La Stalingrado del Medio Oriente

Iraq: 1.parte – Il piano dello Stato islamico a Mosul per sopravvivere all’offensiva delle forze irachene
/ 27.03.2017
di Daniele Raineri

L’impressione è che l’avanzata dei soldati dentro Mosul, ex capitale di fatto dello Stato islamico in Iraq, sia fin troppo veloce. Da quattro settimane le truppe scelte dell’Iraq hanno cominciato un’offensiva per prendere la parte ovest della città e infliggere al gruppo islamista guidato da Abu Bakr al Baghdadi una storica sconfitta sul campo. I baghdadisti oppongono una resistenza feroce, ma l’impressione generale è che sloggiarli da Mosul sarebbe stato più difficile e che avrebbe richiesto molto più tempo. Sia chiaro, è meglio così e non vuol dire che finora sia stata una passeggiata, anzi, è tutto l’opposto: ogni giorno qui si assiste a una delle battaglie più violente della storia del Paese, dove conta ogni metro e dove ogni strada, ogni angolo e ogni giardino sono diventati piccoli capisaldi da espugnare al costo di giornate di combattimenti furiosi. Sarà ricordata come una Stalingrado del Medio Oriente, sia perché c’è una lotta senza quartiere sia perché ci saranno conseguenze durature – come i nazisti abbandonarono l’idea di conquistare la Russia dopo la sconfitta a Stalingrado, così anche gli estremisti dovranno abbandonare l’utopia sanguinosa del ritorno del Califfato e regredire allo status di banda di guerriglieri. Eppure, ci si aspettava peggio.

Siamo embedded con gli Scorpioni della Divisione di ricezione rapida, una delle due divisioni che hanno il compito di sfondare le linee dello Stato islamico – sui mezzi spicca lo scorpione nero in campo giallo – che da quasi tre anni si prepara a resistere a questa offensiva annunciata. Sono truppe scelte, anche se non hanno l’aspetto atletico dei loro colleghi americani e appartengono più alla categoria degli smilzi determinati: farebbero meno figura in un film, ma hanno tutti alle spalle almeno un paio di anni di battaglie urbane per liberare pezzi di Iraq dallo Stato islamico: Tikrit, Fallujah, Ramadi… È una campagna che a malapena è ricordata sui media internazionali e infligge perdite pesanti agli estremisti. Si muovono su convogli blindati che sembrano bizzarri a chi non conosca le difficoltà di combattere nelle città: c’è un bulldozer corazzato ad aprire la strada e svellere le barricate che chiudono le strade, alcuni blindati leggeri a portare gli uomini che devono infilarsi nelle case, un carro armato a fare la parte del grosso del gruppo, pronto a sparare proiettili che hanno una gittata di quindici chilometri – ma qui si spara a cento metri.

Ogni volta che i soldati iracheni provano l’affondo, riescono a prendere circa un chilometro di territorio. Poi devono fermarsi per almeno tre o quattro giorni, per riorganizzarsi e lasciare che gli elicotteri e i jet americani – soprattutto quest’ultimi – dissodino il terreno davanti a loro, vale a dire localizzino tutte le postazioni dello Stato islamico e le facciano saltare in aria. Queste postazioni possono essere nidi di mitragliatrici nascosti sui tetti, camion-bomba nascosti nei garage, intere squadre di guerriglieri nascoste in tunnel fra le case e singoli cecchini appostati dentro le stanze degli appartamenti (stanno sdraiati e lontani dalle finestre, così quando sparano non si vede la fiammata e il suono è confuso). A volte gli estremisti tentano contrattacchi molto pericolosi perché arrivano vicini e causano perdite tra gli iracheni, quando succede è facile da capire perché ai giornalisti viene tolto l’accesso alla prima linea, il comando non vuole che escano fotografie delle perdite.

