La guerra asimmetrica continua

Con un’esecuzione mirata ai vertici della Jihad, Israele ha scatenato l’ennesimo conflitto asimmetrico che tra venerdì 5 e domenica 7 agosto ha visto come teatro la Striscia di Gaza. Dalla prospettiva degli abitanti di Gaza, più volte definita «prigione a cielo aperto», poco importa che lo scopo di quest’attacco «preventivo» da parte israeliana fosse quello di sventare un attentato, di indebolire l’organizzazione terroristica alimentando le divisioni tra le fazioni, oppure semplicemente di mettere in atto una manovra pre-elettorale dettata dall’esigenza del primo ministro Yair Lapid di riguadagnare terreno. Quel che rilevano invece è l’ennesimo bilancio catastrofico che, al cessate il fuoco siglato al termine del terzo giorno dell’operazione «Breaking dawn», ammonta a una quarantina di vittime e oltre trecento feriti, tutti di parte palestinese. Come è noto infatti Israele può contare sull’Iron Dome che fa da scudo ai missili proteggendo i civili.

Tra i morti si annoverano anche una quindicina di bambini e adolescenti. Uno di questi si chiamava Momen Muhammed Ahmed al-Nairab, 5 anni, residente dell’immenso campo profughi di Jabalia. Peccato che anche i bambini sopravvissuti non possano esattamente definirsi «fortunati» dal momento che si tratta di ragazzini la cui salute mentale, tanto per dirne una, è minata dalla costante e ripetuta esposizione al trauma della guerra.

Nelle pause tra un conflitto e l’altro, quando la vita torna alla normalità e l’attenzione dei media si sposta altrove, la tendenza in Israele, ma sostanzialmente anche nel resto del mondo, è quella di rimuovere la tragedia che si consuma nella Striscia di Gaza dalla coscienza collettiva. Ma Gaza non solo non si muove, ma rimane lo scomodo simbolo a monito di una questione, quella palestinese, ancora irrisolta.


Insieme per contrastare l’occupazione

Almeno il 40 per cento dei palestinesi soffrirebbe di depressione. Intervista alla psichiatra israeliana Ruchama Marton
/ 15.08.2022
di Sarah Parenzo

Si continua a morire a Gaza, uno dei luoghi più disgraziati del mondo (leggi box in basso), mentre la ripetuta esposizione al trauma della guerra mina la salute mentale di molti. Secondo le stime, almeno il 40% dei palestinesi soffrirebbe di depressione e intorno al 50% dei bambini, nella fascia dai 6 ai 12 anni, presenterebbe disordini emotivi e comportamentali (vedi www.borgenproject.org/mental-health-in-palestine). Sono soprattutto i ragazzini della Striscia di Gaza a presentare sintomi post traumatici da stress come allucinazioni, incubi, insonnia e condotte evitanti. Si tratta di dati allarmanti di cui si parla troppo poco. Fortunatamente non tutti assistono indifferenti ai crimini che si consumano sotto ai loro occhi e alle loro conseguenze; al contrario c’è chi sceglie di mettere le proprie capacità al servizio della causa, anche quando il prezzo da pagare è alto. Come Ruchama Marton. Nata a Gerusalemme nel 1937, è una psichiatra, psicoterapeuta e femminista israeliana, membro del comitato del Centro di salute mentale di Gaza e fondatrice di Medici per i diritti umani – Israele (sta scrivendo un’autobiografia ma nel frattempo è possibile leggere i suoi contributi sul sito www.ruchamamarton.com). L’abbiamo intervistata.

Proprio da una visita a Gaza effettuata all’indomani della Prima intifada prese vita l’Associazione medici per i diritti umani – Israele. Come è andata?

Nel 1988, nel corso di una riunione indetta in seguito all’uccisione di alcuni palestinesi, era emersa l’idea di dividersi in gruppi a seconda della professione. Ci separammo con l’intento che ogni gruppo avrebbe pensato a come poteva contribuire, ma, a quanto pare, l’unica che prese seriamente l’idea fui io. Dopo molte telefonate misi insieme dieci persone per effettuare una visita a Gaza sotto la responsabilità del dottor Haidar Abdel Shafi con cui ero in contatto. Fino ad allora era facile passare la frontiera con la macchina e 11 era il numero massimo di persone che potevano entrare individualmente. Girammo dalla mattina alla sera, trascorrendo parte del tempo presso l’ospedale Shifa. Sulla strada del ritorno, in qualità di psichiatra del gruppo, proposi di fermarci presso il chiosco di Yad Mordechay per elaborare il pesante carico emotivo accumulato nel corso della giornata. La conversazione durò almeno due ore e da quel confronto tra colleghi nacquero i Medici per i diritti umani.

Alcuni anni fa partecipai come giornalista a una delle vostre spedizioni del fine settimana vicino a Jenin. Partimmo la mattina presto con dei pulmini e i volontari della clinica mobile lavorarono instancabilmente sino al tramonto. Ne fui molto impressionata e percepii la gratitudine dei «pazienti occasionali». Quali erano nel suo intento i principi ispiratori dell’associazione e come si sono tradotti nella pratica?

