«Lascio Londra, l’aria è cambiata»

La Brexit e il Coronavirus spingono molti ex espatriati ad abbandonare la capitale del Regno unito per tornare nel Paese di origine. Fra loro anche una nostra collaboratrice che ci racconta la sua esperienza
/ 19.07.2021
di Cristina Marconi

«Mi dai il numero della ditta di traslochi?» è una domanda che da quando abbiamo annunciato il nostro rientro in Italia ci sentiamo rivolgere spesso, solitamente come appendice pratica di un lungo monologo in cui l’amico di turno spiega esattamente perché ha deciso di non lasciare Londra, almeno per il momento. A 11 anni dal nostro arrivo l’aria è cambiata e si sente: la Brexit ora è una realtà, il Coronavirus ha reso il Continente ancora più lontano, il cielo del 2021 è stato costantemente plumbeo e i lockdown, tra passi falsi e confusioni varie, sono stati più lunghi e pesanti che in altri Paesi europei. Elementi che, se messi insieme, hanno incoraggiato molta gente a chiedersi se fare o meno un altro giro sulla grande giostra britannica.

Londra non smetterà mai di essere un posto straordinario, ma è innegabile che la vita dell’espatriato europeo ha assunto contorni acrobatici. Tutto è più complicato: non è certo la prima volta che la mia casa si riempie di scatoloni, ma prima d’oggi non avevo mai dovuto compilare un foglio Excel con il contenuto esatto di ogni pacco, regalare le piante alle amiche per evitare di dover procurare un passaporto fitosanitario alla kenzia, fotocopiare infinite volte i nostri contratti di lavoro per garantire ai doganieri che non stiamo contrabbandando piatti, bicchieri e lenzuola usate nell’Unione europea. C’è un muro di diffidenza reciproca tra i due blocchi, la burocrazia si è moltiplicata e ogni viaggio, tra quarantene, certificati e situazioni mutanti, è diventata un’esperienza ansiogena e imprevedibile anche per chi era abituato a prendere quattro voli a settimana.

La Brexit, d’altra parte, questo era: una riaffermazione delle frontiere, un voto contro l’immigrazione. Non solo quella non qualificata e magari dipendente dai sussidi statali, ma anche quella di una classe media che ha messo un po’ in crisi un sistema sociale rigido, in cui la missione di istruire e formare i giovani provenienti da ambienti e regioni depresse è stata abbandonata da tempo. Quell’elettorato, come sappiamo, è stato risvegliato e conquistato dalla retorica efficace e populista di Nigel Farage, ripresa in una versione appena più istituzionale dal premier Boris Johnson. Ma ora, in attesa che cresca una generazione di medici, infermieri, ma anche pizzaioli e baristi britannici, manca del tutto il personale e in molti settori dell’economia il problema è serio: nessuno raccoglie la verdura nei campi, nessuno è capace di servire ai tavoli.

Spesso nel mirino della working class britannica che ha votato Brexit c’erano i polacchi, competitivi nei prezzi e nella qualità dei lavori nell’edilizia. Dopo il referendum del 23 giugno del 2016 furono loro a subire più insulti, aggressioni, commenti odiosi. Ora che la sterlina è lontana dai livelli di sei anni fa, per molti è giunto il momento di cambiare strada e la Germania, più vicina a casa e al momento più dinamica, è diventata molto attraente, così come lo sono Austria, Olanda, Danimarca, ma anche l’Italia. La qualità della vita tutt’a un tratto è diventata un fattore decisivo, proprio nell’anno in cui la vita ha rischiato di sfuggirci di mano. E quindi i polacchi, arrivati nel 2004 e giunti a quota 922 mila nel 2017, ora dovrebbero essere intorno ai 700 mila, con una comunità in continua decrescita. Ma non sono solo loro ad aver cambiato i piani per il futuro. Nel settore finanziario anche c’è molto movimento e in tanti stanno convergendo verso Parigi, Amsterdam e Milano e altri lidi, complice anche la decisione di molte banche di non far tornare il personale in ufficio.

Sui numeri ufficiali il grande esodo per ora non si vede, anche perché il primo istinto è quello di regolarizzare la propria posizione nel Regno unito per non perdere anni di tasse e di radici ormai salde. Se al momento della Brexit si pensava che ci fossero 3 milioni di cittadini europei, il numero di richieste di settled status, ossia il documento che permette di restare nel Regno unito con gli stessi diritti di un cittadino britannico, è stato esorbitante: 5,6 milioni. Solo che il settled status decade dopo cinque anni di assenza dal Regno unito, il che vuol dire che in molti stanno preferendo la via costosa e laboriosa della cittadinanza a tutti gli effetti per poter gestire i prossimi anni nella massima indipendenza. Negli ultimi cinque anni sarebbero comunque già 1,3 milioni le persone nate fuori dal Regno unito che hanno lasciato il Paese.

Tante persone hanno trascorso il lungo inverno della Covid insieme alla famiglia d’origine, anche per risparmiare sugli affitti mostruosi: per loro trasferirsi significa ufficializzare una condizione che già esiste di fatto. Per tante altre, come forse per noi, proprio la fissità degli ultimi mesi ha rappresentato una spinta verso il cambiamento, il desiderio di affrontare qualcosa di nuovo. Milano, con la sua ritrovata fiducia e il suo conclamato dinamismo, è subito apparsa come la meta perfetta. D’altra parte sono anni che l’Amministrazione locale si impegna a promuoverla e il passaparola tra ex espatriati ha fatto crescere il mito di un luogo in cui è possibile vivere bene, senza perdere il sapore della grande città.

Io credo che la generazione che sta rientrando insieme a noi abbia solo una vera grande esigenza, ossia avere davanti a sé un luogo abbastanza reattivo al cambiamento. Quello che temiamo di più è la paralisi. Londra non è la città più bella, né la più simpatica, né forse la più interessante, ma è sicuramente quella in cui tutto ci è stato possibile per chi ci ha messo piede negli anni fortunati e insostituibili in cui era ancora europea. La lezione britannica riguarda la fiducia, la capacità di adattarsi, di riformarsi, di puntare sempre molto in alto, anche quando appare ridicolo e a costo di sembrare sbruffoni. Come si è visto con gli europei di calcio, è un atteggiamento che non sempre funziona e in questi anni è proprio irritante, ma nel piccolo, nel quotidiano, nella vita privata e in una società, l’ottimismo della volontà è una grandissima virtù. Di quelle da portare via nello scatolone più grande.