Esplode il caso ArcelorMittal

Ex Ilva – Il colosso dell’acciaio disdice l’accordo con l’impianto di Taranto lasciando un settore in crisi in ginocchio e trasformandolo in scontro politico
/ 11.11.2019
di Alfredo Venturi

Un fulmine a ciel sereno, sullo sfondo di un ambiguo intreccio di scelte politiche azzardate. Così è stato percepito l’annuncio della multinazionale euro-indiana ArcelorMittal, che ha restituito allo Stato italiano la patata bollente dell’ex Ilva. Poco più di un anno fa aveva rilevato, impegnandosi a risanarla e rilanciarla, la malconcia impresa siderurgica che gestisce a Taranto il più grande stabilimento europeo di produzione dell’acciaio. Un polo produttivo investito da una doppia crisi, quella industriale legata alla sovrapproduzione mondiale e quella ecologico-sanitaria che deriva dalle pestifere emissioni delle ciminiere.

Con un investimento di oltre quattro miliardi di euro la ArcelorMittal aveva prospettato la soluzione di questo duplice problema. E di alcuni problemi correlati, infatti l’ex Ilva comprende non soltanto la fabbrica pugliese ma anche stabilimenti a Genova e Novi Ligure, senza contare alcune unità produttive minori. Perché dunque questo passo indietro che determina problemi esistenziali per oltre diecimila dipendenti, senza contare altrettanti lavoratori che operano nell’indotto? La risposta è racchiusa nei misteriosi meandri della politica, chiama in causa soprattutto il Movimento cinque stelle e la sua visione anti-industriale fondata sulla «decrescita felice», del tutto incongrua in una economia asfittica e dunque interessata ad attrarre investimenti dall’estero.

Nulla potrebbe illustrare meglio di questa vicenda i contorti meccanismi della politica italiana. Nel precedente esecutivo con Giuseppe Conte alla presidenza, quello giallo-verde nel quale governavano in compagnia della Lega di Matteo Salvini, i Cinquestelle avevano dovuto inghiottire, su pressione leghista, il cosiddetto scudo penale. Cioè una norma che liberava i nuovi dirigenti da ogni responsabilità, nel tempo richiesto dal piano di risanamento ambientale, per irregolarità riconducibili alle precedenti gestioni. Secondo ArcelorMittal è impossibile gestire il polo produttivo di Taranto senza questa protezione legale, assolutamente necessaria per l’esecuzione del piano ecologico.

Caduto quel governo per l’improvviso harakiri di Salvini, formato il nuovo ancora con Conte al timone ma giallo-rosso stavolta, perché il posto della Lega lo ha preso il Partito democratico, i grillini sono tornati alla carica e sono riusciti a eliminare lo scudo penale. Più esattamente è stata la fronda grillina, che contesta la leadership sul Movimento del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, a premere per questa virata. Il risultato di tutto ciò, secondo le parole di un sindacalista, è un capolavoro di incompetenza e pavidità politica che non solo non ha disinnescato la bomba ambientale ma vi ha aggiunto una bomba sociale. Infatti la ArcelorMittal fa sapere che la decisione sul recesso si fonda proprio su questa decisione, oltre che sui termini troppo stretti per il risanamento fissati dalla magistratura italiana.

Fatto sta che cancellando la tutela legale a suo tempo garantita il governo ha offerto alla multinazionale, per molte ragioni restia a proseguire l’impegno, il pretesto per fare marcia indietro. Ovviamente non solo i Cinquestelle hanno votato questa decisione ma l’intera maggioranza. Per cui il nuovo alleato dei grillini, il Partito democratico, a meno di tre mesi dal cruciale voto regionale in Emilia-Romagna, la regione rossa che secondo i sondaggi potrebbe cadere preda di una Lega apparentemente inarrestabile, deve fronteggiare il reiterato assalto alla diligenza di un Salvini sempre più vorace, che invoca a ogni piè sospinto le dimissioni del governo. E tanto più stavolta, dopo che l’occasione gli è stata offerta su un piatto d’argento.

Apparentemente colto alla sprovvista dalla decisione della multinazionale, Conte dice che la mossa di ArcelorMittal è priva di fondamento giuridico e assicura che il governo non consentirà la chiusura: si farà di tutto per salvare lo stabilimento di Taranto disinnescandone al tempo stesso la mortale capacità inquinante. Si coltiva la speranza di rinegoziare l’accordo, ma appare subito chiaro che ArcelorMittal intende alzare la posta chiedendo la possibilità di ridurre gli organici. I rappresentanti della multinazionale convocati a Palazzo Chigi segnalano di volere non solo il ripristino dello scudo penale, ma anche il riconoscimento di cinquemila «esuberi», quasi il dimezzamento dell’organico.

Roma vorrebbe che non si riducessero i livelli di occupazione se non attraverso il blocco delle assunzioni e l’incoraggiamento ai pensionamenti anticipati. Conte dichiara dunque la richiesta inaccettabile e offre il ripristino della tutela legale. Ma i Cinquestelle non sono d’accordo e rifiutano di concedere nuovamente l’immunità. In fondo quel gigantesco stabilimento è incompatibile con il loro dna: un esponente grillino non propose forse a suo tempo di trasformarlo in una sorta di Disneyland?

Intanto c’è chi vorrebbe chiudere con la riluttante multinazionale euro-indiana e tentare altre soluzioni. Come Matteo Renzi, che dopo la caduta del Conte Uno ha convinto il Pd a formare il Conte Due con i Cinquestelle, salvo poi staccarsi dal partito e crearne uno suo, Italia Viva. Ringalluzzito dalla posizione di potere che gli ha regalato la manovra estiva di Salvini, l’ex primo ministro tiene il governo sotto scacco e lo punzecchia con petulante assiduità. Anche Italia Viva ha votato la fine dello scudo penale ma una sua esponente nel governo, la ministra per le politiche agricole Teresa Bellanova, avanza riserve sostanziali: è in ballo il destino di migliaia di lavoratori, bisogna recuperare senso di responsabilità.

Ci penso io, dice Renzi, a procurare la cordata giusta. Il suo piano, che gli specialisti di strategie industriali considerano velleitario, consiste nell’affidare l’ex Ilva a un altro colosso siderurgico indiano, Jindal, secondo classificato nella gara d’appalto che si aggiudicò ArcelorMittal, in compagnia della Cassa depositi e prestiti, l’ente di Stato che gestisce i risparmi postali per finanziare investimenti d’interesse pubblico.

Dopo una lunga trattativa, estenuante quanto vana, Conte invita la controparte a una riflessione di due giorni, ma allo stato delle cose è utopistico credere alla possibilità di un ripensamento. Più facile immaginare, nonostante i costi immensi, la nazionalizzazione dell’ex Ilva. Il nodo resta dunque irrisolto, anche perché il compito di scioglierlo è affidato a una maggioranza e a un governo a più voci, talvolta così discordanti che proprio non ce la fanno a produrre un minimo di armonia.