Covid, un segno – per Trump

Casa Bianca – Il presidente repubblicano punta tutto sulla rimonta ma c’è un’America preoccupatissima per i 30 milioni di disoccupati, per la depressione economica da lockdown e per la scarsità del welfare
/ 12.10.2020
di Federico Rampini

Un vento di ottimismo soffia sul campo democratico, dopo gli ultimi colpi di scena che hanno movimentato la campagna elettorale americana. I sondaggi post-contagio del presidente sembrano indicare che lui paga qualche prezzo: una maggioranza di americani pensano che Donald Trump ha sottovalutato il pericolo e non ha preso le precauzioni necessarie. Resta da vedere se questo giudizio comincia a intaccare la sua base e porta via qualche punto percentuale dai repubblicani. Per adesso quei governatori repubblicani che hanno seguito una linea «riduzionista» – per esempio rifiutandosi di imporre l’uso delle maschere o le restrizioni di attività economiche, non stanno cambiando linea. 

All’interno della campagna repubblicana si ricorda che quattro anni fa, il 7 ottobre uscì il famoso video di Access Hollywwood in cui Trump si vantava di afferrare le donne dalle parti intime, e i media progressisti si affrettarono a darlo per spacciato. La sceneggiatura che Trump sta seguendo è chiara. Pronta guarigione, trionfo personale sulla malattia, ritorno alla campagna elettorale con un messaggio forte: dal Coronavirus si guarisce, avevo ragione quando sdrammatizzavo, non volevo alimentare il panico, capivo che il pericolo maggiore è una reazione eccessiva, una paralisi economica. È tornato a usare lo slogan «ChinaVirus», cavalca il tema delle colpe di Pechino: rieleggetemi e gliela faremo pagare.

Il finale resta da scrivere ma la confusione dei primi giorni lascia tracce. La salute del presidente degli Stati Uniti non è solo questione da campagna elettorale. Riguarda la sua capacità di decidere in caso di emergenza, la solidità della catena di comando per la sicurezza nazionale. Alleati e nemici seguono la situazione. I mercati finanziari reagiscono. L’idea che tutto sia gestito secondo calcoli elettorali, o vanità personali, getta un’ombra ulteriore sulla credibilità e la trasparenza del governo degli Stati Uniti. E contribuisce a ogni sorta di dietrologie, teorie del complotto, in un’America dove qualcuno sospetta che la malattia del presidente sia una sceneggiata. Altro segnale negativo dai sondaggi: sembra che l’eccessiva aggressività nel duello tv abbia danneggiato il presidente, anche in alcuni Stati chiave come la Pennsylvania. 

La buona notizia per tutti quanti, è che nell’ottobre 2020 a quattro settimane dal voto è ancora possibile assistere in America a un dibattito civile, senza urli, senza insulti sguaiati. Così è stato il duello in tv tra i «numeri due», il vicepresidente Mike Pence e la candidata vice Kamala Harris. Gli americani hanno avuto la sensazione di essere ritornati per un’ora e mezza a una specie di precaria normalità, un classico scontro destra-sinistra, perfino prevedibile nei temi e negli argomenti. In fondo, con qualche differenza non banale – il Coronavirus – quel duello poteva svolgersi vent’anni fa: sulle tasse, sull’ambiente, sull’aborto. George W. Bush e Al Gore nell’autunno del 2000 si opponevano secondo le stesse linee di demarcazione di Mike Pence e Kamala Harris. Un pensiero, solo in parte consolatorio, deve aver attraversato per un attimo la mente di qualche elettore democratico: se il Covid avesse trionfato su Trump, un presidente Pence nella versione vista durante il dibattito sarebbe meno inquietante, le sorti della democrazia forse non sembrerebbero in bilico.

Pence è stato efficace nel chiamare a raccolta la base conservatrice, agitando più volte il tema della sinistra che aumenta le tasse su tutti, e così facendo uccide la ripresa sul nascere. Ha legato strettamente la nomina alla Corte suprema ai temi del movimento pro-life, il diritto alla vita, le campagne anti-abortiste, ben sapendo che la base religiosa è lo zoccolo duro dei repubblicani. Ha accusato Biden di essere stato succube della Cina ai tempi dei grandi accordi commerciali di liberalizzazione, quando ebbe inizio l’emorragia di fabbriche dagli Stati Uniti. Ha difeso le forze dell’ordine dall’accusa generalizzata di razzismo, ha rilanciato il tema Law and Order. 

In tempi normali, il verdetto di un pareggio sarebbe il più ragionevole. Ma non siamo in tempi normali e l’emergenza fa pendere la bilancia del duello leggermente in favore di Kamala Harris. «Una mortalità doppia rispetto al vicino Canada»: il suo attacco alla gestione del Coronavirus ha fatto centro. E poi c’è la crisi economica, il disastro della disoccupazione di massa cancella la performance dei primi tre anni e mezzo di trumpismo. Negli attacchi all’avversario, il momento più felice di Kamala forse è stato quando ha abilmente rivoltato la domanda della moderatrice sulla trasparenza sanitaria di Trump, allargandosi alla sua trasparenza fiscale. «Quando ho letto che ha pagato 750 dollari di tasse, credevo di aver capito male, pensavo 750mila».

