La nuova (a)normalità

Economia da Covid-19 - Adagiarsi sullo status quo sarebbe – da ogni punto di vista – insostenibile
/ 20.07.2020
di Edoardo Beretta

Non è stato raro in questi ultimi mesi ascoltare appelli secondo i quali la società globale doveva «imparare a convivere con la pandemia». Sono stati introdotti nuovi modi di salutarsi, gesti di interscambio individuale sono stati banditi fra persone estranee al nucleo familiare e la vita sociale è stata quasi azzerata. Per descrivere questo stato di cose – aberrante, nel 2020 – è stata (ri)utilizzata la formula «nuova normalità» (new normal). Sia chiaro, però: non c’è nulla di «normale» in tali stravolgimenti – pur nella necessità di rispettare stringenti norme igieniche – o nel dovere «convivere» con un morbo, contro cui un vaccino (o anche solo una cura) tuttora mancano. No, questa non è la «nuova normalità». È, semmai, la «nuova anormalità».

Si assiste altresì ad improbabili ribaltamenti di nessi causali: anziché «sconfiggeremo la pandemia» riecheggia lo slogan «imparare a conviverci». Se la situazione (medico-sanitaria così come economico-sociale) non fosse drammatica, basterebbe fare uso di un esempio volutamente esagerato per evidenziare la lettura capovolta dei rapporti causali. Si ricorra alla favola di Cenerentola di C. Perrault: le sorellastre (per calzare la scarpetta e convincere il principe) si sono tagliate le dita dei piedi o i talloni. Non sarebbe stato «normale» tentare uno scambio di scarpa o ammettere di non esserne le proprietarie? 

Le prospettive economico-sociali sono così a tinte fosche da indicare come la situazione attuale possa e debba essere solo temporanea e non – come ipotizzato – prolungarsi nel tempo. Le stime di crescita del PIL mondiale sono state riviste al ribasso (–4,9% a giugno 2020 secondo il FMI contro –1,67% nel 2009 a crisi dei mutui subprime in atto) con l’export di Paesi come la Germania (che nel 2019 era al terzo posto su scala globale) registrato a maggio 2020 –29,7% rispetto allo stesso periodo nel 2019 come rilevato da Destatis. Licenziamenti in ambito privato e/o salvataggi «selettivi» da parte degli apparati pubblici completano il quadro con tassi di disoccupazione negli USA pari a 11,1% nel giugno 2020 contro il 3,7% di un anno prima. Il settore turistico-alberghiero-ristorativo sta subendo – ove le strutture abbiano riaperto considerati i costi fissi – gravissime perdite: in Spagna il turismo contribuiva nel 2019 per il 11,8% del PIL contro il 4,4% nei Paesi OCSE. Il danno è inestimabile.

Il settore sportivo, dell’intrattenimento o dei grandi eventi quali concerti, manifestazioni culturali, fiere, congressi etc. ha subito perdite senza precedenti: il calcio europeo ha secondo Statista generato nel periodo 2018-9 ricavi pari a 28,9 mld. € contro i 13,6 mld. € del 2006-7. Anche i viaggi internazionali (fra quarantene, Paesi su black list e stati d’emergenza protratti) sono coinvolti nel peggiore dei modi. Così anche i diritti individuali, fra cui quello di potersi spostare senza essere tracciati. 

Alcune banche centrali avevano iniziato un percorso di rialzi dei tassi di interesse: ora li hanno dovuti nuovamente tagliare (ad esempio, da +1,25% negli USA fino al 15 marzo 2020 a +0,25%), rinfocolando l’erosione storica del benessere da risparmio. Anche le modalità di pagamento sono influenzate – la BCE, Deutsche Bundesbank e Sveriges Riksbank hanno rassicurato sugli scarsi rischi di contagio da esso – quando in epoche di moneta sempre più digitale il cash è «àncora di stabilità». Anche le occasioni di spesa si sono ridotte e l’aumento del commercio elettronico (presso colossi online prossimi a posizioni oligopolistiche) esclude quello di prossimità. Stare insieme è, da sempre, la base del commercio. Rischia, quindi, di venire meno il «filo rosso», che ha condotto lo sviluppo economico-politico-sociale, cioè l’apertura verso l’altro in genere.

Il messaggio è chiaro: non adagiarsi su scenari di convivenza con un morbo estraneo. Da ricercatore delle scienze sociali ritengo che quelle naturali – come lo furono economisti ed analisti nella crisi economico-finanziaria globale – siano chiamate a bruciare le tappe nello scoprire un vaccino o, perlomeno, una cura. Per farcela si devono superare quelle tempistiche assai lunghe dei processi di produzione scientifica fatti di studi, (contro)analisi, revisione, (pre)pubblicazione etc.

Se ritenuta impossibile, ci si interroghi per il futuro quale ricerca privilegiare: automatizzazione, digitalizzazione «esasperati» e «scoperte spot» o ricerca sanitaria essenziale? Laddove si potesse giungere a brevissimo a soluzioni efficaci una task force internazionale dovrebbe incaricare aziende di diversi Paesi del mondo di produrre a ciclo continuo quanto necessario secondo principi di open source: l’argomento della «limitata capacità produttiva» e delle vaccinazioni scaglionate in base a classi di rischio decadrebbe. Perché la storia insegna che l’unione fa la forza. Così fu fatto alla Conferenza di Bretton Woods quando, dal 1. al 22 luglio 1944, 44 Paesi del mondo si trovarono per riscrivere l’ordine monetario internazionale post-bellico: gran parte degli organismi internazionali – non solo il FMI o la Banca Mondiale – derivano da quella visione comune per un mondo post-totalitaristico. La scienza deve, quindi, dare risposte rapide ed efficaci. Perché la presente non è una «nuova normalità»: è, semmai, una temporanea ed avvilente «anormalità», a cui le persone non possono e devono arrendersi.