I nemici cileni del Papa

Geopolitica vaticana – Sta acquisendo grande potere la fronda anti-Bergoglio, una nicchia non minuscola della gerarchia ecclesiastica politicamente molto influente e conservatrice
/ 12.10.2020
di Angela Nocioni

Viene dal Cile l’ultimo schiaffo a papa Francesco da parte di quella nicchia non minuscola della gerarchia ecclesiastica che lo detesta. 

L’ultima enciclica del papa, «Fratelli tutti», un testo dal significato politico esplicito molto ispirato alla politicità radicale del santo di Assisi di cui Bergoglio ha voluto prendere il nome, avrebbe dovuto rimanere ovviamente segreto fino al giorno della sua pubblicazione, il 4 ottobre scorso. Il pontefice in quell’occasione ne ha autografate sei copie: tre regalate ai frati della Basilica, e tre per la Segreteria di Stato. Prima che il Papa lo firmasse, il sito Infovaticana – sito molto antipatizzante con Bergoglio – ha violato l’embargo pubblicando integralmente in lingua spagnola il documento. 

Bergoglio poco dopo ha scritto: «Consegno questa Enciclica sociale come un umile apporto alla riflessione affinché, di fronte a diversi modi attuali di eliminare o ignorare gli altri, siamo in grado di reagire con un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole».

Lo sgarbo verso un pontefice da parte dell’interno della sua Chiesa non è mai solo una scorrettezza, è un affronto deliberato, una dichiarazione di guerra. Quello sgarbo, a quanto risulta da una prima indagine a ritroso sul percorso compiuto dal testo che avrebbe dovuto rimaner segreto fino al 4 ottobre e che invece è stato integramente anticipato, è partito da terra cilena.

Laggiù cova un potere curiale molto conservatore, da sempre ostile a Bergoglio che ebbe modo di toccarlo con mano nel suo viaggio in Cile di due anni fa, quando le polemiche montate ad arte su accuse di copertura a personaggi della chiesa locale accusati di pedofilia lo costrinsero a subire per giorni insinuazioni pesanti e maligne.

Si tratta di un gruppo di potere non nuovo nella chiesa cilena, fatto di alti prelati conservatori e molto intolleranti alle aperture sociali e dottrinali del papa argentino. Hanno preso nuovo vigore negli ultimi due anni, dopo il viaggio di Bergoglio in Cile. Si sono in questo periodo molto legati alla parte più retrograda e potente dei vertici cattolici negli Stati Uniti e in Spagna. Al cardinale Ruoco Varela, al vescovo ausiliario di Madrid Juan Antonio Martinez Camino. Come all’ex nunzio vaticano negli Stati Uniti, Viganò, che da Bergoglio fu messo da parte.

Questa parte molto agguerrita della curia non sopporta l’essenza dell’immagine pop di Francesco né l’impronta che lui ha dato alla missione pontificia. Non lo sopportano da prima, molto prima che il gesuita argentino diventasse vescovo di Roma.

Le scarpe consunte, le passeggiate tra la folla, i pranzi con i poveri, sono state un tratto essenziale della sua comunicazione politica, prima da arcivescovo e poi da cardinale. Non sono arrivate con l’elezione al soglio pontificio.

A Buenos Aires molti si ricordano le sue foto con il viso stanco nella metro A della Capital Federal affollata nell’ora di punta e le appassionate omelie nel quartiere popolare di Constitución. 

L’immagine di semplicità popolare trasmessa dal papa è autentica, è la sua identità politica già dai tempi di Buenos Aires. Così come autentica è la cultura peronista. Subito dopo la l’elezione del papa il giornalista del quotidiano «la Nación», Hugo Alconada Moon, si divertì a solleticare l’orgoglio nazionalista argentino raccontando di quando il futuro pontefice, ancora adolescente, fu punito a scuola per non voler togliere lo scudo peronista dal bavero della giacca.

Non c’è nulla di artificioso, non c’è marketing nelle scelte di austerità che ha fatto in Vaticano. E questo ai nemici cileni del papa non è mai andato giù. 

Quali sono i loro argomenti? Dottrinali di solito, spesso dogmatici ed oscuri. Semplicemente si tratta di una lotta vaticana tra il settore di destra della Curia che è decollato durante il papato di Giovanni Paolo II e i cattolici progressisti cresciuti nel sentiero tracciato dal Concilio vaticano II (1962-1965) che predicano l’idea di una Chiesa aperta al mondo. 

In questa guerra spietata esistono dei leader, dei capitani, ai quali s’è a doppio filo legata la Chiesa cilena che ha mollato lo schiaffo il 3 ottobre a Francesco. Alcuni sibilano che Bergoglio sia un eretico e che voglia provocare uno scisma. Sguazzano in Cile nella parte pinochettista (da Pio Laghi in poi qualcosa è cambiato, ma molto è restato intatto) e cercano sponda e denaro negli Stati Uniti. Sono stati a lungo al seguito dell’ex nunzio Carlo Maria Viganò che ha tentato di lanciare una sorta di bomba definitiva contro il papa facendo girare anni fa la voce di un suo ruolo attivo nel voler coprire gli abusi sessuali di cui era accusato l’ex cardinale nordamericano Theodore McCarrick.   

Gli è andata male allora, ma la loro porzione di potere a Roma si sta allargando.