Il lutto di Minneapolis

Caso Floyd – L’impatto delle proteste per le violenze razziste della polizia si aggiunge a quello della pandemia, potrebbe alterare il corso della campagna elettorale presidenziale e dare un aiuto insperato a Xi Jinping
/ 08.06.2020
di Federico Rampini

L’America è nel caos: con ricadute anche sull’economia, la politica, il quadro internazionale. L’impatto delle proteste per le violenze razziste della polizia si aggiunge a quello della pandemia; può alterare il corso della campagna elettorale; e dà un aiuto insperato a Xi Jinping che usa le immagini delle manifestazioni americane per la sua propaganda.

Il meccanismo è classico, ha molti precedenti nella storia: dai tumulti degli anni Sessanta a quelli del 1992 a Los Angeles. Prima c’è un’ingiustizia atroce ai danni di qualche afroamericano. Poi scatta la protesta. Su questa s’innestano frange estremiste, o piccola criminalità, o tutt’e due. Più una gioventù frustrata che nella sottocultura del vittimismo pensa di avere il diritto di rubare come risarcimento (Barack Obama ebbe parole severe su questo fenomeno). Nella versione 2020 va aggiunto l’accumulo di insofferenza per due mesi e mezzo di lockdown. I risultati sono gli assalti alle vetrine, i saccheggi delle vie commerciali più celebri del mondo, da New York a Los Angeles. La protesta civile e pacifica viene oscurata da questo fenomeno di anarchia delinquenziale, che proiettata in diretta tv sugli schermi delle famiglie americane genera degli shock multipli.

Primo livello, economico. Non bisogna credere che il sacco di New York e Los Angeles siano episodi isolati. Hanno fatto più notizia perché Soho e la Fifth Avenue di Manhattan, Beverly Hills e Santa Monica, sono luoghi celebri. Ma le bande di scassa-vetrine che fanno razzia di articoli sportivi, elettronica, abiti di marca, sono entrate in azione anche in altre città. Nei quartieri ricchi e in quelli poveri. Dunque sull’impatto già pesante del lockdown ora si sovrappone un altro danno economico ingente. Proprio mentre diversi Stati toglievano le restrizioni e gli altri si apprestavano a farlo, tanti commercianti sull’orlo del fallimento hanno subito depredazioni. Il ritorno all’attività, che già doveva fronteggiare tutti i problemi di una pandemia non superata, ora sbatte su un ostacolo del tutto imprevisto. In molti quartieri di New York e Los Angeles dove ci si preparava alla riapertura, commercianti e gestori di esercizi pubblici inchiodano assi di legno davanti alle vetrine. Il messaggio è: chiuso per sempre?

Secondo livello, sociale. Un’America con 40 milioni di disoccupati è una polveriera. Adesso sappiamo che il primo ad appiccare il fuoco alla polveriera è stato il poliziotto bianco che ha ucciso l’afroamericano George Floyd. Un fatto orribile, e al tempo stesso tragicamente normale: episodi del genere accadevano in passato, ce ne furono diversi durante la presidenza Obama che non riuscì mai ad essere il leader di un’America post-razziale, pacificata con se stessa. Ma le manifestazioni degenerate nella violenza per l’intervento di estremisti come Antifa, o i saccheggi avvenuti ai margini, sono un colpo ulteriore alla fascia sociale più debole. Nelle grandi crisi gli afroamericani soffrono tassi di disoccupazione e perdite di reddito sempre più alte della media. Ne sanno qualcosa nel Midwest dove negli anni d’oro dell’industrializzazione si era formata una grossa «aristocrazia operaia» afroamericana, la prima ad essere impoverita nelle varie ondate di crisi.

Terzo livello, politico. I saccheggi sono un regalo insperato per un Trump in difficoltà. Tutta la sua narrazione si sposta su questo. Ha riconosciuto che «tutti gli americani sono sconvolti per la morte brutale di George Floyd, alla cui famiglia il mio governo promette giustizia». Poi ha aggiunto: «Non possiamo consentire che i pianti giusti e le proteste pacifiche siano annegate da folle inferocite. Le vittime principali delle violenze sono cittadini che vivono nei quartieri più poveri, e da presidente combatterò per proteggerli». Ha condannato gli estremisti di estrema sinistra di Antifa insieme con i «ladri, criminali, incendiari». Ha accusato numerosi governatori e sindaci di «non aver preso le misure necessarie per salvaguardare i cittadini, lasciando che degli innocenti fossero pestati selvaggiamente».

Ha elencato i piccoli imprenditori e commercianti rovinati, i poliziotti costretti a fuggire da un commissariato incendiato, le infermiere che curano il Coronavirus e hanno paura di rientrare a casa tardi nelle strade in preda alla guerriglia urbana. «Questa non è protesta, questo è terrorismo domestico». Di qui l’ultimatum lanciato a governatori e sindaci: o riportate l’ordine o mando l’esercito. Il fatto che i saccheggi siano ben visibili soprattutto nelle due roccaforti della sinistra, California e New York, è un regalo aggiuntivo. Trump spera di ripetere l’exploit di Richard Nixon eletto due volte, nel 1968 e 1972, perché attorno a lui si compattò una maggioranza silenziosa spaventata dai disordini (anche razziali) di quegli anni.