Ma, tutto sommato, la direzione dello scontro è già decisa. Lo Stato islamico continua a perdere terreno e i suoi avversari non si arrestano. Tutta Mosul ovest è circondata e questo vuol dire che i jihadisti sono assediati, senza nessuna via di fuga. Uno dopo l’altro, i grandi luoghi simbolici passano di mano: è toccato all’aeroporto, poi alla stazione dei bus, al grande carcere di Badoush e al museo (famoso per un video ignobile che mostrava lo Stato islamico fare a pezzi le statue). Mosul ovest cadrà, è soltanto una questione di tempo. Sull’altra parte del fiume Tigri, Mosul est gode già della libertà ritrovata, è stata riconquistata tra ottobre e inizio dicembre, i venditori di frutta sono tornati nelle strade, le scuole hanno riaperto, le forze speciali arrestano ogni settimana una trentina circa di uomini sospettati di avere fatto parte dello Stato islamico. È il destino che toccherà anche alla metà ovest.

Queste cose le sa anche lo Stato islamico e viene il dubbio che siano il motivo della velocità dell’avanzata dei soldati dentro Mosul. Il gruppo ha già un piano per il dopo. Resistere a oltranza dentro la città e sprecare tutte le risorse in una grande, apocalittica battaglia finale. È probabile che abbia deciso di dividere le sue forze e di cominciare a pianificare quello che succederà nella fase che seguirà la fine dei combattimenti – vale a dire quando questa ondata di uomini e mezzi spropositata e schierata per alcune settimane contro di loro dovrà necessariamente dissolversi e molti soldati torneranno alle loro basi sparse per tutto l’Iraq, anche a mille chilometri di distanza.

Esattamente come alcune banche in tempo di crisi si sdoppiano e creano una cosiddetta «bad bank» che si accolla tutti i debiti, così lo Stato islamico ha lasciato a combattere dentro Mosul alcuni uomini agguerritissimi ma che nel dopo-Mosul sarebbero soltanto un fardello per il gruppo. Vale a dire i combattenti stranieri che non avrebbero speranza di superare nemmeno un posto di blocco nell’Iraq degli anni a venire, perché sarebbero subito scoperti alla prima domanda in arabo. I foreign fighters russi e francesi, ma anche quelli sauditi e tunisini – che hanno un accento arabo riconoscibile con facilità e che non saprebbero come mescolarsi ai civili – sono rimasti dentro a combattere fino alla morte. Loro hanno il compito, in un certo senso, di salvare la faccia allo Stato islamico, e di dimostrare che sa imporre un prezzo in vite umane e mezzi altissimo per ogni sconfitta che incassa.

Assieme con i foreign fighters anche molti combattenti che sono rimasti mutilati in guerra e molti bambini soldato sono restati a farsi uccidere – è una situazione che ricorda la Berlino del 1945 e gli ultimi giorni della parabola nazista. Mutilati e bambini non avrebbero utilità nella nuova forma che prenderà il gruppo se tornerà a diventare una guerriglia clandestina simile a quella che conduceva nel 2011. Allora non controllava alcuna piazza di città dove mozzare teste davanti alla folla, ma faceva saltare autobombe in giro per il paese e tendeva imboscate solitarie ai soldati. I capi, e con essi anche il leader supremo Abu Bakr al Baghdadi, hanno già lasciato Mosul e forse non ci sono mai stati davvero in pianta stabile, perché sapevano che era un territorio di caccia per i droni e l’intelligence americana.

Tra i capi che si fanno uccidere molti sono stranieri, per esempio Abdul Kareem al Rusi, che in arabo vuol dire «il russo», capo della brigata Tariq bin Zayed – che è una brigata dello Stato islamico formata esclusivamente da stranieri (Tariq bin Zayed fu il conquistatore arabo della Spagna, è molto caro alla memoria dei jihadisti). Se lui era a Mosul, vuol dire che almeno metà della legione straniera dello Stato islamico combatte a Mosul. Si capisce perché (l’altra brigata di stranieri dello Stato islamico porta il nome del predicatore americano Anwar al Awlaki, forse è rimasta a difendere l’altra capitale del gruppo, Raqqa nel deserto siriano).

A provare che questa è più che una teoria c’è stato il rinvenimento alcuni giorni fa, a ovest di Mosul, di tonnellate di munizioni sepolte sotto la sabbia. Era un deposito segreto preparato dallo Stato islamico, segno che il gruppo non vuole bruciare tutte le sue risorse ora e che si prepara al dopo. Del resto in alcune zone dell’Iraq, per esempio a est di Ramadi, è tornato a colpire con una determinazione tale che è stato imposto di nuovo il coprifuoco.