Il nuovo paradigma fiscale

Il maxi piano di investimenti stimolerà una crescita che supererà quella cinese, attualmente surriscaldata – Ma per finanziarli l’Amministrazione Biden intende aumentare le imposte per i ricchi
/ 12.04.2021
di Federico Rampini

L’America di Joe Biden è pronta a sottrarre alla Cina il ruolo di locomotiva mondiale, trainando anche la crescita degli altri. Il sorpasso è favorito da una frenata recente nella politica economica cinese: Xi Jinping vuole raffreddare una crescita surriscaldata e ordina alle banche di ridurre il credito all’economia, soprattutto in settori sovra-indebitati come l’immobiliare. È una geografia globale inedita, con un improvviso rovesciamento di ruoli fra le due superpotenze. E la ministra del Tesoro americana Janet Yellen rilancia l’idea di una minimum global tax sulle multinazionali, alla vigilia del G20: oltre alla lotta contro l’elusione fiscale, l’obiettivo è trovare la copertura fiscale per il maxi-piano d’investimenti da duemila miliardi di dollari che Biden sottoporrà al Congresso. È la direttrice generale del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, ad annunciare che il 2021 sarà un anno di «riprese a velocità differenziate».

In testa spicca proprio l’America, per la quale si prevede una crescita del Pil del 6,5% cioè superiore perfino a quella cinese. La Repubblica Popolare dovrebbe arrivare seconda, con il +6%, mentre in coda alle grandi economie arranca l’Unione europea con +3,9%. Il segreto dell’eccezionale performance americana sta in diversi fattori: il dinamismo di un capitalismo che con Big Tech aveva vinto la scommessa dei lockdown nel 2020; l’ottimo andamento delle vaccinazioni (che hanno già raggiunto un terzo della popolazione); infine uno sforzo senza precedenti nella spesa pubblica combinato con la politica monetaria eccezionalmente espansiva. 

È la prima volta dal 2005, che il contributo americano alla crescita mondiale supera quello cinese. Grazie alle due ultime manovre di spesa (900 miliardi con Trump a Natale e 1900 con Biden il mese scorso) gli Stati Uniti aggiungono 1,5% alla crescita globale. Secondo l’Ocse alla fine dell’anno prossimo l’economia del pianeta avrà 3000 miliardi di dollari di reddito in più solo per effetto delle manovre di spesa pubblica americana, «il che equivale ad aggiungere al mondo una nuova economia delle dimensioni della Francia». I benefici per gli americani sono evidenti nell’ultimo dato dell’occupazione, +917’000 posti di lavoro a marzo. Però dalla crescita americana ci sarà una «fuoriuscita» – sotto forma di importazioni – che arricchirà anche Cina, Unione europea, Giappone.

Lo scambio di ruoli fra Stati Uniti e Cina è tanto più significativo se si confronta con quel che accadde dopo la crisi economica precedente, 2008-2009. Allora fu la Cina ad evitare la recessione, e a trainare la ripresa mondiale, grazie ai suoi giganteschi investimenti pubblici in infrastrutture: ferrovie ad alta velocità, aeroporti e porti, rete autostradale, edilizia popolare. È proprio l’eredità di quella crescita trainata dagli investimenti pubblici, che oggi induce Pechino alla prudenza. La banca centrale cinese ha diramato direttive agli istituti di credito perché il volume di nuovi prestiti erogati nel primo trimestre di quest’anno sia eguale o inferiore allo stesso periodo del 2020. Poiché nel mese di gennaio il credito bancario era aumentato del 16%, per rispettare le direttive dell’autorità monetaria le banche dovranno operare una netta riduzione. La preoccupazione è quella di avere accumulato insolvenze, situazioni aziendali ad alto rischio di bancarotta, soprattutto in quei settori che furono al centro del boom di investimenti dal 2009 in poi. A Washington, al contrario, la parola d’ordine è diventata «emulare la Cina». Biden vorrebbe realizzare un salto di qualità nelle reti infrastrutturali americane, dopo decenni di abbandono e decadimento. 

Sogna un’alta velocità ferroviaria sul modello della Cina, che ne ha costruita così tanta da fare otto volte il tragitto da New York a Los Angeles. Sogna di fare politica industriale come Xi Jinping, aiutando i campioni nazionali a vincere la gara in settori come l’auto elettrica, i semiconduttori, il 5G. Alla ricerca della copertura fiscale per i duemila miliardi di investimenti, la Yellen punta ad alzare la tassa sugli utili societari dal 21% al 28%. Una global minimum tax servirebbe a impedire quella concorrenza al ribasso fra Stati, che ha fatto il gioco delle multinazionali e ha spinto molte nazioni occidentali a compensare il mancato gettito tartassando il ceto medio. Applausi dal mondo intero, ma anche forti resistenze: le più esplicite proprio negli Stati Uniti. È l’accoglienza riservata alla sua global minimum tax. Fondo Monetario, Commissione europea, e tanti governi dalla Germania alla Francia, hanno subito manifestato appoggio all’idea. 

La Yellen infatti si unisce ad un’antica battaglia di (alcuni) paesi europei, e di tutte le organizzazioni internazionali (Onu, Fmi, Ocse). «L’economia globale – ha detto la ministra del Tesoro – ha bisogno di condizioni competitive più eque per stimolare innovazione, crescita, benessere». L’obiettivo dell’armonizzazione fiscale è porre fine a quella concorrenza fiscale tra Stati in atto da decenni, con effetti distruttivi: molti cercano di attirare gli investimenti delle multinazionali offrendo regimi fiscali agevolati, alla fine quasi tutti perdono gettito fiscale. Non a caso la Yellen ha rilanciato quest’idea antica proprio quando Biden deve presentare al Congresso una copertura fiscale per il suo piano di duemila dollari d’investimenti in infrastrutture.