L’idea era quella di coniugare il pensiero politico all’attivismo. Di fronte al tentativo di separarci noi, medici ebrei israeliani e palestinesi di cittadinanza israeliana e non, abbiamo reagito agendo e pensando insieme. Tra le attività più importanti va annoverata senz’altro quella citata dell’ambulatorio itinerante che, una o più volte al mese, si spostava con medici di tutte le specialità, personale sanitario e traduttori approdando ogni volta in una località diversa. Le giornate iniziavano sempre con una sorta di assemblea in cui si chiedeva alle persone venute per essere visitate di cosa sentivano il bisogno. Abbiamo inoltre riproposto lo stesso ambulatorio itinerante, ma in un formato per sole donne. Quest’ultimo tuttavia tornava almeno tre volte di seguito nello stesso luogo proprio perché le donne, a differenza degli altri, necessitano di instaurare delle relazioni. Negli anni purtroppo l’associazione è molto cambiata, finendo per diventare una sorta di cassa sanitaria a indirizzo umanitario. Personalmente non mi interessa collaborare con medici apolitici, motivo per cui ho preso gradualmente le distanze.

Facciamo un passo indietro. Cosa l’ha spinta verso l’attivismo?

Direi che l’attivismo è stato il mio percorso sin da bambina. In sostanza è cominciato con il femminismo. Quando percepivo che, prima come ragazza e poi come donna, mi estromettevano o mi mettevano da parte. Rifiutavo la concezione che prevedeva che una donna facesse due figli e stesse in cucina. Alla facoltà di medicina, per esempio, mi sono battuta affinché venisse abolito il regolamento secondo il quale solo il 10% degli studenti poteva essere di sesso femminile e quello secondo cui le donne dovevano portare la gonna. In seguito mi schierai anche contro la discriminazione dei mizrahìm, gli ebrei provenienti dai paesi arabi. Per quanto riguarda l’aspetto politico mi separai dal sionismo già nel corso del mio breve servizio militare quando, nel corso della Guerra del Sinai del ’56, assistetti ai crimini commessi dai soldati israeliani nei confronti degli egiziani disarmati. Già allora compresi che, di tutte, il sionismo era la menzogna più grande e non sono affatto ottimista rispetto al prossimo futuro. Non posso giudicare, ma credo che al posto tuo me ne tornerei di corsa in patria.

Ha le idee chiare, tuttavia il suo sembra un percorso molto faticoso, fatto di solitudine.

Spesso per tenere fede alle mie posizioni ho pagato un caro prezzo. Non sono mai stata affiliata al partito comunista e, anche se dal punto di vista intellettuale mi attraeva la comprensione politica del Matzpen (rivoluzionaria organizzazione socialista e anti-sionista fondata nel 1962 nota anche per la pubblicazione dell’omonimo mensile) e ritenevo il loro approccio ai testi profondo, non ne feci ufficialmente parte perché non mi piaceva il loro atteggiamento nei confronti delle donne. Io volevo prendere la parola alle riunioni e non stare in disparte a preparare il caffè. In tempi più recenti mi sono attirata le ire dell’associazione quando, in una conferenza alla School of oriental and african studies di Londra, nel 2008, parlai apertamente di apartheid all’interno dei confini di Israele.

Lei viene attaccata soprattutto per il suo sostegno al movimento globale Boycott, divestment, sanctions (Bds). Cosa può dirci in proposito?

A un certo punto, anche nell’ambito dell’associazione, è emerso con chiarezza che non avevamo abbastanza potere all’interno di Israele e si è presentata la necessità di cercare dei partner al di fuori. Dal mio punto di vista dal Bds dipende la nostra possibilità, come israeliani e palestinesi, di cambiare qualcosa, di fare qualcosa contro l’occupazione in Israele. Non è perfetto ma non l’ho sposato, siamo soci di un patto.

Perché ha scelto la psichiatria e cosa guida oggi il suo lavoro di psicoterapeuta?

Scelsi di specializzarmi in pediatria, ma in breve tempo capii che si trattava di un campo per me molto noioso, così decisi di lasciare e passai alla psichiatria che, al contrario, mi interessa molto ancora oggi. Purtroppo in Israele, come in Palestina del resto, quello della salute mentale è il ramo più emarginato della medicina, che gli riserva un posto squallido in ultima fila. Ormai lavoro solo privatamente e, benché abbia attraversato tutte le tappe previste per la formazione, in qualità di femminista radicale non posso e non voglio accogliere una buona parte delle conclusioni di Freud. Non rinnego la psicanalisi, ma la ritengo un mondo chiuso e me la sono lasciata alle spalle. Anche se non mi piace molto l’espressione, penso che la mia si possa definire una terapia «eclettica» nell’ambito della quale, come nella vita, do molto spazio all’aspetto femminista. La maggior parte delle mie pazienti sono donne, mi piace aiutarle nella comprensione dei loro diritti, dello status che la società riserva loro e soprattutto di quello che hanno interiorizzato, spesso inconsapevolmente. Non faccio parte di associazioni, né mi pubblicizzo. Chi viene sa cosa cerca, motivo per cui un colono non arriverà da me in terapia.