I veri vincitori alla prova dei numeri

Modelli sanitari a confronto – Attira l’attenzione un’inchiesta del NYT sugli insuccessi europei di fronte alla pandemia
/ 27.07.2020
di Federico Rampini

È un momento di gloria per l’Unione europea. L’accordo sul Recovery Fund e sui piani di rilancio delle economie continentali segna una vittoria per gli europeisti: ha prevalso la solidarietà con i paesi del Sud più colpiti dalla pandemia e dalle sue conseguenze economiche. La coppia franco-tedesca ha imposto una visione geopolitica. Proprio come accadde con il Piano Marshall lanciato dagli Stati Uniti agli albori della Guerra fredda, anche Angela Merkel ed Emmanuel Macron hanno in mente il nuovo scenario globale: la guerra fredda Usa-Cina provoca un ritorno ai blocchi contrapposti.

Nell’emergere di nuove barriere, l’Europa tenta di conquistarsi un ruolo autonomo, da «terza forza», evitando di appiattirsi sulla linea americana; e salvando la propria economia in una fase di protezionismi e autarchie. Il mercato interno europeo va salvato dalla disgregazione, dai rischi di uscita degli anelli deboli come l’Italia. La logica è stringente. Significa che assistiamo alla rinascita di un «modello europeo»?

Un tema cruciale riguarda la sanità, per decenni un fiore all’occhiello dell’Europa. Il Vecchio Continente si è spesso vantato di avere un modello sociale più equo e inclusivo di tutti gli altri. In particolare una sanità meno spietata di quella americana dove la logica privatistica produce costi altissimi e crudeli disparità di accesso. Il Coronavirus è stata una prova d’esame tremenda. Non è sicuro che il sistema europeo ne esca bene.

«L’Europa diceva di essere pronta alle pandemie. Il suo orgoglio l’ha sconfitta». Il titolo è duro. È in evidenza sul sito del «New York Times», apre un’inchiesta dedicata al fallimento del modello sanitario europeo. Il «New York Times» da cinque mesi non perde occasione per teorizzare che il resto del mondo affronta la pandemia meglio dell’America trumpiana. Perciò questa inchiesta molto critica sugli insuccessi europei attira l’attenzione. Non viene da una fonte pregiudizialmente anti-europea. Questo «New York Times» militante nella resistenza anti-Trump è un giornale spesso «esterofilo». Il reportage è ben documentato, ricorda l’arroganza con cui tanti leader europei – non solo i populisti; anche i globalisti, i tecnocrati, i cultori della competenza – minimizzarono il rischio del Covid-19 finché sembrava un problema altrui. Poi promisero che avrebbero aiutato i paesi poveri, loro sì del tutto impreparati di fronte alle pandemie.

Infine arrivò il momento della verità. E uno dopo l’altro i ricchi paesi dell’Europa occidentale si scoprirono fragilissimi. «I governanti europei si vantavano di avere la migliore sanità del mondo – si legge nell’inchiesta del NYT – ma l’avevano indebolita con un decennio di tagli. Migliaia di pagine di pianificazioni nazionali per le pandemie si sono rivelati oziosi esercizi burocratici. I controlli Ue sull’adeguatezza dei singoli paesi erano esercizi di auto-compiacimento». E così avanti, in una lunga, dettagliata demolizione del mito europeo.

Confesso che la condivido, da «americano» in visita in Europa. Ogni persona che incontro sul Vecchio Continente m’interroga sulla débacle degli Stati Uniti: la narrazione prevalente è quella di un’ecatombe particolarmente cruenta sull’altra sponda dell’Atlantico. Tuttavia la mortalità pro capite è più elevata in molti paesi europei rispetto agli Stati Uniti. Per la precisione: Belgio, Regno Unito, Spagna, Italia, Svezia e Francia (in quest’ordine), hanno avuto fin qui una percentuale di decessi per abitanti superiore agli Stati Uniti. Le cifre sui decessi mi sembrano quelle più degne d’attenzione, poiché il conteggio dei casi positivi dipende troppo dai test.

La deformazione eurocentrica si accompagna ad una sottovalutazione degli unici modelli autentici: quelle liberaldemocrazie dell’Estremo Oriente (Giappone, Corea del Sud, Taiwan) che furono davvero le prime nazioni esposte al contagio cinese, molto prima dell’Italia, e lo hanno contenuto con risultati superiori a qualsiasi paese occidentale.

La lettura politicizzata che prevale in Europa divide buoni e cattivi lungo il tradizionale confine tra populisti-sovranisti e «competenti». Ma almeno per adesso il tecnocrate Macron ha avuto risultati leggermente peggiori di Trump: 45 morti ogni centomila abitanti in Francia, 43 negli Stati Uniti. Può darsi che l’America raggiunga l’Europa visto che i contagi continuano a salire; ma non c’è una differenza sostanziale.

Più interessante è capire cos’hanno in comune le risposte «confuciane» di società disciplinate e coese – ma democraticissime – a Tokyo Seul e Taipei, perché la distanza tra noi e loro nel bilancio dei caduti è davvero abissale. Ogni tanto giungono allarmi su improvvisi peggioramenti della situazione a Hong Kong o in Corea del Sud; ma se si guardano i numeri, quei focolai sono minuscoli, il bilancio delle vittime resta una frazione infima rispetto all’Occidente. Eppure molti dei paesi democratici dell’Estremo Oriente, a differenza della Cina hanno saputo evitare i lockdown generali e indiscriminati, le chiusure totali dell’economia, riuscendo a intervenire in modo più veloce, preciso e selettivo sui veri focolai. Questione di efficienza governativa, di organizzazione sociale, di disciplina collettiva. Ora che l’Unione europea sembra aver ritrovato coesione e promette investimenti notevoli per uscire dalla crisi, uno dei primi settori d’intervento dovrà essere la sanità. Per capire cosa non ha funzionato ed evitare che la catastrofe si ripeta in futuro, andranno studiati i modelli veri, i vincitori della prova dei numeri.

In quanto all’uso dei fondi europei, sento una certa comprensione sulle riserve olandesi che fino all’ultimo fecero slittare l’accordo; il rischio che l’Italia li spenda male esiste. Sono un cittadino americano «legalmente» rientrato nella mia Liguria: piccolo privilegio della doppia nazionalità, il passaporto dell’Unione europea mi esenta dai divieti d’ingresso. Ho scontato la quarantena a casa di mia mamma a Bruxelles. Da Bruxelles a Genova ci ho messo le stesse ore del volo transatlantico; con un sovrappiù di incertezze, fastidi burocratici, inutili vessazioni, inefficienze. Uno dei pochi collegamenti rimasti è il volo Klm da Amsterdam. A chi parte per l’Italia l’aeroporto di Amsterdam ha dovuto riservare un’area speciale, per il rito d’ingresso imposto dalla burocrazia italiana.

Unici tra tutti i passeggeri verso paesi dell’Unione europea, quelli diretti in Italia devono riempire ben due moduli cartacei sul proprio stato di salute, reperibilità, ecc. L’efficiente Germania non sente il bisogno d’infliggere simili angherie burocratiche. Poi all’arrivo a Genova c’è un terzo modulo in agguato, per chi arriva da provenienze extra-Ue: a significare che i primi due moduli non li guarda nessuno. Mentre si celebra con tripudio l’arrivo di un’alluvione di fondi europei, la riforma più importante resta a costo zero: quella della burocrazia italiana. È la più difficile, perché una piovra così non si arrende, e i suoi alleati continuano a scrivere leggi per rafforzarla.