Le obiezioni più forti vengono all’interno degli Stati Uniti dove è già cominciato il dibattito sulle nuove tasse di Biden. «Vi racconto come va a finire – dice il senatore dell’opposizione Pat Toomey – appena noi repubblicani riconquistiamo la maggioranza al Congresso aboliremo questi aumenti di tasse distruttivi». C’è anche un senatore democratico, il moderato Joe Manchin, contrario ad aumentare il prelievo sulle imprese. Biden non può permettersi defezioni visto che la sua maggioranza al Senato è appesa a un solo voto. Altrove ci sono le resistenze nascoste, che verranno alla luce strada facendo. L’Unione europea include paesi come l’Irlanda e l’Olanda che hanno ampiamente usato la concorrenza fiscale, offrendo aliquote molto basse pur di attirare multinazionali. Non a caso l’aliquota di global minimum tax che si affaccia nelle proposte tecniche dell’Ocse di solito si aggira attorno al 12,5% cioè molto più bassa della proposta americana (21%). Il Regno Unito post-Brexit, che quest’anno presiede il G7, è più vicino alle posizioni dei paesi a basso prelievo fiscale. Intanto uno studio sull’elusione fiscale delle grandi aziende americane rivela che l’anno scorso 55 tra le maggiori imprese non hanno pagato nessuna tassa su 40 miliardi di dollari di profitti.

Una novità pericolosa per Biden è l’annuncio del senatore Manchin, che si opporrà ad abolire il «filibustering». Manchin rappresenta la West Virginia ed è uno dei più moderati nel partito di Biden. Il «filibustering» è un ostruzionismo, consentito dai regolamenti del Senato. Se quei regolamenti non vengono cambiati, le prossime leggi di bilancio richiederanno una maggioranza qualificata di 60 senatori su 100. Poiché i democratici hanno una maggioranza di 50+1, questo li obbligherà a cercare consensi tra i repubblicani, facendo concessioni sul piano di duemila miliardi d’investimenti in infrastrutture e soprattutto sulla sua copertura fiscale a base di tasse sui ricchi e sulle imprese. È in salita la Fase Due di Biden, quel New New Deal che vorrebbe ripercorrere le gesta di Franklin Roosevelt.

Eppure la questione redistributiva resta all’ordine del giorno. Per qualcuno pandemia e lockdown sono stati una manna dal cielo: i miliardari. La classifica annua dei miliardari mondiali realizzata dalla rivista americana Forbes conferma questo bilancio: gli ultimi dodici mesi sono stati generosi con gli immensamente ricchi, i vincitori che dalla crisi hanno tratto maggiori guadagni. I loro ranghi sono aumentati del 30% aggiungendo 660 nuovi ingressi nel club che ora annovera 2755 membri. Il loro patrimonio complessivo nel marzo 2021 ha raggiunto 13’100 miliardi di dollari ed è aumentato di ben 5000 miliardi di dollari solo nei dodici mesi precedenti, in un periodo che per la maggioranza della popolazione è stato segnato da morti e malattie, disoccupazione e impoverimento. Al primo posto nell’elenco si conferma Jeff Bezos, fondatore e azionista di maggioranza relativa di Amazon. La sua azienda ha stravinto la sfida dei lockdown aumentando al 42% la sua quota del commercio digitale. Al secondo posto Elon Musk di Tesla, seguito da Bernard Arnault (Lvmh), Bill Gates, Mark Zuckerberg (Facebook).

L’andamento eccellente di molte Borse tra cui Wall Street, ha contribuito in modo decisivo al loro ulteriore arricchimento. Solo negli Stati Uniti i 400 più ricchi hanno visto la loro porzione del Pil raddoppiare in dieci anni, dal 9% nel 2010 al 18% nel 2020. Di fronte all’ulteriore aumento delle diseguaglianze e alla formidabile accelerazione nella concentrazione di ricchezza, il Fondo monetario internazionale lancia la proposta di una «tassa di solidarietà»: dovrebbe colpire i più ricchi e quelle imprese che dalla pandemia e lockdown hanno tratto profitti eccezionali. Vitor Gaspar, capo della sezione fiscale al Fmi, lancia la proposta ai governi perché «i cittadini percepiscano che tutti contribuiscono allo sforzo della ripresa». Il dirigente del Fmi sottolinea che il 2020 ha impoverito in modo particolare i più giovani e le fasce deboli della manodopera; ricorda il precedente della Germania che aumentò l’aliquota sullo scaglione più elevato di reddito come tassa di solidarietà per finanziare la sua riunificazione.

A questa sovraimposta temporanea sui redditi dei più ricchi, secondo l’esperto del Fondo dovrebbe aggiungersene una sui sovraprofitti accumulati nel 2020 da molte aziende. La proposta del Fmi è allineata con i cambiamenti della politica fiscale americana proposti Biden. Qualcosa di simile sta accadendo a livello locale, almeno in quegli Stati Usa che sono governati dai democratici. È il caso di New York, dove il governatore Andrew Cuomo ha concordato con l’assemblea legislativa locale un aumento della tassazione locale sulle imprese e le persone fisiche ad alto reddito, che dovrebbe fruttare 4,3 miliardi aggiuntivi di gettito.