It’s the economy, anzi l’inflazione

Il rincaro del costo della vita è una delle ragioni principali del calo dei consensi di Biden, ma evitare una spirale di aumenti dei prezzi e dei salari diventa ormai una priorità mondiale
/ 03.01.2022
di Federico Rampini

Chi ricorda gli anni Settanta sa che un’inflazione elevata può alimentare insicurezza, tensioni sociali, instabilità. Molti giovani, dai Millennial alle Generazioni X e Z, non l’hanno mai sperimentata nell’arco della loro vita e quindi si addentrano in un territorio sconosciuto. Nel 2022 infatti l’inflazione può trasformare gli scenari politici nel mondo intero. America, Europa, Cina, devono incorporare questa novità nelle previsioni dell’anno nuovo. Se a Washington fra un anno avremo un Congresso a maggioranza repubblicana, se nel Nord Europa avrà rialzato la testa il partito frugale dell’austerity, lo dovremo anche all’aumento dei prezzi. Pechino è costretta a esportare inflazione, ma lo fa a suo rischio e pericolo.

Il rincaro del costo della vita negli Stati Uniti (6,8% a novembre, ai massimi da 40 anni) è in testa alle ragioni del calo di consensi di Joe Biden. Lo scenario è familiare per un uomo della sua generazione. Una delle cause dietro l’impennata dei prezzi è un forte recupero salariale, in particolare nelle fasce più basse del mercato del lavoro. Almeno su questo fronte Biden sta mantenendo le promesse. L’eccezionale generosità degli aiuti pubblici alle famiglie americane durante la pandemia ha momentaneamente ridotto le disuguaglianze; ha creato un cuscinetto di risparmi; ha rafforzato il potere contrattuale dei lavoratori. Dietro il fenomeno della «grande dimissione» – quattro milioni di dipendenti che lasciano il posto di lavoro ogni mese, per lo più sbattendo la porta perché insoddisfatti – c’è questo dato positivo. Sono protagonisti i mestieri più pesanti e meno remunerati, quelli dove la manodopera scarseggia e i datori di lavoro devono competere per attirare i nuovi assunti. I salari crescono più velocemente proprio per camerieri e fattorini, commesse e addetti ai magazzini. Nel settore della ristorazione gli aumenti delle buste paga sfiorano il 15%. Cresce anche la conflittualità sindacale, a livelli che non si vedevano da decenni. Ma le aziende reagiscono cercando di trasferire il maggior costo del lavoro sui consumatori. Ci sono i primi segnali che potrebbe ripartire una spirale prezzi-salari, una rincorsa che fu un tratto distintivo degli anni Settanta. La lotta per la ripartizione del reddito nazionale tra capitale e lavoro, tra profitti e salari, può scaricarsi sui prezzi. Il carovita minaccia di cancellare i guadagni salariali e genera insicurezza. La Federal Reserve ha già annunciato che rialzerà i tassi d’interesse per tre volte nel 2022. Il rincaro del costo del denaro in genere frena la ripresa. Due banche centrali europee, nel Regno Unito e in Norvegia, hanno già inaugurato i primi rialzi dei tassi senza aspettare l’anno nuovo. In controtendenza c’è la banca centrale cinese, che riduce il costo del denaro per reagire a un rallentamento della crescita.

Alle origini dell’attuale inflazione c’è anche la fine dello «sconto cinese». Dagli anni Novanta l’invasione del made in China aveva favorito il potere d’acquisto dei consumatori: le importazioni a basso costo dall’Asia erano un calmiere sui prezzi. Oggi la Cina è diventata al tempo stesso meno vicina e più cara. Gli shock geopolitici e sanitari costringono a rivedere le catene logistiche troppo dilatate. Dalla guerra fredda Usa-Cina ai lockdown, dalle penurie di semiconduttori ai rincari dei noli marittimi, avere fornitori dall’altra parte dell’oceano è diventato rischioso. La Cina stessa ha subito uno shock energetico che rincara i suoi prodotti. Inoltre i salari degli operai cinesi sono in aumento da anni; e si è rivalutata la moneta nazionale, il renminbi. Xi Jinping deve gestire due crac immobiliari giganteschi limitando i traumi sociali; riduce l’autonomia della sua banca centrale e vara una politica monetaria più espansiva. Anche per questa via la Cina esporta inflazione, l’esatto contrario di quel che fece negli ultimi trent’anni. Deve usare cautela perché l’ultimo periodo di iperinflazione cinese coincise con le tensioni sociali del 1989, che sfociarono nelle proteste di Piazza Tienanmen.

