Hong Kong la ribelle

Greater Bay Area – Xi vuole uniformare lo stato di diritto «con caratteristiche cinesi» anche all’ex colonia inglese, ma lasciando che si muova come polmone dell’economia globalizzata
/ 08.06.2020
di Giulia Pompili

Fino a poco più di un anno fa, nonostante le crescenti pressioni politiche da parte di Pechino, Hong Kong era considerato uno dei posti più sicuri, stimolanti e di successo d’oriente. Non solo per l’ambiente economico che la caratterizza – la regione autonoma ha una sua moneta, la sua Borsa, ed è un crocevia fondamentale per i rapporti di business tra oriente e occidente – ma anche per la sua identità culturale: la tradizione cantonese unita a quella britannica hanno contribuito a stabilire nell’antico «porto profumato» (questa la letterale traduzione di Hong Kong) un humus unico in Asia. L’autonomia di questa città da sette milioni e mezzo di abitanti è sancita dal principio di «un paese, due sistemi» che, secondo il trattato con il quale nel 1997 il Regno Unito ha riconsegnato l’ex colonia alla Cina, avrebbe dovuto guidare la politica di Hong Kong per i successivi cinquant’anni. Principio che sembra non valere più da quando a Pechino è salito al potere il presidente Xi Jinping, l’uomo che vuole rendere vero e tangibile il Sogno cinese.

La pandemia da nuovo Coronavirus è stata il detonatore di molte cose a livello globale: le disuguaglianze sociali, la percezione dell’immigrazione, il razzismo e le proteste, e non solo in America. La Cina ha sfruttato e sta continuando a sfruttare questo momento, in cui il resto del mondo è concentrato sull’emergenza sanitaria ed economica, per intensificare i suoi sforzi d’influenza: lo fa nel Mar cinese meridionale e in quello orientale, lo fa al confine con l’India, e nei paesi che hanno bisogno di assistenza sanitaria.

Ma per quanto riguarda Hong Kong la politica di Pechino non è mai cambiata. Sin dalla primavera dello scorso anno, la proposta di legge sull’estradizione, che avrebbe autorizzato il sistema giudiziario locale a trasferire nella Cina continentale i sospettati di reato per farli processare, va in questa direzione. Quella controversa legge, che avrebbe tolto un altro pezzetto dell’autonomia giudiziaria (e quindi dello stato di diritto) di Hong Kong, a ottobre del 2019 è stata ufficialmente ritirata, dopo le oceaniche manifestazioni che nel corso di tutta l’estate avevano invaso le strade dell’ex colonia inglese.

Ma nonostante la tregua data dall’epidemia, a distanza di pochi mesi niente è cambiato negli obiettivi di Pechino: la legge sulla sicurezza nazionale, per ora approvata soltanto dall’Assemblea nazionale del popolo e in via di definizione, prosegue un percorso ben definito. Nei piani di Xi Jinping, Hong Kong deve rimanere un territorio autonomo esclusivamente per quanto riguarda il settore del business. Per tutto il resto, la società deve essere integrata alla Cina, e questo significa: basta manifestazioni, basta richieste di democratizzazione, basta stato di diritto.

Il progetto strategico si chiama Greater Bay Area. La chiamano la «Silicon valley cinese», ma si tratta di un progetto molto più grande e complesso del sistema californiano. Posizionata nel sud della Cina, l’area è costituita dalle due regioni autonome di Hong Kong e Macao e da nove città che fanno parte della provincia del Guangdong: Guangzhou, Zhuhai, Foshan, Zhongshan, Dongguan, Huizhou, Jiangmen e Zhaoqing. Ma soprattutto Shenzhen, la città dei miracoli, subito a nord di Hong Kong, il luogo che ha fatto nascere colossi della tecnologia come Huawei e Tencent. Nei piani di Xi Jinping, la Greater Bay Area è il luogo della riscossa cinese sul piano internazionale: è qui che si fanno gli affari, che si produce la tecnologia del futuro che l’America teme. Il Sogno cinese di trasformarsi in una economia in grado di competere con l’influenza statunitense parte da quest’area. Anche geograficamente, Hong Kong è stretta tra quelle città, non è l’unica con un’amministrazione speciale ma è l’unica ad avere, tradizionalmente, uno spirito libero. Macao, che ha fondato la sua economia sul gioco d’azzardo e i casinò, ha una società molto conservatrice, ha costruito il rapporto con Pechino sulla sicurezza della sopravvivenza economica. Al contrario, lo spirito di Hong Kong non è solo nelle contrattazioni in Borsa e nei centri congressi, ma è anche nelle sue strade, nelle sue librerie, nelle riunioni degli attivisti. Pechino cerca di controllare questo aspetto di Hong Kong da molti anni, perché è la sua vera spina nel fianco, la vera minaccia alla stabilità del Partito comunista cinese.

Nel 2014 la cosiddetta «rivoluzione degli ombrelli» si accese dopo che il Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo di Pechino aveva proposto di riformare il sistema elettorale della regione autonoma: un modo per penalizzare ancora di più i partiti legati all’autonomia e alla democrazia e permettere al Partito comunista di controllare i candidati del governo locale. Quando a dicembre le proteste si placarono, dopo violenti scontri con la polizia, numerosi arresti e (anche allora) minacce e condanna internazionale, Pechino andò avanti lo stesso con l’imposizione della nuova legge. Quell’anno fu vissuto dai cittadini di Hong Kong come l’inizio della fine di «un paese, due sistemi».

Ma com’è tipico, nella strategia bellica cinese, si preferisce la resa all’invasione, l’accerchiamento all’attacco a sorpresa. Marc Champion e Peter Martin la scorsa settimana hanno scritto su Bloomberg che la nuova legge sulla sicurezza che Pechino vorrebbe estendere a Hong Kong, più che trasformare l’ex colonia inglese nella Berlino della Guerra fredda, ricorda la decisione della Russia di annettere la Crimea nel 2014. Ma anche questo paragone è del tutto fuori fuoco: quando metteranno gli stivali sul territorio di Hong Kong, i militari cinesi saranno legittimati dalla legge. Una legge che però è in contraddizione con il trattato internazionale firmato nel 1997 tra Londra e Pechino.

È anche per questo che, a parte le minacce del presidente americano Donald Trump – spinto anche e soprattutto da una campagna elettorale molto anticinese – la decisione del primo ministro inglese Boris Johnson di offrire asilo «ai cittadini con il passaporto britannico di Hong Kong» – parliamo di quasi tre milioni di persone – «che non si sentissero più al sicuro» è stata molto apprezzata. Perché il vero problema è che lo strangolamento di Pechino delle libertà di Hong Kong da anni è sottile e molto meno evidente di quel che sembri: chi si è macchiato di reati contro l’ordine pubblico, per esempio tutti gli arrestati dello scorso anno durante le proteste, anche minorenni, hanno la fedina penale sporca. E in una società super competitiva come quella asiatica significa non poter lasciare Hong Kong per andare a studiare all’estero.

Il modello di capitalismo «con caratteristiche cinesi» nell’ex colonia inglese sta creando danni, e non c’è un vero piano economico e sociale. Da anni ormai, per un occidentale che vuole fare affari con la Cina, Hong Kong è solo un passaggio per arrivare a Shenzhen, promossa da Pechino come vera alternativa alla sua provincia ribelle. Se con la nuova legge sulla sicurezza nazionale la libertà della regione sarà definitivamente compromessa, è anche vero che da almeno 5-10 anni Hong Kong non era più la stessa.