Effetto Chernobyl a Wuhan

Cina – L’ospedale costruito in tempi record è sicuramente una delle vetrine di propaganda che la Cina userà per mostrare i suoi sforzi nel contenere il contagio. Ma le sue responsabilità in tema di trasparenza sono gravissime
/ 10.02.2020
di Giulia Pompili

La Cina ha preso «sostanziali misure per ridurre il rischio di contagio, soprattutto nell’epicentro dell’epidemia», continua a ripetere l’Organizzazione mondiale della Sanità. È tutto sotto controllo, dice anche il presidente cinese Xi Jinping. Durante la riunione per la prevenzione del rischio del Comitato permanente dell’Ufficio politico del Comitato centrale del Partito, il presidente ha detto che chiunque disobbedisca agli ordini, in questa delicata fase, sarà punito. Bisogna salvaguardare l’economia e l’ordine sociale, l’educazione civica e la comunicazione, ha detto Xi. 

Del resto la Cina si trova ad affrontare il suo «cigno nero», il peggiore degli eventi immaginabili: la diffusione del nuovo coronavirus, che provoca una polmonite atipica e di cui ancora poco sanno perfino gli scienziati, ha messo in ginocchio la seconda economia del mondo nel suo momento di massima espansione e influenza, poche settimane dopo la firma della fase uno della tregua nella guerra commerciale con gli Stati Uniti. Nelle ultime settimane, e con un crescendo progressivo e inquietante, decine di paesi hanno bloccato i voli passeggeri ma anche cargo da e per la Cina.

La globalizzazione si è fermata per il rischio contagio. Per Pechino l’isolamento è preoccupante tanto quanto il contagio, e ha contrattaccato: gli Stati Uniti, e anche altri paesi, stanno esagerando, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri cinese: «Non si può usare un’emergenza per colpire l’economia cinese», ha scritto il «Quotidiano del Popolo». 

Ma un virus non può essere trattato come un problema di politica interna, e soprattutto non dopo che i casi di pazienti affetti sono cresciuti esponenzialmente anche fuori dai confini cinesi. «Sebbene siano comprensibili alcune misure adottate da governi, gruppi e aziende per proteggersi dal virus, la Cina dovrebbe essere allarmata da eventuali azioni dannose e prepararsi ad adottare delle contromisure, se necessario», ha scritto in un editoriale pubblicato sul quotidiano cinese «Global Times» il giornalista Cong Wang: «È importante notare che il governo americano ha svolto un ruolo importante, se non il principale, nell’istigare certe azioni.

Gli Stati Uniti sono stati i primi a vietare ai cittadini cinesi di entrare all’interno dei propri confini. Il governo americano non ha fornito aiuti alla Cina, e oltretutto alcuni funzionari americani hanno perfino aumentato la loro campagna anticinese in questo periodo di emergenza, seminando panico ovunque». Il contagio globale è diventato un’arma politica?

Di certo lo è per il governo di Pechino. Il 23 gennaio scorso, con una misura draconiana che non ha precedenti nella storia, la Cina decide di isolare, di fatto, una megalopoli da undici milioni di abitanti: Wuhan, il centro dell’epidemia. È lì che sembra essersi diffuso il virus, nel mercato con animali selvatici che ora la Cina vorrebbe mettere al bando in tutto il Paese. Nel giro di pochi giorni la quarantena su scala metropolitana si estende anche ad altre città, tutte nella provincia dello Hubei, fino a coinvolgere cinquantasei milioni di persone.

La macchina della propaganda si mette in moto: i media cinesi parlano di «un difficile sacrificio» da parte degli abitanti della regione, che però stanno dando «un enorme contributo per fermare l’epidemia». I diplomatici cinesi che usano Twitter – un social network bloccato in Cina – diffondono le immagini dei medici e degli infermieri di Wuhan che lavorano senza sosta, e indossano le mascherine per giorni interi, e si ammalano lo stesso dopo aver curato i contagiati. Il messaggio è quello della resilienza, della competenza e dello spirito collettivo cinese che farà superare l’emergenza. Ma in brevissimo tempo il numero di pazienti affetti da coronavirus supera la capacità degli ospedali, sui social network e sui media locali iniziano a circolare le immagini di persone ammalate che fanno centinaia di metri di fila davanti agli ospedali per essere sottoposte al test – aumentando così il rischio di essere esposti al virus.

La situazione d’emergenza si aggrava, ma il governo trova il modo di sfruttare la faccenda in modo positivo, e annuncia che Wuhan costruirà due ospedali «a tempo di record», per far accedere alle cure necessarie tutti i suoi cittadini. La notizia fa il giro del mondo e ovunque viene associata alla proverbiale efficienza e alla velocità cinese.

Pechino sfrutta il sensazionalismo, e mette addirittura in piedi un live streaming della costruzione degli ospedali. L’ospedale Huoshenshan, che significa della Montagna di Dio del Fuoco, dovrà ospitare almeno mille posti letto, dicono le autorità locali. Il secondo, l’ospedale Leishenshan, della Montagna del Dio dei Fulmini, si estenderà per 79’700 metri quadrati, e potrà ospitare fino 1600 posti letto. Più di settemila persone, centinaia di ruspe e macchinari lavorano senza sosta giorno e notte. Dieci giorni dopo, il Huoshenshan si rivelerà per quello che è: un ospedale da campo.

I prefabbricati servono semplicemente a isolare i contagiati, anche perché finora il virus è trattato con farmaci antivirali, ma non c’è ancora una cura specifica. Quando i malati a Wuhan superano i ventimila, il governo locale adibisce ulteriori strutture – otto in totale – tra palasport e centri congressi, per trattare i pazienti meno gravi che non hanno bisogno di macchinari medici.

Per gli scienziati internazionali il problema di questa emergenza riguarda due fattori: il primo è il rebus che si nasconde dietro al nuovo ceppo di coronavirus, di cui non conosciamo con esattezza la virulenza e il tasso di mortalità – sappiamo però che per il 96 per cento coincide con il virus trovato nei pipistrelli, dai quali potrebbe essere saltato fino ad attaccare l’essere umano.

Il secondo problema riguarda la Cina, e il cosiddetto «effetto Chernobyl»: anche il governo di Pechino ha ammesso di aver ritardato, tra il 31 dicembre e il 20 gennaio, di comunicare tempestivamente cosa stava succedendo nello Hubei. Ma c’è da riflettere soprattutto sulla fiducia che la comunità internazionale ripone in un Paese autoritario che, come nel 2003 durante il contagio della Sars, ha ancora tutto l’interesse di minimizzare e risolvere a modo suo l’emergenza.