Fra virus e prossime elezioni

Roma e il Lazio-5. parte – Il M5S vorrebbe sfruttare la buona tenuta regionale nei confronti della pandemia per ricandidare la Raggi a sindaco di Roma con il sostegno del Pd che però non ci sente
/ 25.05.2020
di Alfio Caruso

In principio fu «uno vale uno» capace di conquistare i cuori dei semplici e soprattutto i voti per trasformare i Cinque Stelle da movimento di quattro scappati di casa nella principale forza del Parlamento. Poi ci si accorse che quell’uno poteva valere di più o di meno a secondo dei ghiribizzi di Grillo, delle paturnie del figlio del profeta, cioè Casaleggio jr, dei tornaconti del bugiardo Di Maio, degli assalti alla geografia e alla sintassi dell’allegro cazzaro Di Battista. In seguito perfino gl’indefessi sognatori, i declamatori alla luna, i miracolati dalle bizze del voto on line dovettero arrendersi all’evidenza che in talune situazioni valeva uno solo e tutti gli altri erano nessuno. Infine, la svolta epocale: «uno contro uno» elevato all’ennesima potenza sino al tutti contro tutti, che ha stravolto deputati e senatori, ma che è stata solo una semplice esercitazione al cospetto di quanto sta accadendo a Roma in vista delle elezioni per il sindaco fra un anno.

È l’effetto all’incontrario del Coronavirus. Nel senso che il modestissimo impatto avuto dalla pandemia sul Lazio (positivi sotto i 4mila; guariti quasi 3100; morti meno di 700) e più ancora sulla Capitale e dintorni (5500 contagiati su oltre 4 milioni 340mila abitanti con una percentuale dello 0,126 per cento) hanno indotto l’amministrazione regionale e soprattutto quella cittadina a menar vanto del colpo di fortuna. Ma se Zingaretti ha dovuto privilegiare l’esser segretario del Pd sull’essere presidente del Lazio, quindi profilo basso, nessun proclama, sostegno sparato ai protocolli di cura e ai suggerimenti del rinomato ospedale Spallanzani, la Raggi, al contrario, ha cercato il suo quarto d’ora di gloria positiva e di legittimazione dopo quattro anni bui. Ed ecco allora lanciata dai suoi aedi l’ipotesi di una ricandidatura. Non l’avessero fatto: sono stati capaci di smentire financo l’assunto di Andy Warhol, per altro rubato al fotografo Nat Finkelstein, sul quarto d’ora di fama.

L’alleata più fedele della Raggi, la presidentessa del IV municipio, Roberta Della Casa, è stata sfiduciata all’unanimità su una mozione presentata dalla stessa delegazione dei Cinque Stelle. Il IV municipio è quello del Tiburtino, quartiere popolare per eccellenza, un tempo il più rosso della Capitale. Quando il Movimento nel 2016 vi conquistò la maggioranza assoluta equivalse alla caduta del muro di Berlino sui Sette Colli. Cronache, però, del trapassato. La realtà odierna specifica che prima del IV la Raggi aveva perso altri tre municipi, il III, l’VIII, l’XI. Le elezioni suppletive dei mesi scorsi si sono risolte in altrettante scoppole per il partito della sindaca.

Nella Roma chiusa in casa per il totale rispetto dell’isolamento è migliorata la qualità dell’aria, però gli autobus hanno continuato a prender fuoco e la spazzatura a intasare le vie. Nelle strade ancora vuote Totti e la moglie Ilary, nascosti dietro vistose mascherine e berretti con visiere, hanno potuto passeggiare indisturbati fino alla fontana di Trevi. La sospensione delle vecchie abitudini per due mesi ha rappresentato una tregua: dalle parti della Raggi l’hanno interpretata come un’inversione di tendenza. Viceversa, è bastato che la sindaca andasse a Ostia per ingraziarsi gli ambulanti ed è riesplosa la contestazione. Anzi, i facinorosi di Casa Pound, spesso coccolati dalla giunta capitolina, le hanno addirittura impedito di scendere dall’auto. L’annuncio che i negozi potranno effettuare i saldi per l’intero anno non è valso a riconquistare la simpatia dei commercianti, esasperati dalla lotta quotidiana contro l’immondizia dinanzi alle vetrine e dal dover dare la caccia ai topi.

