GB, voto prima di Natale

Nuovo Parlamento – La Camera dei Comuni ha approvato la legge presentata da Boris Johnson per ottenere la convocazione di elezioni anticipate il 12 dicembre e rompere così lo stallo sulla Brexit
/ 11.11.2019
di Cristina Marconi

Che le elezioni del 12 dicembre prossimo siano la via d’uscita dalla palude in cui si è insabbiata la politica britannica è ancora tutto da dimostrare. Per ora, con la campagna elettorale iniziata mercoledì scorso, la confusione sembrerebbe essere addirittura aumentata, perché oltre al tema ormai classico della Brexit, sono tornate a farsi sentire le inevitabili differenze tra Tories e Labour, questa volta ancor più accentuate dalla presenza di leader polarizzanti come Boris Johnson e Jeremy Corbyn. Uno dice che l’altro è come Stalin, il rivale lo accusa di ogni nefandezza e il risultato è che i toni sono talmente accesi che non si riesce più a distinguere ciò che è rilevante e urgente, in questo 2019 di caos.

A ciò si aggiungono le istanze dei puristi, come l’anti-Brexit LibDem Jo Swinson, e il Brexit Party di Nigel Farage, che in maniera diversa si rifiutano di fare i conti con il dibattito seguito al referendum del 2016, e le intrusioni internazionali: come sempre sottotraccia e insidiose quelle di Mosca e urlate e frontali quelle di Donald Trump, anche se entrambe capaci di destabilizzare una situazione già di suo fragile. Ma al di là della confusione, del brusio dei dibattiti e degli attacchi personali, la domanda principale rimane: è possibile un cambio di scenario tale da realizzare la Brexit entro la prossima scadenza del 31 gennaio del 2020? 

I fatti, al momento, sono questi: i Tories hanno circa il 38% dei voti stando ai vari sondaggi, che però danno il Labour tra il 27% e il 31%. I LibDem sono al 15-16%, mentre lo Ukip Party di Nigel Farage è al 10%. Il quadro è ancora molto fluido e cangiante, ma il rischio che Johnson non abbia una maggioranza sufficiente a governare bene non si può escludere. E sebbene sia decisamente più forte di Jeremy Corbyn, quest’ultimo ha un margine per formare delle alleanze, magari con gli scozzesi dell’SNP o addirittura con i LibDem, anche se per ora sembra molto difficile, mentre Boris è solo, non ha gli unionisti nordirlandesi dalla sua e non può contare sulla complicità del Brexit Party di Farage, che ha deciso di candidarsi ovunque, anche dove i Tories hanno già un euroscettico di ferro. 

Chi invece ha scelto di non correre per nessun seggio è Farage stesso, ufficialmente per potersi concentrare sulla gestione del partito e sulla battaglia all’accordo raggiunto da Johnson con Bruxelles, anche se il sospetto è che tema di non essere eletto, visto che a Westminster non è mai riuscito a entrare. Un invito all’amicizia tra Nigel e Boris è giunto dal presidente statunitense Trump, che ha detto vezzosamente di «volere bene a entrambi» e che «Boris ce la farà», pur auspicando di vedere i due «uniti», il che rappresenta, secondo Trump, «una possibilità». Sicuramente lo slogan del partito faragista, «Questo accordo non è la Brexit», riduce di molto queste possibilità. 

Ovviamente Trump ha parlato male di Corbyn, ignaro che su un certo tipo di elettorato, non solo laburista, questo è una mano santa. 

Da Bruxelles, dove sono stati concessi gli ennesimi tempi supplementari in una partita in cui non vince mai nessuno, non ci sono particolari ragioni di speranza: una vittoria netta dei Tories porterebbe ad approvare il famigerato accordo, ma poi rafforzerebbe un partito ormai fortemente ostile all’Europa, deciso a non concedere più nulla nelle trattative sulle relazioni future. Un partito così estremo che sono tante le donne moderate, da Amber Rudd a Nicky Morgan, che hanno deciso di non ricandidarsi per evitare di dover subire gli insulti e gli attacchi legati alle loro posizioni sfumate in un contesto machista.

