La fragile transizione tunisina

Presidenziali – Il Paese è chiamato alle urne per eleggere il successore di Essebsi, primo capo di Stato democraticamente eletto dopo la rivolta popolare del 2011 che ha rovesciato Ben Ali
/ 09.09.2019
di Marcella Emiliani

Giornalisti e osservatori politici hanno ormai esaurito il vocabolario dei termini negativi con cui definire il bilancio delle Primavere arabe: si va dal generico «fallimento» all’apocalittico «inferno». In tutti i casi nessuno osa esprimere una qualche speranza per il futuro dei paesi arabi che le hanno sperimentate.

In questo oceano in tempesta galleggia a fatica una sorta di zattera di Medusa che – come nel quadro di Théodore Géricault – spera di approdare a una riva serena: la Tunisia. Il 15 settembre, infatti, vi si svolgerà il primo turno delle elezioni presidenziali cui seguiranno il 6 ottobre le legislative. Le presidenziali, in particolare, sono importanti perché esprimeranno il primo capo dello Stato eletto secondo il dettato della prima Costituzione democratica del dopo Ben Ali. Il clima nel Paese, però, è molto teso. Inutile negare che la situazione politica è entrata in fibrillazione il 25 luglio scorso, quando è morto il novantaduenne presidente Beji Caid Essebsi.

Politico di lungo corso, Essebsi dal 2012 al 2018 ha saputo tenere assieme nello stesso governo le due anime della Tunisia, quella laica, occidentalizzata, rappresentata dal suo stesso partito Niida Tounes (Appello per la Tunisia), e l’anima musulmana incarnata in Ennahda (Movimento per la rinascita) guidato da Rachid Ghannouchi. Dopo i sanguinosi attentati dell’Isis a Tunisi e a Sousse del 2015, Essebsi è inoltre riuscito a contenere il terrorismo di al-Qaeda nel Maghreb e dello stesso Califfato al quale la Tunisia ha comunque fornito nel triennio 2014-2017 il maggior numero di foreign fighters (circa 6000).

Nel 2018 però Ennahda è uscito dal governo per motivi ancor oggi poco chiari e all’interno dello stesso partito del presidente, Niida Tounes, si sono moltiplicate le tensioni per lo scontro tra il primo ministro Yussef al-Shahed – paladino del «nuovo che avanza» all’insegna della Primavera dei gelsomini – e il figlio di Essebsi, Hafedh Caid, identificato dai giovani come il simbolo del «vecchio che non vuol morire» cioè di quell’elite politico-economica già collusa col regime di Ben Ali, di cui peraltro faceva parte lo stesso presidente Essebsi. A lui viene infatti addebitata la paralisi politica del Paese dovuta al suo aver favorito troppi sostenitori del vecchio regime, talmente corrotti da impedire il decollo dell’economia col continuo saccheggio delle risorse pubbliche.

Tutte queste convulsioni si sono svolte certamente in parlamento ma soprattutto all’interno del partito di Essebsi, Niida Tounes, che tra il 2018 e il 2019 ha perso pezzi importanti della sua leadership e del suo seguito. Innanzitutto il primo ministro al-Shahed che nel 2019 ha creato un proprio partito, Tahya Tounes (Viva la Tunisia), e uno dei candidati alla presidenza più gettonati, Nabil Karoui, proprietario della principale rete privata del Paese, Nessma tv, anche lui divenuto leader di un suo partito: Qalb Tounes (Al cuore della Tunisia). Ebbene proprio Nabil Karoui il 23 agosto scorso è stato arrestato per frode fiscale e riciclaggio. Un caso di giustizia ad orologeria? Il dubbio resta.

Ben prima la Commissione superiore indipendente per le elezioni (Isie) aveva ammesso alle presidenziali ben 26 candidati su 71 che si erano presentati, Karoui incluso; un numero altissimo che denuncia la frammentazione del quadro politico, la debolezza delle organizzazioni partitiche e un localismo a volte esasperato. Tutto questo potrebbe dar luogo ad un grado elevato di astensionismo e potrebbe anche finire per favorire quello che è già il partito più forte a livello nazionale: quell’Ennahda che presenta alle presidenziali Abdelfattah Mourou, uno dei suoi padri fondatori e attualmente vice-presidente del parlamento uscente.