Eppure la frenesia è oramai riesplosa: da piazza di Spagna a Castel Sant’Angelo, dalle banchine del Tevere al Tiburtino, dal Prenestino a Tor Tre Teste, da Torre Angela a San Giovanni, dall’Esquilino a via Merulana tutti fuori a riassaporare l’antico tran tran, benché un terzo di ristoranti, trattorie, caffè rimanga chiuso in attesa che diminuiscano le restrizioni. Sotto il sole e dentro un caldo estivo Villa Torlonia, Villa Borghese, Villa Gordiani sono tornate a riempirsi. Le gelaterie, i bar, i locali con i tavolini all’aperto hanno messo in fila i tanti vogliosi di riprendere i riti del prima. I prezzi sono aumentati del 20-30 per cento, ma le proteste sono state flebili. Le scritte in terra di rispettare il metro di distanziamento sono apparse l’eredità di un’altra epoca.

Finora la voglia di vivere, di riappropriarsi degli spazi ha prevalso sul buonsenso.All’ora dell’aperitivo, che dura almeno cinque ore, la statua di Giordano Bruno, in piazza San Calisto a Trastevere, è tornata a essere la meta dei pellegrinaggi giovanili. L’annuncio che si faceva solo asporto è stato cancellato dal desiderio di stringere un bicchiere in mano, senza guanto. Sui social hanno impazzato le foto di ragazzi seduti sui divisori dell’area pedonali. Pochissimi con la mascherina, ma non sul volto, bensì al collo o al gomito secondo i dettami dell’ultimissima moda. Dopo il deserto delle scorse settimane, Villa Pamphilj è giornalmente presa d’assalto. I rari presidi di vigili vengono con eleganza dribblati. Si sono riempite le tradizionali aree della movida: da Monti a Ostiense, dal Centro storico a Ponte Milvio fino a San Lorenzo. Nella folla di romani, individuata e multata per duemila euro (mille a testa) una coppia di stranieri diretta a visitare la Fontana di Trevi: un cittadino tedesco e una giovane colombiana residente in Germania. Nello stupore della polizia si è scoperto che avevano attraversato il valico del Brennero e imboccato l’autostrada fino a Roma.

In tale guazzabuglio qual è il senso di ricandidare la sempre più indesiderata Raggi? Difendere il ridotto nella disputa interna, che vede Di Maio contrapporsi a Di Battista e all’unica scelta sensata del Movimento, Roberta Lombardi. La speranza di Di Maio risiede nella benevolenza del Pd, in primis di Zingaretti: per garantirsi la neutralità nei confronti della Raggi, tradotto in soldoni nessun candidato pieddino, prospetta un’alleanza che si prolunghi alle prossime elezioni nazionali, in calendario nel 2023, e poi si spinga fino al 2028. Sterminate ere geologiche in termini di politica fingendo d’ignorare che l’attuale quadripartito di governo potrebbe saltare già in autunno, se davvero si fosse costretti a varare un esecutivo di salute pubblica con la guida di Draghi. Ma anche se la compagine di Conti dovesse arrivare al termine del mandato, potrebbe mai il pacioso Zingaretti rinunciare alla riconquista di Roma? Il Pd è, infatti, considerato il grande favorito.

Nella sua disponibilità nomi prestigiosi: l’ex presidente del consiglio Letta, che grazie all’eterno zio Gianni potrebbe pescare anche nel fronte conservatore; l’economista Cottarelli, vivificato da una quotidiana presenza sulle emittenti televisive con la nomea del tecnico super partes; l’ex ministro Calenda, magnifico propagandista di se stesso con l’unico problema di avere spesso più ambizioni che voti.Senza dire dell’incognita centro-destra. Lì, però, l’unica candidata con chance è la sorella d’Italia Meloni: Salvini farebbe bingo liberandosi della sola in grado di contendergli la leadership. Ma la diretta interessata è ovviamente indisponibile essendo, per l’appunto, ben altre le sue mire. E senza di lei c’è soltanto l’imbarazzo di scegliere con chi perdere.