La guerra del Rojava

Storia di un popolo – La regione autonoma nel nord-est della Siria è stata attaccata dai turchi nell’intento di sradicare l’esperienza della rivoluzione democratica laica curda
/ 14.10.2019
di Francesca Marino

Rojava, in curdo, significa «l’Occidente». Un occidente stretto dal 2014 tra Turchia e Siria che rischia adesso di scomparire per sempre inghiottito dalle strategie di Erdogan ma, soprattutto, di Trump. Che, come quasi tutti i suoi predecessori, sembra possedere un talento speciale per cancellare da Oriente e Medio Oriente qualunque tipo di regime laico o pro-occidentale. Rojava, difatti, è la regione conquistata dai guerriglieri curdo-siriani contro le truppe dell’Isis. È, ma forse tra poco adoperare il passato sarà d’obbligo, prima che una regione autonoma un vero e proprio esperimento politico e sociale di tipo democratico e di stampo marxista. Una repubblica parlamentare di tipo federalista, fondata sul multiculturalismo e con l’ecologia e il femminismo a fare da pilastri. 

A Rojava coabitano etnie e religioni diverse, ogni struttura pubblica e sociale, dalle amministrazioni regionali alle leadership di partito, è condivisa e mista: due sindaci, un uomo e una donna. Due capi di partito, un uomo e una donna. E anche l’esercito, formato in gran parte dai combattenti dell’Yekîneyên Parastina Gel (Ypg), l’Unità di protezione popolare, ha una controparte femminile: l’Ypj, l’Unità di protezione delle donne, che spesso e volentieri si è battuta contro l’Isis. E che, soprattutto, come il resto degli abitanti di Rojava, se ne infischia di proibizioni e divieti religiosi. Sembra banale ma non lo è, in quelle zone del mondo, che le donne dell’Ypj combattano a volto scoperto. Ma sono i gesti, i piccoli gesti, a cominciare le rivoluzioni.

E i curdi, di rivoluzioni e di combattimenti, sono esperti da sempre. Figli di un Paese che è più un’aspirazione geo-ideologica che un luogo concreto da rivendicare, e di una definizione etnico-culturale poco unitaria. Esiste la «nazione» curda come entità culturale ed etnica, ma non esiste uno Stato del Kurdistan. Per riassumere una storia lunga e complicata, esiste una definizione geografica di Kurdistan, che è un altopiano attraversato dalle linee di confine di quattro Stati: Turchia, Siria, Iraq e Iran. E i curdi vivono difatti in quattro regioni parte di quei quattro Stati. Quattro regioni che si definiscono «Kurdistan» e che, secondo i nazionalisti curdi della diaspora, dovrebbero formare un’ideale Kurdistan politico. La cui unità politica non è però, sempre per riassumere una complicata storia di trattati geopolitici, mai davvero esistita nei termini sopradescritti. 

Nel corso dei secoli sono esistiti degli Stati, e nel 1946 anche una repubblica, definiti Kurdistan, ma mai il «grande Kurdistan» rivendicato dai nazionalisti curdi. Non esiste quindi, almeno secondo la maggior parte degli studiosi, una nazionalità curda ma esiste un’appartenenza etnica a uno specifico gruppo, e, in misura minore, un’appartenenza linguistica: non a uno specifico linguaggio, ma a un ceppo linguistico di varie lingue con la stessa radice. 

Sempre per semplificare di molto una storia complicata, la questione dei curdi comincia a sorgere alla nascita degli attuali Stati-nazione di cui è entrato a far parte l’altopiano del Kurdistan. Protagonista di una delle storie di repressione più brutale degli ultimi tempi, è la Turchia. La Turchia laica e nazionalista di Atatürk, che percepisce come minaccia all’unità dello Stato le istanze separatiste dei curdi, che si considerano non solo un gruppo etnico ma una nazione a parte. La repressione contro i «Turchi delle montagne» da parte dell’esercito di Ankara è stata brutale. Secondo alcuni analisti, ai tempi della Guerra fredda i separatisti curdi sono stati finanziati e armati dall’allora Unione Sovietica, ed è grazie agli sforzi russi che è nato il Pkk, il partito dei lavoratori curdi: metà entità politica, metà gruppo combattente. Il Pkk, secondo il governo turco, è un’organizzazione terroristca e il suo capo, Öcalan, è in galera dal 1999. 

