La razza incendiaria

Dis-integrazione – Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni è un ulteriore innesco della divisione socio-razziale negli Stati Uniti, raramente tanto disuniti
/ 08.06.2020
di Lucio Caracciolo

La rivolta che sta devastando le città americane dopo l’uccisione di George Floyd da parte della polizia del Minnesota non è questione di ordine pubblico. È riflesso e ulteriore innesco della divisione socio-razziale negli Stati Uniti, raramente tanto disuniti. Accentuata dall’epidemia da Covid-19, che in tre mesi ha fatto il doppio delle vittime subite durante i vent’anni della guerra in Vietnam (1955-75), ben oltre i centomila ufficialmente censiti. Soprattutto, l’attacco del virus e il crimine di Minneapolis hanno confermato quanto profondo sia il fossato sociale, economico e culturale che separa i bianchi di ceppo anglosassone, specie germanico, da neri, ispanici, asiatici e altre minoranze in notevole crescita.

Nel 2009 il mondo aveva inneggiato all’avvento del primo presidente per metà africano della storia americana, Barack Obama. Lo si immaginava simbolo della consacrata integrazione dei neri nel cosiddetto melting pot, l’assimilazione a stelle e strisce che nei secoli ha fatto di immigrati i più diversi una sola nazione. La più potente al mondo. Di fatto impero globale, senza limiti. Ora i limiti della superpotenza appaiono nella loro inquietante nitidezza.

Uno dei più acuti e influenti analisti americani, George Friedman, fondatore e presidente di Geopolitical Futures, ha pubblicato a febbraio un libro dal titolo volutamente paradossale, ma incredibilmente profetico: The storm before the calm, la tempesta prima della bonaccia. Tesi: nel 2020 scoppierà in America una crisi senza precedenti. Vi si incroceranno, alimentandola, fattori sociali, culturali, geopolitici, oltre a un ciclo economico depressivo. Crisi di proporzioni tali da far dubitare l’America di se stessa. Dopo un decennio di sconvolgimenti, in cui lo stesso primato americano nel mondo verrà messo a severa prova, un nuovo ciclo positivo s’innescherà, riportando secondo Friedman l’America unita e sicura al centro dell’equazione globale del potere. Per un altro secolo.

Non sappiamo che valore dare alle teorie cicliche della storia, anche se cogliamo che tendono a ripetersi ciclicamente nelle fasi di decadenza, di grave incertezza. Ma senza comprometterci sul futuro, possiamo prendere atto con sobria asseverazione che questa crisi, di cui la morte orrenda di George Floyd resterà simbolo per generazioni, è fra le più acute che mai abbiano attraversato l’America contemporanea. Certo non è la prima volta, né sarà l’ultima, che le forze di sicurezza americane si segnalano per speciale brutalità nei confronti dei neri, come di altre minoranze o frange emarginate di una società particolarmente violenta. Tanto da essere quasi abituata all’esplodere di ricorrenti ondate di crisi, innescate dallo sfondo razzista che circola da sempre negli States, più che in altre aree del mondo (ma oggi questo pregiudizio potenzialmente devastante pare di gran moda in quasi tutto il pianeta). Ed è ben possibile che il caos attuale possa essere domato, con le buone o con le cattive, in un arco di tempo ragionevole. Ma le conseguenze del caso Floyd dureranno. Perché non fu assassinio estemporaneo.

L’ex capo del Pentagono Jim «Cane Matto» Mattis, marine di cervello fine e lingua lunga, ha stabilito: «Donald Trump è il primo presidente degli Stati Uniti che non cerca di unire il popolo americano, né finge di provarci. Al contrario, ci divide. Stiamo assistendo alle conseguenze di tre anni di questo sforzo deliberato. Di tre anni senza una leadership matura». C’è molto di vero in questa amara sentenza. Ma sarebbe ingenuo immaginare che, una volta passato Trump (non necessariamente per effetto del voto presidenziale di novembre) si torni alla migliore delle Americhe possibili. Così come era illusorio concepire l’idea che un presidente più o meno nero colmasse d’un colpo i fossati di sfiducia e pregiudizio razziale che impediscono la coesione del popolo americano. Dovremo convivere a lungo con questa tabe ereditaria, da cui ebbe origine la guerra civile (1861-65) di fatto rifondatrice degli Stati Uniti d’America su base sufficientemente unitaria.

I riflessi del caso Floyd si percepiscono ovunque. Cortei e contro-cortei percorrono le strade delle grandi metropoli «globali». La Cina ne profitta per esibirsi in tirate anti-americane, accusando la Casa Bianca di doppi standard, visto il suo atteggiamento sulla rivolta a Hong Kong. Il deficit di credibilità degli Usa nel mondo, già percepibile, tenderà ad accentuarsi. Pessime notizie per chi ancora spera nella possibilità di una gestione condivisa delle crisi planetarie. Occasione per chi prepara nuovi incendi. Dalle conseguenze che preferiamo non concepire.