La maledizione dei soldi

Caso Becciu – Lo scandalo finanziario culminato con le dimissioni imposte da Papa Bergoglio al cardinale Giovanni Angelo Becciu è una storia molto complessa, nella quale si mescolano speculazioni finanziarie e intrighi vaticani
/ 12.10.2020
di Giorgio Bernardelli

Ancora una volta la maledizione dei soldi. Con cardinali disinvolti nella gestione di somme con tanti zeri e tutto un sottobosco di personaggi equivoci impegnati ad accreditarsi come interlocutori affidabili all’ombra del Cupolone. Ruota tutto intorno alla gestione delle finanze lo scandalo che in queste settimane è tornato a scuotere il Vaticano e che ha nella velocissima caduta in disgrazia del cardinale sardo Angelo Becciu  il suo volto simbolo più dirompente.

A destare scalpore è stato soprattutto il modo in cui Papa Francesco ha agito: il Pontefice che ha fatto della misericordia il suo cavallo di battaglia, questa volta ha mostrato tutta la sua personale repulsione per i comportamenti in odore di corruzione. Applicando quella che è una sua facoltà: esautorare un cardinale prima ancora di sapere se a suo carico vi sarà un vero e proprio procedimento giudiziario. I fatti sono noti: la sera del 24 settembre Becciu – 72 anni, carriera tutta nella diplomazia vaticana, legatissimo ai Focolari, movimento solitamente citato nella galassia cattolica per il suo inguaribile ottimismo nel dialogo interreligioso più che per interessi di potere – viene ricevuto in udienza da Bergoglio a Casa Santa Marta.

Il porporato pensa di andare a sottoporgli questioni legate al suo attuale ufficio di prefetto della Congregazione per le cause dei santi, il dicastero che seleziona i nuovi profili di santi e beati della Chiesa cattolica. Con sua sorpresa, invece, si ritrova apertamente sfiduciato dal Papa che appena due anni prima lo ha creato cardinale. E con la notizia ufficiale delle dimissioni dal suo incarico e della «rinuncia ai diritti connessi al cardinalato» diffusa la sera stessa con insolita celerità dalla Sala stampa vaticana.

Che questa rimozione traumatica avesse a che fare più con il suo precedente ruolo nella Segreteria di Stato che con le cause di beatificazione non era difficile da capire. Ma sono stati soprattutto i dettagli lasciati filtrare dall’inchiesta interna vaticana a scoperchiare la pentola sull’Obolo di San Pietro, il fondo di solidarietà alimentato dai cattolici di tutto il mondo «per la carità del Papa» la cui gestione finanziaria era appunto tra i compiti dell’allora arcivescovo Becciu quando tra il 2011 e il 2018 ricopriva la delicatissima carica di Sostituto, cioè il «numero due» nella catena di comando della Segreteria di Stato vaticana.

Già da mesi era rimbalzata sui media la polemica per un’operazione inconsueta per un ente come il Vaticano: un investimento da oltre 200 milioni di euro per l’acquisto di un immobile di lusso a Sloane Avenue, nel raffinatissimo quartiere di Chelsea a Londra. Un’operazione sulla quale nell’estate 2019 era stato lo stesso Ior ad accendere i riflettori portando all’avvio di un’indagine interna. Ed è stato a quel punto che sono riemersi tutti i vizi più classici nella gestione del denaro dei Sacri Palazzi.

Innanzi tutto il familismo, con il nunzio apostolico Becciu che fin dal tempo del suo servizio in Angola e a Cuba non trova in entrambi i posti un artigiano in grado di realizzare una porta o dei serramenti adatti e quindi chiama il fratello dalla Sardegna, ovviamente a spese della Santa Sede. Più recente la raccomandazione della diocesi di Ozieri, la diocesi d’origine del cardinale, per la destinazione di fondi in favore di una cooperativa della Caritas di cui è presidente un altro suo fratello.

