Dal lockdown alla Grande Depressione

Newsletter della pandemia – L’America si prepara alle elezioni di novembre con 33,5 milioni di disoccupati e uno scontro ideologico per governare il mercato del lavoro. Oltre a un’emergenza sanitaria esportata dalla Cina che Trump definisce l’equivalente di Pearl Harbor
/ 11.05.2020
di Federico Rampini

Nuovo balzo della disoccupazione americana: 3,2 milioni di persone si sono aggiunte nell’ultima settimana alle liste di coloro che richiedono le indennità. In sette settimane, da quando sono iniziati i primi lock-down, il totale degli americani senza lavoro ha raggiunto i 33,5 milioni. Ma sono cifre che rischiano di essere sottostimate, anche perché negli Stati più colpiti le amministrazioni locali che gestiscono le domande di indennità sono al collasso. Secondo alcune stime la disoccupazione reale potrebbe raggiungere il 25% della forza lavoro. È una situazione in evoluzione costante, visto che una parte degli Stati Uniti sono usciti dal lockdown e altri stanno per allentare le restrizioni. Tuttavia l’entità del danno sul mercato del lavoro ha già superato ampiamente la crisi del 2008-2009 ed equivale alla depressione che seguì il crack di Borsa del 1929.

Negli anni ’30 del secolo scorso, però, la crisi e i licenziamenti di massa si svilupparono gradualmente, mentre stavolta tutto è avvenuto in meno di due mesi. Tanto che le maxi-manovre di aiuti già varate – per un totale di 3500 miliardi di dollari – sono insufficienti e ne sta arrivando un’altra, ormai la quarta dall’inizio della pandemia. La composizione di questa ulteriore iniezione di spesa pubblica è oggetto di un braccio di ferro tra la Casa Bianca e il Senato da una parte, la Camera a maggioranza democratica dall’altra. I democratici vogliono più fondi per i food-stamp, i buoni pasto spendibili nei supermercati che sono uno degli strumenti più antichi e collaudati del Welfare americano. I repubblicani invece vogliono più aiuti alle imprese. La sinistra vuole che l’uscita dalla crisi sia affidata a politiche redistributive che diano potere d’acquisto ai meno abbienti.

Per la destra il settore privato è l’unico che può risollevarsi rapidamente e riprendere a creare lavoro. Ci saranno compromessi perché il Congresso funziona solo se raggiunge intese bipartisan. Ma questa linea di frattura e il discrimine politico-ideologico sarà una costante fino all’elezione presidenziale.Altri scontri politici riguardano la distribuzione degli aiuti già erogati, su basi geografiche e aziendali. I prestiti alle imprese, che dovevano andare alle aziende di piccole dimensioni, sono spesso stati accaparrati da grandi società. Alcune, denunciate dai media, hanno accettato di restituirli. Resta il problema che l’accesso al credito è molto diseguale. La distribuzione geografica sembra aver destinato fondi in modo non proporzionale alla gravità della pandemia. Alcuni Stati del Sud e dell’Ovest, governati dai repubblicani e con tassi di contagio molto ridotti, sembrano aver ricevuto aiuti pubblici eccessivi rispetto alle loro necessità. Calano le importazioni della Cina dal resto del mondo: meno 14% ad aprile. Pessimo segnale per tutti. Ma a sorpresa aumenta l’export cinese.

E questo è foriero di nuove tensioni con gli Stati Uniti. Trump annuncia che entro due settimane sarà in grado di dire se la Cina sta rispettando i suoi obblighi rispetto alla Fase 1 dell’accordo commerciale firmato a gennaio. La Cina, dice il presidente, sta acquistando molti prodotti agricoli americani, ma non è certo che sia il livello necessario a soddisfare gli accordi. Secondo la Casa Bianca la Cina si è impegnata a spendere in America 200 miliardi di dollari in 2 anni, 77 nel primo anno. Ma non c’è mai stata una conferma da Pechino su queste cifre. Dicendo che il Coronavirus è la nuova Pearl Harbor, Trump ha maneggiato una metafora molto densa.

Per almeno tre ragioni. Anzitutto, Pearl Harbor nella memoria storica degli americani è «l’Asia infida che ci attacca alle spalle». Nel dicembre 1941 fu il bombardamento del Giappone su una base militare e navale nelle Hawaii, senza dichiarazione di guerra preventiva. Oggi l’equivalente attacco non dichiarato sarebbe il Coronavirus di Wuhan, su cui la Cina nascose a lungo delle notizie che potevano prevenire il contagio in altri paesi.

Un secondo significato di Pearl Harbor è l’inizio della grande guerra del Pacifico. Che per gli Stati Uniti fu a lungo più importante del fronte europeo contro la Germania nazista. Già allora per Franklin Roosevelt il Pacifico cominciò ad essere il nuovo centro del mondo, dove si giocava la sfida per la supremazia globale.

Terza ragione per cui il paragone con Pearl Harbor è «denso»: allude al possibile inizio di una guerra vera, non più solo Guerra fredda, come scenario possibile. In una fase in cui nei mari d’Oriente si moltiplicano le tensioni tra la US Navy e la marina cinese, soprattutto in «zone grigie», frontiere marittime contestate, isole contese, dove Pechino vuole allargare la sua sovranità e la sua sfera militare a scapito di alleati dell’America come il Giappone e le Filippine. Tra le cause scatenanti di una crisi va aggiunta sempre Taiwan, isola «ribelle» che la Cina considera sua ma che gli Stati Uniti s’impegnano a difendere da un’invasione. È in atto un pressing diplomatico di Trump perché Taiwan partecipi a una conferenza dell’Organizzazione mondiale della sanità (WHO) a maggio. Poiché la conferenza è dedicata al Coronavirus, sembra logico che partecipi una nazione-modello che ha gestito la pandemia con risultati esemplari.

