Gli unici davvero innocenti

In Iraq ancora un milione e mezzo gli sfollati dopo la guerra contro l’Isis. Per molti i campi sono l’unica opzione a causa dello stigma. Intanto a pagare sono soprattutto i bambini
/ 15.03.2021
di Francesca Mannocchi

Da un anno Roula Khalaf vive in una tenda del campo di Jeddah, nella piana di Ninive, Iraq settentrionale, con i suoi 4 figli. Ha 40 anni. Gli ultimi 3 prima di arrivare al campo li ha passati in prigione, con i bambini. Dopo la fine della guerra di Mosul, nel 2017, ha provato a fare ritorno nel suo villaggio, a Hamam al Alil, ma i suoi vicini l’hanno denunciata al mukthar, il responsabile della comunità: «Lei è dell’Isis e sono dell’Isis anche i suoi figli». Così il mukthar ha allertato i servizi segreti, che hanno portato Roula e i suoi figli in prigione e da lì in tribunale. Un processo durato mezz’ora, con gli abitanti del villaggio che la insultavano, gridando davanti alla Corte che nessuno lì dentro avrebbe mai meritato perdono. «È una donna dello Stato islamico, deve marcire in prigione», strillavano gli abitanti di Hamam al Alil. Così è arrivata la condanna. Roula ha impiegato 3 anni per dimostrare che sì, suo marito era un miliziano, ma lei e i bambini sono innocenti. Il marito di Roula era un ingegnere. Si è unito all’Isis nel 2014 e ha lavorato nel Ministero delle finanze dell’organizzazione terroristica. Quando è iniziata la guerra per liberare Mosul, alla fine del 2016, ha combattuto ed è morto sotto un bombardamento della coalizione.

All’apice della sua espansione l’Isis controllava 88 mila chilometri quadrati tra la Siria e l’Iraq, gestiva giacimenti petroliferi, vendeva petrolio grezzo e riscuoteva imposte dai cittadini che vivevano nell’autoproclamato Califfato: si stima fossero 8 milioni di persone. La guerra per sconfiggere lo Stato islamico è durata 1’737 giorni, il costo materiale e umano è stato altissimo. Centomila bombe lanciate su Sirte, Mosul e Raqqa e sui villaggi circostanti. Intere aree delle città rase al suolo. La coalizione internazionale, che ha coinvolto 70 Paesi, ha ammesso la responsabilità di 1’190 vittime collaterali ma il centro studi indipendente Airwars, che ha monitorato le vittime civili, stima che il numero dei morti supererebbe gli 11 mila. Oggi il gruppo è sconfitto, almeno militarmente, sebbene solo in Iraq siano detenuti 20 mila prigionieri sospettati di avere avuto legami con l’organizzazione e ci siano ancora un milione e mezzo di sfollati.

Dalla morte di suo marito, nel 2017, il destino di Roula è il destino comune a migliaia di donne e bambini: soli e stigmatizzati, abbandonati a pagare il prezzo delle scelte di padri e mariti. Chi non è finito in prigione è finito nei campi, almeno fino a dicembre, quando il Governo iracheno ha deciso di chiudere 11 campi per sfollati interni, colpendo più di 27’000 persone, secondo l’Onu. Per i profughi era il momento di tornare a casa. Per molti, però, la casa non esiste più. Per quelli che ancora ce l’hanno, lo scoglio da superare è il rifiuto dei villaggi di provenienza.

Roula chiede da un anno al suo mukhtar se gli animi si siano calmati. «Sono passati quasi 4 anni dalla fine della guerra, posso tornare?». Ma la risposta è sempre la stessa: «Non siete i benvenuti». «Restare qui nel campo di Jeddah è la sola opzione per noi, l’alternativa è la strada», dice seduta nella sua tenda, il volto velato di nero, i figli stretti intorno. «Non considero questa sistemazione una prigione perché sappiamo cosa sia una cella. Il campo profughi per noi, ora, è la salvezza».

Lo dice, Roula, perché sa che tra quella rete e quel fango ogni giorno arriva almeno un pasto e che, sebbene non abbiano la libertà di entrare e uscire, non c’è la comunità del villaggio a minacciarli. Intorno alle recinzioni del campo sventolano le bandiere verdi della milizia sciita Hashd al Sha’abi, l’ennesimo segno per tutta la comunità sunnita all’interno dei campi che il presente è segnato dalla rabbia, dalle ritorsioni, dalla vendetta e il futuro non sarà migliore.

«Non ho mai appoggiato mio marito, anzi ho cercato di convincerlo a non giurare fedeltà, ma che potevamo fare?». Che potevamo fare? È la frase più comune in bocca ai mosulawi (gente di Mosul) in fuga dall’Isis, dal giorno di inizio della guerra. Che potevamo fare? Dicevano, sostenendo – quasi tutti – di essere stati costretti ad appoggiare il gruppo terroristico per non essere uccisi. Difficile distinguere chi sia sincero da chi menta per cercare di non essere arrestato. Di certo a pagare sono i bambini, gli unici sicuramente innocenti, gli unici sicuramente vittime, tragicamente stigmatizzati.

«Due dei miei 4 figli – dice Roula – sono nati sotto l’occupazione dell’Isis, non hanno documenti. Io non ho documenti che provino che siano miei. Se usciamo dal campo, i servizi di sicurezza possono arrestarmi al primo checkpoint, accusandomi di averli rapiti. È finita solo la guerra delle armi ma la guerra tra le persone, tra le anime di questo Paese è ancora in corso, più forte di prima». Le organizzazioni internazionali che lavorano nei campi hanno duramente criticato la decisione del Governo di Baghdad di chiudere i campi, l’Onu ha espresso preoccupazione e chiesto per i profughi un «ritorno volontario e dignitoso». «Le autorità irachene devono considerare che gli sfollati sospettati di avere legami con l’Isis subiscono lo stigma di una punizione collettiva e devono considerare la soluzione di questo problema come parte integrante di qualsiasi piano nazionale per chiudere i campi, che ora sono l’unica opzione per un rifugio per migliaia di persone», ha affermato Lynn Maalouf, vicedirettore di Amnesty international per il Medio Oriente e il Nord Africa.

Ibrahim Tarfa ha 65 anni. Viveva a Jeddah anche lui fino a dicembre. Poi, una sera, il delegato del Ministero della migrazione lo ha informato che il giorno successivo sarebbe stato l’ultimo nel campo. Con la famiglia, 12 persone tra donne, bambini e adolescenti, ha provato a fare ritorno a Qayyara, il suo villaggio. Ma anche per loro non c’è stato niente da fare. I vicini sostengono che suo figlio fosse un sostenitore dell’Isis. Non hanno prove ma li hanno denunciati, nonostante il ragazzo sia scomparso da 2 anni. Catturato dalle milizie irachene, che non ne hanno più dato notizie. Ibrahim oggi piange un figlio e patisce l’esclusione sociale. A casa non può tornare, al campo neppure. Vive con la sua famiglia in un edificio abbandonato, non distante dal camp «così – dice – di tanto in tanto mandiamo i bambini a cercare di elemosinare qualcosa da mangiare».