E con loro anche gli uomini moderati stanno facendo lo stesso: Philip Hammond, ex cancelliere dello Scacchiere cacciato dal partito per aver votato contro il no deal, ha deciso di lasciare, a riprova che gli europeisti hanno abbandonato la lotta e la speranza di vedere la loro posizione influenzare la linea del governo. Anche perché con il ricordo di Jo Cox, la deputata laburista uccisa nel 2016, non sono pochi coloro che hanno timori per la loro incolumità personale, al punto che una deputata avrebbe fatto un passo indietro per cercare di lenire le ansie dei figli. 

A lottare contro la Brexit senza se e senza ma sono solo i LibDem, che promettono di revocare l’articolo 50 nel caso assai remoto in cui Jo Swinson, trentanovenne anch’essa oggetto di violenti attacchi online e di un fantasioso proliferare di fake news, arrivasse a Downing Street. Va bene riempire le piazze di manifestazioni contro la Brexit, ma quando si tratta di votare la lotta per il remain sembra funzionare solo fino a un certo punto. Non solo il Labour ha notoriamente una parte dell’elettorato pro-Leave, preda facile dei populisti del Brexit Party, ma alcuni degli elettori europeisti sembrano pronti a perdonare al Labour la sua mancanza di chiarezza sul dossier.

L’ipotesi di un secondo referendum al termine di una rinegoziazione dell’accordo con Bruxelles su cui non farebbe per forza campagna per il remain non sembra alterare più di tanto gli equilibri. Le elezioni, per i britannici, sono tradizionalmente vinte su un’idea di società e quindi di tassazione, pubblica istruzione, finanziamenti alla sanità, tutti temi su cui Boris Johnson sta cercando di strizzare l’occhio a sinistra. 

 «La tragedia del partito laburista contemporaneo di Jeremy Corbyn è che detesta il motivo del profitto in maniera così viscerale – e aumenterebbe le tasse in maniera così arbitraria da distruggere la base stessa della prosperità del Paese», ha scritto Johnson nel suo articolo sul «Telegraph», definendo i laburisti «vendicativi a un punto mai visto dai tempi in cui Stalin perseguitò i kulaks». 

 E come in ogni storia politica contemporanea nei paesi occidentali, anche sulla democrazia britannica incombe l’ombra lunga di Mosca, il cui ruolo è analizzato in un report che il governo ha deciso di non pubblicare prima delle elezioni, tra mille polemiche. Boris sta cercando di non aggiungere carne al fuoco, anche perché è già molto impegnato a gestire le uscite molto infelici dei suoi compagni di lotta e di governo. Come Jacob Rees-Mogg, leader dei Comuni, che ha detto che le settantadue vittime della Grenfell Tower non hanno dimostrato «buon senso» decidendo di seguire i consigli dei vigili del fuoco di restare chiusi in casa. O Francesca O’Brien, che su Facebook aveva scritto che la gente che riceve sussidi dovrebbe essere «abbattuta» e che ha comunque ottenuto il sostegno del suo partito. 

In questo contesto è difficile notare la differenza con il BrexitParty di Nigel Farage, tanto che neppure i deputati la vedono e in tanti si dicono a loro agio con la linea seguita dai Tories.

Quale che sia l’esito delle elezioni, Westminster non sarà più la stessa senza John Bercow, lo speaker della Camera dalle cravatte sgargianti e dalle urla stentoree. Il suo «ordeeer», talmente famoso da essere diventato anche una suoneria per cellulari, sarà sostituito da quello probabilmente più mite del suo vice Lindsay Hoyle, laburista, deciso fin dal momento dell’elezione di tenere una linea meno schierata. Prima di andare via, Bercow ha fatto una conferenza con la stampa estera in cui ha detto che «la Brexit è il più grande errore fatto dal Paese dopo la guerra». Il suo è stato il Parlamento dello stallo, paralizzato dal conflitto tra chi vuole commettere l’errore e chi non sa come evitarlo. Che un approccio diverso porti a risultati diversi è tutto da dimostrare.