Per quanto «riuscita», dunque, la Primavera dei gelsomini è ancora appesa ad un filo di lana alquanto fragile. Nel panorama mediorientale allo stato attuale delle cose rappresenta comunque una speranza. Un rapido volo ad uccello sulla regione ce lo conferma.

Restando nel Maghreb, dal fatidico 2011 la Libia – scomparso Gheddafi – è precipitata in una guerra civile che si è sviluppata per gradi sempre più incontrollabili di violenza fino ad arrivare nel 2019 all’aggressione delle truppe del generale Khalifa Haftar ai danni dell’esercito che fa capo al governo di unità nazionale di Fayez al-Sarraj, l’unico riconosciuto come legittimo a livello internazionale dall’Onu. In tutti casi Haftar – partito dalla Cirenaica e conquistato il Fezzan – ad oggi non è ancora riuscito a «sfondare» nella capitale, Tripoli, e il conflitto si è incancrenito in una guerra di posizione che somiglia tanto ad un cul-de-sac tanto per il generale quanto per il primo ministro. Haftar è sostenuto, oltre che dalla Russia, dall’Egitto del generale al-Sisi, l’affossatore della Primavera egiziana, dall’Arabia Saudita, dagli Emirati arabi uniti nonché dalla Francia che in maniera neanche troppo nascosta fa concorrenza all’Italia, che invece sostiene al-Sarraj assieme al Qatar e alla Turchia.

In Algeria, proprio quest’anno le manifestazioni di piazza il 2 aprile sono riuscite a costringere alle dimissioni l’anziano presidente Abdelaziz Bouteflika, al potere dal 1999 e ormai ridotto sulla sedia a rotelle. Il 4 luglio scorso avrebbero dovuto svolgersi le presidenziali ma la cupola militare che controlla il Paese non ha ritenuto opportuno organizzarle. In pratica sono le divisioni all’interno dell’establishment militare a tenere bloccata la situazione politica in Algeria, così, venerdì dopo venerdì, dal 22 febbraio scorso la gente di tutte le età continua a scendere in strada per chiedere democrazia e maggior «giustizia economica» in un Paese ricco di petrolio, che non è in grado di garantire un livello di sopravvivenza decente alla maggioranza della sua popolazione.

Un altro militare, il generale Abdel Fattah al-Sisi nel 2013 ha fatto abortire la Primavera egiziana mantenendo al potere le caserme, come è riuscito a restare in sella il dittatore della Siria, Bashar al-Assad, grazie all’aiuto di amici vecchi e nuovi. Tra i vecchi sodali vanno annoverati la Russia e l’Iran, affiancato dalle sue «creature»: gli Hezbollah libanesi e le Unità di mobilitazione popolare irachene che – col pretesto della lotta al terrorismo islamico sunnita dell’Isis – hanno consentito proprio all’Iran di espandersi nella cosiddetta Mezzaluna sciita che ormai parte da Teheran e, via Baghdad-Damasco-Beirut, arriva fino al Mediterraneo, alla Striscia di Gaza, a ridosso dell’acerrimo nemico: Israele, che reagisce con raid sempre più frequenti contro gli alleati di Teheran. Tra i nuovi amici di Bashar va infine annoverato il presidentissimo turco, quell’Erdoğan che in realtà lo odia, ma ritiene sia meglio tenerselo ancora come alleato per impedire ai curdi siriani (e iracheni) di dar man forte ai curdi turchi pronti a rivendicare una propria autonomia da Ankara.

Dietro tutto questo si consuma infine la vera guerra, diretta e/o per procura, destinata a straziare il Medio Oriente ancora per anni: quella tra l’Arabia Saudita, autoproclamatasi campionessa del sunnismo, e l’Iran che si ritiene invece il vaticano dello sciismo. Il loro scontro mortale sta letteralmente costando la vita ad un paese in particolare, lo Yemen, dove l’Iran sostiene i ribelli Houthi del Nord, mentre l’Arabia Saudita tiene in vita il governo del presidente Mansur Hadi che è nel mirino anche dei secessionisti dello Yemen del Sud, secessionisti appoggiati dagli Emirati arabi a dispetto dell’Arabia Saudita stessa. Ma questa è un’altra storia ancora.