Di certo, l’atteggiamento di Ankara non ha contribuito a placare gli animi né le voglie separatiste dei curdi: i militari turchi giocavano a pallone con le teste dei militanti del Pkk ammazzati, e, durante il terremoto che ha colpito la Turchia del 1999, le zone e le case abitate dai curdi venivano sistematicamente ignorate dai soccorritori. Il resto del mondo, pur essendo vagamente consapevole del genocidio nei confronti dei curdi, se ne infischiava più o meno allegramente. Fino al 2003 e all’invasione dell’Iraq, quando i curdi iracheni e le loro milizie peshmerga sono diventate fondamentali per gli americani. La distruzione del regime di Saddam Hussein creava nuovi equilibri e i curdi entravano a far parte del governo iracheno: messi politicamente all’angolo, però, e soprattutto senza nessun controllo sulle riserve petrolifere di cui erano titolari. E proprio le riserve petrolifere sono la chiave di tutti i giochi geopolitici e delle giravolte politiche degli ultimi tempi. 

Continuando a riassumere: nel 2005 la regione del Kurdistan iracheno diventa una regione autonoma. E i curdi praticamente stanno seduti sopra un mare di petrolio, che però non possono vendere autonomamente senza passare per le forche caudine del governo centrale dell’Iraq. L’unica via possibile, per vendere petrolio senza farlo passare per l’Iraq, è la Turchia: la stessa Turchia che massacra i curdi locali. Gli affari sono affari, però: e quindi succede che la famiglia del leader curdo-iracheno Massoud Barzani si allei fino a stringere legami familiari con il leader turco Erdogan e che i curdi iracheni smettano di collaborare col Pkk e l’Ypg. Che è intanto emerso dalla disintegrazione della Siria: disintegrazione che ha avuto, come effetto collaterale, anche la liberazione dei locali curdi. Che si rivelano di nuovo preziosi alleati per l’Occidente, e da questo vengono armati, contro l’Isis e il neonato califfato islamico. 

Semplificando ancora una volta: Erdogan è felice e contento, compra, raffina e vende sia il petrolio dell’Isis che quello dei curdi iracheni. Gli iracheni non collaborano più con il Pkk e nemmeno con l’Ypg che del Pkk è costola e alleato. E l’Ygp vince contro l’Isis e fonda Rojava, tra Siria e Turchia, con la benedizione degli americani. Ma la Turchia vede Rojava e l’Ygp come fumo negli occhi, e teme che le milizie della nuova repubblica comincino a combattere contro i turchi che, per ideologia e per storia recente, minacciano l’Ypg molto più dell’Isis. Rojava quindi non ha alleati: non soltanto è stretta tra Siria e Turchia senza alcuno sbocco esterno, ma sopravvive soltanto grazie alla protezione degli americani. 

Erdogan di risolvere la «questione curda» non ha intenzione: o meglio, continua a risolverla a suo modo, con le armi. I curdi iracheni, che fanno affari milionari con Erdogan, non hanno nessuna voglia di combatterlo. E gli americani, che anni fa hanno dichiarato il Pkk organizzazione terroristica internazionale, dalla Siria se ne vogliono andare al più presto. E anche se a questo punto per i curdi gli Usa non hanno che «simpatia», anche se Rojava si è guadagnata il supporto di tutto l’Occidente liberale per essere diventata un baluardo contro la cupa e mortifera ideologia degli integralisti sunniti, deve essere sacrificata a più vasti interessi geopolitici.