diffusione dell’anticipazione dell’intervista di Trump, è corso ai ripari come al solito il cordone sanitario della Casa Bianca. In un briefing con i giornalisti la portavoce presidenziale Kayleigh McEnany ha detto che Trump continua a riconoscere Guaidó come presidente del Venezuela. Trump a quel punto ha aggiustato il tiro. «Incontrerei Maduro solo per discutere una cosa: una pacifica uscita dal potere!», ha twittato. «A differenza della sinistra radicale, sono sempre stato contro il socialismo e con il popolo del Venezuela. La mia amministrazione è sempre stata dalla parte della libertà e contro l’oppressivo regime di Maduro!».

La notizia della sua uscita su Guaidó era stata colta al volo dal candidato democratico alle presidenziali Joe Biden: «Trump parla duro sul Venezuela ma ammira i delinquenti e i dittatori come Nicolas Maduro. Come presidente, io sarò col popolo venezuelano e a favore della democrazia», aveva detto Biden citando i commenti di due senatori repubblicani della Florida che hanno criticato Trump per il suo «approccio inaffidabile e incoerente nella difesa dei diritti umani e della democrazia» a Caracas.

La retromarcia della Casa Bianca è utile a evitare il disastro diplomatico, ma non a cancellare le parole di Trump. Anche perché gli esperti del Dipartimento di Stato si mostrano preoccupati e delusi da tempo dalle difficoltà mostrate dal loro piano sullo scacchiere venezuelano. Non hanno tutti i torti, dal loro punto di vista.

Evidente a chiunque è che il prescelto come presidente ad interim, proclamato con le fanfare, s’è rivelato non soltanto del tutto disinteressato a smarcarsi dai poteri di ultradestra che l’hanno creato e messo in piazza a Caracas il 23 gennaio 2019 ad autoproclamarsi presidente ad interim con una mano sul cuore, ma anche del tutto incapace di usare quel ruolo e il consenso internazionale raccolto per riuscire a combattere il regime di Maduro con qualche efficacia.

Ricevuto in poche settimane un riconoscimento per nulla scontato da mezzo mondo, Guaidó ha avuto tutto l’agio e tutto il tempo di usare quella manna dal cielo per far fruttare il capitale politico dell’enorme insofferenza popolare verso Maduro. Che non ha, secondo quanto assicurano in sincerità (e in off) molti interni al regime, un consenso superiore al 20%.

Guaidó non l’ha voluto e non l’ha saputo fare, attento com’era e com’è a eseguire buono buono gli ordini strampalati in arrivo da Bogotà e dai temerari del partito repubblicano della Florida che notoriamente, da Cuba in giù, non brillano per iniziative efficaci. Guaidó ha dimostrato di non saper andare oltre il marchio di fabbrica che aveva stampato in faccia fin da quel 23 gennaio: creatura di Leopoldo López, estrema destra golpista caraqueña, lanciato alla ribalta da un accordo tra i falchi del Dipartimento di Stato statunitense e il mondo politico colombiano satellite del potentissimo ex presidente Alvaro Uribe. Perché scelsero Guaidó? Perché aveva il faccino perfetto a presentarlo come l’Obama tropicale e soprattutto perché il suo capo, l’abilissimo Leopoldo López – pericolosa testa pensante dell’antichavismo di destra radicale – non poteva presentarsi ancora in prima persona.

Cosa era successo a Caracas prima che spuntasse Guaidó in piazza? Era successo che López, agguerrito eterno candidato a capeggiare la rissosissima opposizione di destra venezuelana, era riuscito due anni fa a spiazzare la concorrenza per la leadership riuscendo anche a far schierare in favore di Guaidó tutti quelli disposti allora a manifestare contro Maduro. La reazione del regime alla sfida di piazza fu feroce: omicidi, arresti, rastrellamenti di quartiere, torture.

La reazione chavista nei confronti di Guaidó è stata molto più accorta. Inizialmente blocco dei conti, divieto d’espatrio, poi violato senza conseguenze, e l’intimidazione classica alla cubana: la polizia speciale che si affaccia nella casa di famiglia a chiedere informazioni sulla moglie. Il solito tetro teatro dell’intelligence cubana che comanda su tutto a Caracas, innanzitutto su Maduro. Scuola sovietica.

Il tempo giocava a favore del regime. E il regime ha saputo usarlo. Maduro è ancora lì, galleggia nella guerra tra bande militari dentro il governo finché qualcuno di loro non gli chiederà di farsi da parte perché si dirà non più in grado di garantirgli l’incolumità. La Dea, l’agenzia antidroga statunitense, scatenata, scova tutti i capi di imputazione possibili per Maduro e per i suoi cari, eppure lui resta in sella. Ostaggio dei suoi generali, ma pur sempre seduto nell’ufficio della presidenza della repubblica. 

Nel frattempo a Caracas il prezzo dello stallo drammatico di un regime che scricchiola ma non cade lo pagano i poveracci che non possono emigrare. Perché chi poteva se ne è andato, tantissimi chavisti della prima ora sono altrove. Il prezzo lo pagano anche alcuni determinatissimi che potrebbero andarsene ma non vogliono. «Yo de aquì no me voy», «che se ne vadano loro», rispondono quando gli si chiede come mai stiano ancora lì a combattere con i telefoni sotto controllo, gli agenti sotto casa e i dollari da racimolare per comprare qualsiasi cosa.

Loro, quei venezuelani contrari al regime ma ostili per principio alle iniziative dell’opposizione drammaticamente in mano alla banda López che gli ha sempre sparato addosso, di Guaidó hanno diffidato dal primo istante. Vedremo, hanno detto da subito. Noi purtroppo stiamo stretti tra un regime di trafficanti e un’opposizione che è e resta una opposizione fascistoide e razzista, dicevano e dicono ancora. Guaidó non ha saputo mobilitare in suo favore il popolo dei ranchos, le baraccopoli costruite che dominano Caracas dall’alto, fattore fondamentale degli ultimi cinquant’anni di politica venzuelana. Non li ha mossi non perché il regime, pur con infinite ruberie, riesca tuttora a sfamarli. Sì, gli dà due pacchi di riso, ma li arresta pure, li tortura, li perseguita. 

Numerose sono state le sommosse tentate contro Maduro in quartieri popolari ed antichavisti. Numerose e silenziate con la repressione immediata grazie all’abilità acquisita dal regime nel soffocare sul nascere qualsiasi rivolta. Le cellule di attivisti seminate ad ogni angolo di strada, sull’esempio dei Comitati di difesa della rivoluzione cubani (vicini occhiuti e spioni che fanno le veci di agenti di polizia) sono una delle poche cose funzionanti a Caracas. Non per nulla della loro costruzione se ne è occupata l’Avana. Funzionano per distribuire aiuti, per controllare capillarmente la città, e per segnalare, isolare, far arrestare i dissidenti. E meglio ancora: scoraggiare chiunque a dissentire.