Da parte sua Pence è stato abile nel ricordare che quando Trump chiuse le frontiere ai viaggiatori cinesi per fermare il contagio, Biden lo accusò di «xenofobia isterica». 

La centralità del Coronavirus nel dibattito ha consentito alla Harris di allargare i suoi attacchi a un tema collegato: il destino della riforma sanitaria di Barack Obama. Appena una settimana dopo le elezioni, quella riforma rischia di essere bocciata dalla Corte suprema che esaminerà un ricorso dei repubblicani. L’impatto più immediato sarebbe la fine dell’obbligo per le compagnie assicurative di accettare pazienti con «malattie pre-esistenti». Si tornerebbe al passato, quando le patologie pregresse erano un motivo per negare la copertura assicurativa. Pence ha evitato la questione. Tutti e due i vice sono stati evasivi su un’altra domanda collegata alla pandemia: se abbiano affrontato rispettivamente con Trump e Biden lo scenario di una successione in caso di malattia grave che incapaciti il presidente eletto. Con due candidati ultrasettantenni e il virus in circolazione, la domanda era pertinente.

L’economia americana vacilla di nuovo sull’orlo sul baratro, lo dice il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell. Il banchiere centrale lancia l’allarme: serve subito una nuova manovra di spesa pubblica, per aiutare famiglie e imprese che non ce la fanno più. Ma la campagna elettorale paralizza l’operazione, che sarebbe la quinta manovra anti-crisi dall’inizio della pandemia. Occorre un accordo fra i repubblicani, che controllano la Casa Bianca e il Senato, e i democratici che sono maggioritari alla Camera. Un gioco al massacro si svolge sulla pelle dei disoccupati, che hanno ricevuto le ultime indennità a fine luglio e poi basta. Trump ha creato il gelo annunciando la rottura di ogni trattativa. Poi, facendo dietrofront, ha dato ordine al suo segretario al Tesoro di riprendere le trattative con la presidente della Camera, Nancy Pelosi. La quale ribatte mettendo in dubbio la sua «salute mentale». E aggiunge: «Gli interessa solo fare arrivare assegni col suo nome scritto sopra». 

Nella nuova tornata di trattative due sono le priorità, per il presidente. Primo, dare un’altra boccata di ossigeno alle compagnie aeree, due delle quali (American Airlines e United) hanno già annunciato 32.000 licenziamenti. Secondo, spedire una nuova tranche di assegni ai disoccupati, 600 dollari a testa come avvenne nel primo semestre di pandemia. «Mandatemi una legge sugli assegni di sostegno ($1.200 a nucleo familiare) e verranno spediti al nostro grande popolo IMMEDIATAMENTE. Muovetevi, sto aspettando di firmare», ha twittato Trump.

I democratici accusano Trump di fare calcoli elettoralistici speculando sul destino dei disoccupati, in una fase in cui la ripresa sta rallentando e molti licenziamenti temporanei stanno diventando definitivi. Nessuno è del tutto innocente, però. I democratici rifiutano di trattare separatamente le singole tranche di aiuti, perché questo li priva di una leva negoziale per far passare quello che per loro conta di più: gli aiuti agli Stati. La finanza locale è in una situazione drammatica, per il crollo delle entrate fiscali. Stati e municipalità non hanno la facoltà di indebitarsi facilmente come il Tesoro federale. Le crisi finanziarie più gravi colpiscono grandi Stati e metropoli, dalla California a New York, che sono serbatoi di voti democratici. La Camera, controllata dalla sinistra, aveva approvato una manovra da 2.200 miliardi di dollari la scorsa settimana, con al suo interno sostanziosi trasferimenti alla finanza locale, Stati e città.

Nel nuovo approccio che abbraccia Trump quest’ultima voce viene completamente tagliata fuori. Pur di non dargliela vinta, anche i democratici sono disposti a bloccare gli aiuti ai disoccupati. Tutti fanno dei calcoli elettorali. Trump è convinto che l’arrivo di nuove tranche di aiuti alle famiglie sarebbe percepito come un merito suo e quindi potrebbe spostare consensi a suo favore. I democratici concordano e quindi preferiscono aspettare dopo le elezioni, promettendo una manovra di aiuti più consistenti se conquistano una maggioranza nei due rami del Congresso. 

Tutto è complicato anche per il poco tempo a disposizione, e la decisione di occupare il calendario dei lavori al Senato con la conferma della nuova nomina alla Corte suprema. Intanto le richieste settimanali d’indennità di disoccupazione (a quota 840.000) hanno superato ogni recessione precedente, da quando esiste questa rilevazione (cioè dagli anni Sessanta). Il 43% degli economisti americani interrogati per un’indagine del «Wall Street Journa»l prevedono che i posti di lavoro perduti in questa crisi non saranno recuperati prima del 2023.