La pace non ferma la violenza

Colombia – La candidata sindaco Karina Garcia Sierra è stata assassinata insieme ad altre cinque persone. Secondo le prime ipotesi ci potrebbe essere la mano di un gruppo di dissidenti delle ex Farc diventati banditi
/ 09.09.2019
di Angela Nocioni

Un «omicidio cantado», si dice in Colombia. Una morte annunciata. «Mi vogliono uccidere. I miei manifesti elettorali sono da giorni sporcati di vernice rossa. È un avvertimento chiaro». Lo andava dicendo da settimane Karina Garcia, 31 anni, candidata del partito liberale alla carica di sindaco nella città di Suarez, nella Colombia sudoccidentale, zona un tempo controllata dalla narcoguerriglia delle Farc e da tre anni diventata terra di nessuno contesa tra vari gruppi di narcotrafficanti. Aver dato l’allarme non le è servito a salvarsi.

Karina Garcia è stata uccisa domenica primo settembre. L’auto blindata in cui viaggiava è stata crivellata di colpi con armi di grosso calibro e poi incendiata. Con lei sono morte altre cinque persone: sua madre, un candidato consigliere comunale del suo stesso partito e la scorta. Tutti uccisi, carbonizzati. Tranne un agente della scorta che si sarebbe salvato tuffandosi fuori dall’auto in corsa.

Il padre della candidata uccisa, Orlando García, ha detto che negli ultimi giorni sua figlia aveva ricevuto minacce esplicite da sostenitori di altri candidati.

Le autorità colombiane si sono dette certe, dopo tre giorni dal massacro, che i responsabili della strage siano al soldo di dissidenti delle ex Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), il principale gruppo guerrigliero colombiano disciolto dopo la firma di un difficilissimo accordo di pace nel 2016. Non tutti i membri delle Farc hanno consegnato le armi. Non tutti hanno accettato la smobilitazione. Essenzialmente perché sono soldati dei narcos, spesso affamati, da anni vivono scappando nella selva, obbediscono ed uccidono e sanno fare solo quello.

Le Farc, ben al di là della retorica ideologica di cui si sono ammantate usando un lessico da guerriglia rivoluzionaria, erano ormai da decenni quasi solo un esercito armato di narcotrafficanti, la cui base fa la fame e si arruola per una scodella di zuppa quotidiana. La maggior parte degli uomini e delle donne che componeva e compone ancora quell’esercito non ha capito nemmeno le parole usate nella trattativa politica dai loro comandanti, una trattativa assai complessa, durata anni e approdata, tra mille peripezie, ad un accordo di pace che è valso all’ex presidente colombiano Manuel Santos un (discusso) Nobel della Pace.

La strage in cui è stata uccisa Karina Garcia, chiunque l’abbia ordinata, è da inquadrare dentro la terribile guerra aperta dopo la firma del trattato di pace nelle zone prima controllate dalle Farc. Suarez è una zona indigena dentro il dipartimento di Cauca. Per ragioni geografiche è un corridoio fondamentale per molti traffici. Non solo di droga, anche di armi e di minerali estratti da miniere illegali. Ma è soprattutto un luogo cruciale per la produzione della pasta base da cui poi si ricava cocaina. Prima della firma dell’accordo di pace lì avvenivano soprusi e violenze atroci, con un controllo del territorio quasi interamente in mano alle Farc.

Ora continuano ad avvenire soprusi e violenze aggravate e moltiplicate dal fatto che il territorio non ha più un potere unico che lo controlla, per quanto illegale, ma è diventato oggetto di contesa tra almeno tre eserciti irregolari: l’Esercito di liberazione nazionale (la seconda guerriglia colombiana) l’Esercito popolare di liberazione e vari gruppi sbandati, ma ugualmente feroci, delle ex Farc che si sono rifiutati di aderire alla smobilitazioni e di consegnare le armi. Tra loro quello più organizzato e meglio armato sarebbe la cosiddetta «colonna mobile Jaime Martínez» che raggruppa uomini di gruppi discioltisi, ma non estintisi. Nomi che in Europa non dicono nulla, ma in Colombia fanno paura a tutti: la Miller Perdono, la Jacobo Arenas e il fronte 30 delle ex Farc.

Il governo colombiano, con una certezza di toni che denuncia chiaramente la necessità di fare propaganda poiché a tre giorni dalla strage non può essere certo nulla di un massacro in cui ogni traccia di prova è finita carbonizzata insieme all’auto incendiata, indica il responsabile in un ex guerrigliero dissidente di medio livello gerarchico nella vecchia struttura della guerriglia. Si tratterebbe di Leder Johay Noscué, noto con il nome di battaglia Mayimbù. È la stessa persona indicata come responsabile di spargere terrore nelle comunità indigene.

Nella guerra per contendersi il controllo del territorio la capacità di incutere terrore nella popolazione locale è un fattore fondamentale. I tre contendenti cercano, ciascuno per suo conto, di esercitare un controllo sociale, di imporre regole di comportamento (insensate ed assurde, ma da far percepire come comandamenti obbligatori) restrizioni alla libertà di movimento e una parvenza di amministrazione locale dell’economia e della giustizia. Come fanno? Attraverso omicidi considerati esemplari. Attraverso la affissione di manifesti, la distribuzione di fogli scritti. Lasciano spesso cartelli sui corpi delle persone che uccidono, al fine di terrorizzare i locali e avvisarli su quale sarà la loro fine se si rifiuteranno di accoglierli come nuovi padroni del territorio. Per questo Karina Garcia aveva denunciato che il suo materiale di campagna elettorale era stato macchiato di vernice. Aveva capito che era un messaggio chiaro, una minaccia esplicita a lei e a chi la sosteneva.