Al di là della saga di famiglia, però, dalle ricostruzioni a riemergere è soprattutto una folta schiera di broker e faccendieri impegnati nella gestione degli investimenti dell’Obolo di San Pietro; figure che non disdegnano l’utilizzo di strumenti come gli hedge fund, icona di quella finanza speculativa guardata con sospetto nei documenti ufficiali della Santa Sede. Investimenti anche con ramificazioni del tutto improbabili come quelle che, per esempio, hanno portato il Vaticano a ritrovarsi in un fondo maltese tra i finanziatori del film su Elton John, un personaggio difficilmente inquadrabile nei canoni dei testimonial di Santa Romana Chiesa.

A un certo punto – sempre in nome della necessità di far fruttare i fondi dell’Obolo da utilizzare poi per opere di solidarietà – si sarebbe valutata persino l’offerta avanzata personalmente a Becciu da un magnate angolano per l’acquisizione di un giacimento petrolifero; un’ipotesi fortunatamente poi finita nel nulla. Mentre a libro paga della Segreteria di Stato sarebbe, invece, finita per davvero Cecilia Marogna, una trentanovenne cagliaritana che è stato fin troppo facile soprannominare la «dama del mistero»; analista di geopolitica, attraverso regali un po’ costosi acquistati a nome del Vaticano avrebbe (a suo dire) intessuto una sorta di diplomazia parallela in Paesi africani e medio-orientali per delicatissime missioni umanitarie che non si capisce perché il personale delle locali nunziature non sarebbe stato in grado di svolgere.

Come se questo quadro non fosse già abbastanza fosco, a intorbidirlo ulteriormente sono infine riemersi puntuali anche i regolamenti di conti interni alla Curia romana. Con gli ex stretti collaboratori di Becciu che una volta finiti in disparte si sono trasformati in fretta nei suoi più inflessibili accusatori. Con i consulenti ingaggiati dal Vaticano per far avanzare la trasparenza nella gestione delle finanze che raccontano di essere stati liquidati proprio per aver provato a mettere il naso dove non dovevano. E con un grande sconfitto di ieri – il cardinale George Pell, ex prefetto per l’Economia, uscito di scena perché accusato di pedofilia, finito in carcere e infine assolto dalla Corte Suprema in Australia – che ora torna a Roma e commenta il caso Becciu dichiarando che «il Santo Padre è stato eletto per pulire le finanze vaticane» e che «la partita è lunga e bisogna ringraziarlo e fargli le congratulazioni per gli ultimi sviluppi».

Speculazioni finanziarie, favoritismi, lotte intestine: niente di più lontano dall’idea di fratellanza che proprio in questi giorni Papa Francesco ha scelto di mettere al centro della sua nuova enciclica «Fratelli tutti». In questo caso, però, il problema non è liquidabile facendo riferimento alla sola categoria della fiducia mal riposta in qualche collaboratore. Il Vaticano si difende osservando come stavolta sia stata un’indagine interna a svelare le zone d’ombra all’Obolo di San Pietro e questa è certamente una novità importante. Ma è difficile non constatare che a più di sette anni ormai dall’ascesa al Soglio Pontificio di Bergoglio, al di là degli organismi di vigilanza, la trasparenza e l’applicazione concreta di un approccio diverso nella gestione dei soldi che transitano nelle casse della Santa Sede resta un obiettivo lontano. Ed è un dato che stride profondamente con il magistero di Papa Francesco, così profondamente orientato alla solidarietà verso i più poveri.

Per metterlo al servizio degli ultimi il denaro bisogna farlo fruttare, si ripete. Ma è spaventoso che proprio mentre nel mondo laico cresce l’attenzione verso la finanza etica, in Vaticano si fatichi ancora a trovare una strada equilibrata in questo senso. Che i monsignori finiscano così spesso per mettere in mano i soldi della Chiesa a figure ambigue, abbindolati da promesse mirabolanti come gli ultimi degli sprovveduti. Perché dai tempi di monsignor Marcinkus fino alle vicende del cardinale Becciu oggi il problema resta sempre lo stesso: non sarebbe ora che la responsabilità della cassa in Vaticano fosse affidata a laici competenti e selezionati con un criterio un po’ diverso dall’«uomo di fiducia» del prelato di turno? Vorrebbe dire scegliere di voltare pagina davvero rispetto al clericalismo. Il passo che la Curia di Papa Francesco, nonostante tante parole, ancora non riesce a fare.