Joe Biden è in una posizione delicata, deve ricordarsi che quando la sinistra riempie le piazze non riempie necessariamente i seggi elettorali. Biden ha un difficoltà ulteriore: l’ala sinistra del suo partito, i radicali dei campus universitari, i giovani che votarono per Bernie Sanders nelle primarie, già sospettavano che lui fosse troppo moderato. Ora l’America in fiamme si riflette in una base democratica pronta a spaccarsi, qualora la risposta di Biden non sia all’altezza. Per esempio: sceglierà una donna afroamericana come sua vice? E se lo farà, quale sarà la reazione tra i bianchi moderati? Le ripercussioni politiche di quel che sta accadendo sono a tutti i livelli.

Per esempio, a mio avviso sarà difficile ripristinare qualche forma di lockdown perfino nel caso di una seconda ondata di contagi (magari provocata dalle manifestazioni di massa di questi giorni). L’esplosione della rabbia ha avuto tra le sue concause anche un accumulo di insofferenza per le restrizioni, la paralisi di tante attività economiche, di vita sociale, luoghi di ritrovo. Anche su questo si era creata un divisione politico-ideologica, con la destra più impaziente di riaprire. Uno dei test sulle ripercussioni politiche lo avremo nella discussione della prossima manovra di sostegno all’economia, paralizzata al Congresso dalle divergenze tra democratici e repubblicani. A fine luglio si esauriscono molte delle attuali indennità di disoccupazione, il conto alla rovescia è cominciato: mancano meno di due mesi e per milioni di disoccupati la fame sarà una minaccia concreta.

Con gli occhi puntati verso il lutto di Minneapolis, gli americani hanno anche scoperto un difensore della loro liberaldemocrazia: il Pentagono. Gli alti gradi militari non ci stanno a farsi trascinare nell’arena politica, tanto meno a essere usati contro i manifestanti. Dai vertici delle forze armate – spesso repubblicani – viene una netta resistenza contro l’idea di Trump di schierare l’esercito di professione per riportare l’ordine. Prima era stato il segretario alla Difesa Mark Esper, un ex militare nominato da Trump, a farsi portavoce del dissenso dei generali. Poi è sceso in campo un personaggio ancora più autorevole: Jim Mattis, generale a riposo dei Marine con quattro stelle.

Mattis è un uomo di destra. Fu chiamato da Trump a dirigere il Dipartimento della Difesa, che lasciò nel 2018. Da allora ha sempre evitato di attaccare il presidente. In un intervento su «The Atlantic», Mattis è spietato con Trump: «È il primo presidente nella mia vita che non cerca di unire il popolo americano; non fa neanche finta. Al contrario, si adopera per dividerci». La requisitoria di Mattis si conclude con l’invito a «unirci tutti insieme, senza di lui, ritrovando lo spirito originario dei nostri ideali». La discesa in campo di un conservatore che gode di ampio rispetto tra i militari come Mattis, è un segnale di rottura tra il presidente e quello che si può definire il Deep State militare e repubblicano.

Il termine Deep State è stato usato da personaggi come Steve Bannon per designare complotti nelle alte sfere dello Stato contro Trump. Queste manovre spesso sono state attribuite ad alti funzionari fedeli a Barack Obama o ai Clinton. Ma un Deep State di destra, custode di alcuni principi, lo si è visto in azione sulla politica estera. A stoppare le avances di Trump verso Putin, Erdogan e Xi Jinping spesso sono stati dei militari di destra, inorriditi di fronte a un presidente che maltratta gli alleati e indebolisce la sfera d’influenza americana in Europa, Medio Oriente, Estremo Oriente.

La storia del rapporto fra i militari e la liberaldemocrazia americana è istruttiva; quasi mai sovversiva. Dalla nascita degli Stati Uniti ben 12 generali sono entrati alla Casa Bianca. La stragrande maggioranza (otto) furono repubblicani, solo tre democratici. Il più celebre di tutti, George Washington, precedette la creazione dei partiti attuali. L’unico generale al quale furono attribuite intenzioni golpiste, o quasi, fu Douglas MacArthur, colpevole d’insubordinazione perché voleva lanciare bombe atomiche sulla Cina durante la guerra di Corea (1950-53): fu licenziato in tronco da Harry Truman. Ma un altro precedente importante riguarda MacArthur.

Durante la Grande Depressione, nel 1932 il presidente repubblicano Herbert Hoover lo schierò proprio contro una manifestazione, di reduci della Prima guerra mondiale che chiedevano aiuti. La repressione da parte di truppe regolari di una manifestazione di reduci, rimase come una pagina infamante. Il Pentagono riscattò le sue credenziali democratiche nel 1954 in una battaglia contro il senatore Joseph McCarthy, che nella «caccia alle streghe» vedeva infiltrati comunisti nelle forze armate. Oggi, Trump è convinto che la maggioranza degli americani in divisa voti per lui. La dichiarazione di Mattis potrebbe costargli cara.