La luce che è fallita

30 anni dalla caduta del Muro – L’Occidente è arrivato all’anniversario in pace e relativa prosperità ma con meno gioia e più pessimismo rispetto al futuro. Perché deve fare i conti con la crisi dell’idea liberale
/ 18.11.2019
di Christian Rocca

In questi giorni festeggiamo con gioia e passione il trentennale della caduta del Muro e la fine della Guerra fredda, ma la prima, inaspettata e visionaria picconata alla barriera di divisione fisica e ideologica tra l’est e l’ovest è stata assestata un anno e mezzo prima. Era il 12 giugno 1987, il giorno in cui è stata pronunciata la frase simbolo della fine della Guerra fredda: «Mr. Gorbaciov, tear down this wall», signor Gorbaciov tiri giù questo muro. Quel giorno il presidente americano Ronald Reagan era volato di prima mattina a Berlino ovest, partendo da Venezia, dove la sera prima si era concluso il vertice del G7. Poco dopo le due del pomeriggio, Reagan è salito sul palco montato davanti alla Porta di Brandeburgo, chiusa dal Muro che divideva l’ovest dall’est. Subito dopo l’intervento del cancelliere tedesco Helmuth Kohl, Reagan ha preso la parola. Era il 1.279esimo discorso della sua presidenza, ma è diventato il più importante e decisivo. 

Un altro protagonista della sconfitta del comunismo è stato Giovanni Paolo II, il Papa polacco che dal Vaticano ha assestato le sue picconate. Ci sono anche versioni più pop, come la leggenda secondo cui a far cadere il Muro sia stata, nell’estate 1989, una canzone di David Hasselhoff, l’attore di Baywatch, che parlava di libertà e che divenne l’inno dei tedeschi dell’Est e dell’Ovest. C’è anche la storia del giornalista italiano, dell’agenzia Ansa, Riccardo Ehrman, il quale proprio la mattina del 9 novembre del 1989 durante una conferenza stampa chiese al portavoce del governo quando avrebbero aperto le frontiere e il portavoce risposte: «Da subito». E, infine, quella dell’impiegato Harald Jäger, addetto al controllo dei passaporti, il quale ascoltata la conferenza stampa alla radio e di fronte a migliaia di berlinesi che si assembrarono al varco verso l’ovest, intorno alle undici e trenta decise di aprire la frontiera.

Da allora sono trascorsi tre decenni di pace e prosperità, ma siamo arrivati al trentennale con meno gioia rispetto al passato e più pessimismo rispetto al futuro.

Esattamente settanta anni fa, nel 1949, è uscito The God that Failed, pubblicato in Italia l’anno successivo con il titolo Il Dio che è fallito, una raccolta di testimonianze di intellettuali di sinistra disillusi dal comunismo, scritta da giganti del pensiero e delle lettere quali Ignazio Silone, André Gide e Arthur Koestler. Quel libro è stato uno dei documenti più importanti della battaglia di idee combattuta durante la Guerra fredda tra mondo libero e totalitarismo.

A trent’anni dalla caduta del Muro e del fallimento fisico della divinità comunista denunciata per tempo da Silone, Gide e Koestler, anziché celebrare «il punto finale dell’evoluzione ideologica dell’umanità» (Francis Fukuyama), ci ritroviamo infatti a fare i conti con la crisi dell’idea liberale e di conseguenza a non sentirci per niente bene.

Un libro appena uscito in inglese, scritto dal bulgaro Ivan Krastev e dall’americano Stephen Holmes, prova a cercare una spiegazione originale al motivo per cui ci troviamo in questa situazione. Il saggio si intitola The Light that Failed, la Luce che è fallita, titolo evocativo di quello anticomunista del 1949. L’11 settembre, la guerra in Iraq, la crisi finanziaria del 2008, l’annessione russa della Crimea e l’invasione dell’Ucraina, l’impotenza occidentale a fermare il disastro umanitario in Siria, l’emergenza migratoria del 2015 in Europa, il referendum sulla Brexit, l’elezione di Donald Trump e l’ascesa né liberale né democratica della Cina sono le ragioni che hanno reso il liberalismo vittima del suo stesso successo, ma secondo i due autori l’aspetto più interessante è quello politico-psicologico.

I populisti dell’est europeo, scrivono, non protestano semplicemente contro un sistema di pensiero, ma contro la sostituzione dell’ortodossia comunista con quella liberale. La rivolta globale è contro l’ideologia del there-is-no-alternative, contro il pensiero unico, contro la presunta assenza di alternativa al liberalismo, perché i popoli hanno bisogno di poter scegliere o perlomeno devono vivere l’illusione di poterlo fare.

L’idea che la modernizzazione sia sinonimo di assimilazione per imitazione del modello occidentale è controproducente, scrivono i due autori del libro, ed è anche la base del nuovo conflitto globale tra imitatori e imitati che ha preso il posto di quello tra Est e Ovest. La pretesa superiorità morale degli imitati sugli imitatori e l’aspettativa che l’imitazione debba essere senza condizioni invece che adattabile alle tradizioni locali, assieme alla presunzione che i paesi imitati abbiano il diritto di controllare e valutare i progressi degli imitatori, sono il gigantesco innesco del patatrac.

In Cina non succede perché i cinesi adottano le tecnologie occidentali per crescere economicamente e rafforzare il prestigio del Partito comunista principalmente allo scopo di resistere, si legge in The Light that Failed, al canto delle sirene occidentali. Il tentativo di democratizzare, di aprire, di modernizzare, invece, ha come obiettivo una specie di conversione culturale a valori e comportamenti considerati normali in Occidente o a Londra o a Milano, ma che altrove è considerata una minaccia all’identità nazionale.

Questa era dell’imitazione ha un impatto notevole anche nel mondo occidentale. Come in uno specchio, scrivono Krastev e Holmes, gli occidentali vedono nel tentativo di imitazione altrui la minaccia di modificare irreparabilmente quel modello di vita: «Questa paura di essere spodestati e sostituiti ha due fonti: da un lato gli immigrati e dall’altro la Cina».

Il ragionamento di Krastev e Holmes è seduttivo, oltre che confermato dalle analoghe impossibilità di imporre il modello liberal democratico nel mondo arabo e musulmano, anche se non si avventura a spiegare per quale motivo invece tutto questo abbia funzionato nel dopoguerra post fascista italiano e altrove. E allora, d’accordo: superbia, vanagloria e saccenteria nuocciono gravemente alla salute dell’occidente. E con la boria del non-c’è-alternativa al sistema di vivere che piace a noi non si fanno amicizie. Meglio mostrare doti di umiltà, adeguare la way of life ai tempi che corrono e non imporre a nessuno modelli da imitare, ma allo stesso tempo occhio agli imitatori nostrani dell’autoritarismo illiberale.