Le conseguenze politiche potranno contagiare l’Europa. L’inflazione sul Vecchio Continente al 4,9% è ai massimi dal 1997. In Germania è ancora più alta. Sul fronte energetico i rincari sono ben più pesanti. L’Europa è vulnerabile soprattutto per la sua dipendenza dalle importazioni di gas naturale, i cui prezzi sono sestuplicati. Il gas naturale è una delle principali fonti di energia per le centrali elettriche europee. L’utente finale in alcuni casi viene protetto perché diversi paesi europei cercano di esentare dai rincari delle bollette della luce le famiglie a basso reddito. Qualcuno però paga. Le imprese, in particolare, sono danneggiate dalla stangata energetica e ne risente la loro competitività.

L’opinione pubblica e la classe dirigente tedesca hanno storicamente poca tolleranza per l’inflazione. L’incubo di una spirale prezzi-salari come quella degli anni Settanta oggi si applica a un contesto più vulnerabile. In mezzo secolo la società europea è invecchiata molto. I pensionati hanno tutto da perdere con il ritorno dell’inflazione. Gli anziani perdono su due fronti: perché le pensioni non godono sempre di una protezione adeguata contro il carovita; e perché attualmente i buoni del Tesoro danno un rendimento negativo. Anche su questo fronte le banche centrali finiranno sotto pressione: la loro politica dei tassi zero, inferiori all’inflazione, impoverisce il risparmio. Un’impennata dei prezzi fornirà argomenti a quelle forze che nel Nord Europa vogliono mettere fine all’audace esperimento del Next Generation EU. La finestra di opportunità per l’Italia potrebbe chiudersi rapidamente. Del resto non fu eterno il Piano Marshall per la ricostruzione nel dopoguerra: durò cinque anni scarsi. La stessa dinamica si vede all’opera negli Stati Uniti. Biden deve ancora far passare al Congresso il più ambizioso dei suoi piani di spesa pubblica, gli oltre duemila miliardi di investimenti decennali nel Welfare e nella sostenibilità. L’opposizione repubblicana, e alcuni moderati del suo partito, accusano l’inondazione di denaro pubblico di alimentare l’inflazione. Il vento sta cambiando.

L’unico grande piano che Biden è riuscito a fare approvare al Congresso sono i mille miliardi di investimenti in infrastrutture. Quel che rimane dell’agenda di riforme ha ricevuto un colpo formidabile. Un senatore democratico moderato, Joe Manchin, ha negato il suo voto – decisivo – al Build Back Better, il maxi-piano da duemila miliardi per la transizione a zero emissioni e per costruire un Welfare «europeo». La vicepresidente Kamala Harris è stata interpellata da un celebre conduttore televisivo afroamericano, Charlamagne Tha God, con una domanda sferzante: «Chi governa l’America? Biden o Manchin?». La Harris è andata su tutte le furie, mesi fa sarebbe stata considerata lei la vera leader in pectore dietro l’ombra di Biden. Il veto di Manchin segnala un fenomeno più ampio, con ricadute potenziali sul mondo intero: nel partito democratico è cominciata la riscossa dei centristi ed è finita l’epoca della spesa pubblica facile. L’America ha fatto scuola a tutti i paesi occidentali, per le immense risorse pubbliche mobilitate durante la pandemia. La ripresa americana, e la rinascita dell’inflazione, portano il segno di quelle politiche keynesiane adottate con perfetta continuità da Donald Trump e Biden. Ora quel capitolo si chiude. La lotta all’inflazione diventa la priorità della banca centrale. I democratici devono riconvertire il loro messaggio.