La mossa di Erdogan

Libia-Turchia – Il 2 gennaio scorso il parlamento turco ha autorizzato l’invio di soldati in Libia a sostegno di al-Sarraj. Questo lo scenario
/ 13.01.2020
di Marcella Emiliani

«In Libia ci sono già 2500 mercenari russi e 6000 soldati sudanesi, perché non dovrebbero esserci anche i turchi?». È con queste premesse che l’8 gennaio scorso il signore di Ankara, Recep Tayyp Erdogan, ha inviato in Libia un primo esiguo contingente delle proprie truppe scelte a difesa del Governo di accordo nazionale (Gan) di Fayez al-Sarraj sostenuto dall’Onu e ormai asserragliato a Tripoli che è stata presa di mira dall’Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar fin dal 4 aprile dello scorso anno. In un Paese che dalla morte di Muammar Gheddafi nel 2011 risulta come minimo spaccato in due (parlamento di Tripoli contro parlamento di Tobruk, al-Sarraj contro Haftar in una guerra tribal-civile cui, anno dopo anno, si sono aggiunte altre potenze regionali e internazionali) davvero non si sentiva la necessità dell’entrata in scena di un altro attore smanioso di ampliare la propria sfera di influenza sul cadavere della Libia che fu.

Detto in parole povere, l’aiuto militare di Erdogan ad al-Sarraj sembra ricalcare il tristissimo copione della guerra civile che ha letteralmente dilaniato la Siria. Gli attori esterni, peraltro, sono gli stessi l’un contro l’altro armati: al-Sarraj ha dalla sua le ormai imbelli Nazioni Unite, gli Stati Uniti, l’Unione europea, il Regno Unito, l’Italia, il Qatar e la Turchia, questi due ultimi rivali diretti in campo sunnita sia dell’Egitto sia dell’Arabia Saudita che appoggiano invece il generale Haftar assieme alla Russia, alla Francia e agli Emirati Arabi uniti.

La differenza tra i due schieramenti perlomeno a parole non potrebbe essere più netta: mentre, infatti, i sostenitori del Governo di accordo nazionale – fino all’irruzione in Libia della Turchia – non intendevano usare le armi per mettere fine al caos libico, sostenevano cioè la ricerca di una soluzione politico-diplomatica, i sodali di Haftar sembrano credere solo al pugno di ferro per aver ragione di una crisi che rischia di destabilizzare non solo l’ex regno di Gheddafi ma l’intero Medio Oriente e tutta l’area mediterranea.

Rispetto a quanto successo in Siria, in Libia manca un attore di primo piano come l’Iran attualmente sull’orlo della guerra con gli Stati Uniti che, con una drammatica mossa a sorpresa del presidente Trump, il 3 gennaio scorso hanno ucciso Qassem Suleimani, leader della Brigata al-Quds dei Guardiani della rivoluzione (i pasdaran) ma soprattutto uno degli artefici della sconfitta dell’Isis in Siria e in Iraq, e dell’espansione iraniana nello stesso Iraq, in Libano, in Siria, a Gaza e in Yemen, la cosiddetta «mezzaluna sciita» che tanto impensierisce l’Arabia Saudita sunnita. Quello che invece si gioca in Libia è uno scontro tutto intra-sunnita che non ha nulla a che vedere con gli schieramenti della storica contrapposizione sunniti-sciiti, ma che non è certo meno virulento.

Per cogliere le sfumature più drammatiche di questo scontro intra-sunnita bisognerebbe seguire – se ci si riesce – l’ondivaghezza delle alleanze delle milizie locali che combattono sul terreno, alleanze che cambiano di mese in mese se non proprio di settimana in settimana in base ai vantaggi che ognuna può trarre nell’immediato, visto l’andamento delle sorti militari sul campo che dall’esterno è oggettivamente difficile seguire. Una sola cosa è sicura: tutti gli attori della tragedia libica stanno cercando di strumentalizzarla a proprio favore, costi quel che costi al Paese. Sull’onda di questa certezza chiediamoci allora qual è il reale interesse della Turchia in Libia?