Però per la Cina escludere Taiwan dalle organizzazioni internazionali è un principio inderogabile. Dai tempi del disgelo Nixon-Mao nel 1972, la diplomazia americana si è rassegnata a non urtare la suscettibilità di Pechino sul tabù di Taiwan. Trump ha deciso di urtarla. Per finire, entro due settimane la Casa Bianca vuole verificare che Xi Jinping rispetti la promessa di un consistente aumento di acquisti di derrate agricole americane. Fu su quella base che la guerra dei dazi conobbe un armistizio a gennaio. Quella tregua potrebbe avere i giorni contati.Per capire la tensione crescente fra Cina e Stati Uniti è utile sbirciare le indiscrezioni filtrate da Pechino, su un rapporto presentato a Xi Jinping e al gruppo dirigente dal ministero della Sicurezza nazionale. La sostanza è questa: il rapporto avverte che i sentimenti di ostilità verso la Cina nel resto del mondo sono ai massimi dal 1989, l’anno in cui la rivolta democratica di Piazza Tienanmen fu soffocata nel sangue dalla repressione militare.

Il rapporto attribuisce quest’atmosfera anti-cinese o sinofobica agli Stati Uniti, e include negli scenari a cui prepararsi anche quello di un conflitto militare fra le due superpotenze. Gli autori sono per lo più esperti del China Institute of Contemporary International Relations (CICIR), un think tank legato all’intelligence. Viene considerato un documento chiave per capire come Pechino percepisce la nuova guerra fredda.In un reportage in prima pagina sul «Wall Street Journal» c’è un dato emblematico, è sull’80% delle imprese tedesche rimaste aperte anche a marzo e aprile. È chiaro che la Germania ha potuto farlo perché ha contenuto l’epidemia: con una popolazione superiore a quella di Regno Unito, Francia o Italia, la Germania ha avuto solo un quarto delle vittime dei maggiori partner europei. È altrettanto chiaro che chi ha saputo mantenere la propria economia in condizioni di attività quasi normali, è in condizioni di forza per ripartire. Riaprire prima degli altri dà un vantaggio competitivo: i tuoi prodotti sono disponibili, quelli della concorrenza no.

E questo squilibrio nei rapporti di forza tra la Germania e il resto d’Europa viene accentuato dall’ulteriore sproporzione nelle manovre di spesa pubblica anti-recessione. La Germania può spendere di più e sta spendendo molto di più. La sentenza della sua Corte costituzionale che pone limiti all’azione della BCE aggiunge squilibrio allo squilibrio. Tant’è che la Commissione europea lancia l’allarme su «gravi distorsioni nel mercato unico», in conseguenza degli «andamenti divergenti sul piano economico finanziario e sociale che minacciano la stabilità dell’Unione». I forti usciranno sempre più forti, la distanza dai deboli si allunga. A questo rischia di contribuire però una proposta avanzata dalla stessa Commissione di Bruxelles, cioè di trasformare i prestiti pubblici alle aziende in difficoltà in partecipazioni azionarie. Questo è più facile nelle nazioni dove il tessuto economico vede un forte peso delle aziende medio-grandi.

Ma in Italia il tessuto più colpito è fatto di aziende familiari che non hanno neppure lo statuto di società per azioni e quindi un ingresso dello Stato (o di un fondo sovrano) nel loro capitale è impossibile. Il deficit pubblico americano – e la conseguente emissione di titoli – sta salendo a una velocità vertiginosa verso vette mai raggiunte nella storia. In sole cinque settimane il Congresso di Washington ha varato manovre di spesa per 3500 miliardi di dollari. In proporzione al Pil degli Stati Uniti questo volume di spesa fu messo in campo in cinque anni dopo la crisi del 2008. Da qui a settembre il Tesoro Usa emetterà titoli per 3700 miliardi di dollari spingendo il debito federale al 101% del Pil, il più alto dalla Seconda guerra mondiale. Già quest’anno il deficit/Pil salirà al 18%. Intanto la California è il primo degli Stati Usa a ottenere un prestito federale per pagare le indennità di disoccupazione.Dopo lo tsunami di spesa pubblica tornerà la stagflazione, come negli anni Settanta?

È la previsione che formula Stephen Roach, docente a Yale ed ex presidente di Morgan Stanley Asia, in un’analisi sul «Financial Times». Stagnazione economica, alta disoccupazione, insieme con l’inflazione. Fu il mondo della mia adolescenza e dei miei vent’anni: i terribili anni Settanta. Roach pensa che l’inflazione, o addirittura l’iperinflazione, sarà l’inevitabile conseguenza dell’accumulazione di debiti. L’ultimo record nel debito pubblico americano si toccò a quota 106% del Pil alla fine della Seconda guerra mondiale. Oggi l’America secondo Roach è avviata verso un debito/Pil del 120% entro un quinquennio. E un classico modo per uscirne è svalutarlo attraverso l’aumento dei prezzi.