Innanzitutto non è dall’8 gennaio che la Turchia aiuta il governo di al-Sarraj. In barba all’embargo decretato dall’Onu sulla vendita o la fornitura di armi a qualsiasi schieramento in campo, Ankara – non diversamente da altre capitali coinvolte nel conflitto – ha fornito al Gan di Tripoli droni, armi e cannoni, ma non ha mai spedito in Libia squadroni di mercenari come ha fatto il suo alleato sullo scenario siriano, il presidente russo Putin. Se Erdogan ha deciso di uscire allo scoperto e di impegnarsi alla luce del sole dalla parte del Governo dell’accordo nazionale con l’invio in Libia delle sue truppe d’élite è perché – con il trattato di cooperazione militare turco-libico ratificato dal parlamento turco il 21 dicembre 2019 – si è impegnato ufficialmente a farlo nel nome della legalità.

Il presidente turco sostiene, infatti, che il generale Haftar sia una sorta di usurpatore, con le parole sue «non è un leader legittimo» perché «rappresenta una struttura illegale» che sarebbe poi il parlamento di Tobruk. Non stiamo neanche a discutere quanto siano «legali» i parlamenti di Tripoli e di Tobruk o quanto Erdogan sia affidabile come paladino della legalità nonché chi e quando l’abbia investito di questo ruolo. Anche in questo caso una sola cosa è certa: è stata proprio l’offensiva di Haftar a fornire alla Turchia il destro e la scusa per intervenire in Libia, cosa cui il presidente turco aspirava fin dalla morte di Gheddafi senza aver mai trovato l’occasione giusta per farlo. Chiediamoci allora perché l’ha fatto ora e quali reali opportunità politiche ed economiche hanno ispirato la cooperazione tra Ankara e Tripoli.

Nonostante l’aggravarsi della situazione sul terreno e la progressiva internazionalizzazione del conflitto libico è stato l’atteggiamento delle superpotenze a suggerire a Erdogan di scendere in campo apertamente proprio adesso.

Gli Stati Uniti di Trump, tranne sul fronte della lotta all’Isis, non si sono mai veramente impegnati in Libia, dove si affidano all’Onu per trovare una soluzione al conflitto. La loro priorità in Medio Oriente è rappresentata dall’Iran e l’uccisione di Suleimani lo conferma appieno, con il rischio che comporta una guerra aperta Usa-Iran. Dal canto suo la Russia di Putin, nuovo arbitro delle sorti del Medio Oriente, non poteva e non può ignorare un paese potenziale fonte di destabilizzazione per tutta l’area mediterranea. Infine c’è da registrare l’atteggiamento della Cina. Xi Jinping si tiene adeguatamente defilato, pago delle forniture di armi che gli vengono commissionate con destinazione Libia da parte di attori quali gli Emirati arabi uniti o l’Egitto, tanto per fare nomi. Se la situazione in Libia si fa bollente, come in questo periodo, allora da Pechino arrivano pacati inviti alla calma e alla ricerca di una soluzione diplomatica al conflitto.

Quanto alle ragioni economiche che hanno spinto Erdogan al fianco di al-Sarraj basta pronunciare una sola parola: EastMed alias il gasdotto che da Cipro dovrebbe portare il gas in Grecia e dalla Grecia in Europa, un affare colossale dal quale la Turchia è stata esclusa tant’è che l’accordo per lo sfruttamento del giacimento off-shore scoperto nelle acque territoriali di Cipro è stato firmato il 3 gennaio scorso solo da Grecia, Cipro greca e Israele. L’accordo con Tripoli prevede così che Ankara possa partecipare alle prospezioni di gas o petrolio nel Mediterraneo in partnership con la Noc (National Oil Corporation), l’ente energetico statale libico.

Il presidente turco infine non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione d’oro di aumentare il proprio peso politico in Medio Oriente moltiplicando gli scenari di conflitto in cui intervenire e possibilmente diventarne l’ago della bilancia decisivo. Una lezione imparata molto bene da Putin. Così l’8 gennaio nel corso di una visita lampo del presidente russo a Istanbul, i due compari hanno invitato tutti gli attori coinvolti nella guerra civile libica ad arrivare a un cessate il fuoco a partire dalla mezzanotte del 12 gennaio. Smettessero intanto loro di rimestare nel torbido libico appoggiando l’uno Haftar e l’altro al-Sarraj. Naturalmente non lo faranno, anzi proprio quel loro comunicato sembra preludere ad una sorta di spartizione della Libia ricalcando quanto hanno già fatto in Siria.

E l’Italia, ci chiederemo noi? Rimane ininfluente tanto quanto l’Unione europea. Ormai i giochi in Libia sembrano fatti solo dalla forza delle armi e non dalle parole.