Covid e Brexit, la doppia minaccia

Gran Bretagna Il premier inglese Johnson confrontato con un compito arduo che incombe sul Regno Unito
/ 28.09.2020
di Cristina Marconi

Boris Johnson non ha l’aria di sapere quello che sta facendo. Al contrario: l’inquilino di Downing Street non è mai apparso così fragile e vulnerabile come in questi giorni in cui, per la prima volta in meno di un anno, dal partito conservatore e dalla stampa un tempo amica si stanno sollevando tante voci contrarie e critiche rispetto alla linea del premier. La più decisa è stata quella di Theresa May, che ha definito «spregiudicata e irresponsabile» l’azione di chi, attraverso il disegno di legge sul mercato interno, sta cercando di venir meno agli obblighi sottoscritti l’anno scorso nell’accordo sulla Brexit, quello con cui Boris Johnson ha vinto le elezioni.

«È una violazione della legge internazionale», ha dichiarato la May, suggerendo che forse «il governo non aveva capito cosa andava firmando con l’accordo di recesso». Addirittura l’avvocatessa superstar Amal Clooney si è dimessa dal suo ruolo di inviato britannico per la libertà di stampa per via di un disegno di legge definito «deplorevole». In materia di Coronavirus, la cosa non va meglio: la comunicazione è stata contraddittoria e caotica, i contagi hanno superato i 6mila al giorno e il premier non ha saputo fare altro che suggerire che la colpa sia dei suoi concittadini, definendoli «amanti della libertà», come se gli altri fossero abituati alle dittature, e quindi poco inclini a seguire le regole.

Boris è stato eletto con un compito preciso, ossia quello di far passare quell’enorme mal di testa della Brexit, con le sue fastidiose complessità e i dissapori con cui da cinque anni ha infestato la società britannica, e di ridurlo a qualcosa di comprensibile e facile da chiudere. Il suo piglio giocherellone, invece di preoccupare, era considerato un vantaggio. Solo che l’ottimismo del premier è si è incagliato nella sua stessa strategia, invero inaugurata dalla retorica vacua e efficace di Nigel Farage secondo cui l’unica Brexit pura è quella netta e, di fatto, suicida.

Di semplificazione in semplificazione, Johnson non si è accorto che stava facendo il passo più lungo della gamba e che, con il decreto legge sul mercato interno contenente alcune misure in contrasto con quanto stabilito nell’accordo di recesso siglato alla fine del 2019 con l’Unione europea, non solo stava facendo infuriare Bruxelles ma stava mettendo a disagio anche una parte dei Tories. Va bene la lotta contro il leviatano europeo, ma la parola data è qualcosa di sacro per un britannico e soprattutto, almeno idealmente, per un conservatore. Col risultato che il disegno di legge è stato discretamente messo da parte per qualche settimana per lasciare lo spazio ai negoziati con Michel Barnier di raggiungere un eventuale, seppur magro, risultato.

Il governo non sembra sempre condividere la sacralità della parola data: a ogni messaggio sul Covid è seguita una smentita, un dubbio, un tentennamento. Come quello sul sistema di «test, track and trace», ossia di tracciamento dei casi, che doveva essere «il migliore del mondo» e portare il Regno Unito in salvo e che invece, secondo quanto dichiarato da Johnson la settimana scorsa, in fondo «ha poco o nulla a che fare con la diffusione o la trasmissione della malattia». Nel corso dell’estate, nel paese ha prevalso la spensieratezza tra i cittadini, che non hanno esercitato molta cautela, né tanto meno sono stati esortati a farlo. E nella prima metà di settembre i politici hanno fatto di tutto per incoraggiare la gente a tornare in ufficio e a consumare caffè e panini delle grandi catene di ristorazione veloce, a uscire la sera e a spendere nei ristoranti anche grazie ai bonus governativi. Salvo poi, davanti a un’avanzata dei contagi più che preoccupante, tornare rapidamente a chiedere di lavorare da casa e chiudere i pub e i ristoranti alle 10 come unica, insufficiente misura per bloccare il Covid.

Questa pandemia sta mettendo a dura prova tutti i leader del mondo, ma Boris è riuscito a inanellare più errori di quanto il paese sembra pronto a tollerare, soprattutto in mancanza di aspetti positivi in grado di compensare. Fisicamente appare provato dal coronavirus contratto a fine marzo e persone a lui vicine ammettono che ha «giorni buoni e giorni cattivi». Ad ogni modo ha perso il suo smalto e anche i giornali amici, come lo «Spectator» di cui è stato direttore, si chiedono «Dov’è Boris».

Il «Times» di Rupert Murdoch ha pubblicato un articolo in cui lo si descrive depresso, deluso dal lavoro che aveva sognato per una vita, preoccupato per il ridimensionamento della sua situazione economica e dalla necessità di provvedere a sei figli, incapace con sole 150mila sterline all’anno (molto meno di quanto guadagnasse da deputato, editorialista e conferenziere) di poter assumere una tata per il piccolo Wilfred e anche un po’ in affanno dietro alle esigenze di una compagna giovane e poco rassicurante come Carrie Symonds. Tutto è stato smentito, ma l’articolo ha aggiunto un tassello a un puzzle che vede Boris particolarmente fuori forma, sia in Parlamento che a casa.  

A rendere la situazione più incandescente c’è il fatto che, per la prima volta dal 2014, i Tories hanno un’opposizione degna di questo nome. Sir Keir Starmer, figlio della working class che si è guadagnato il titolo per i servizi resi come procuratore capo, dopo una brillante carriera da avvocato difensore dei diritti umani, ha lanciato un attacco frontale al premier durante la conferenza dei laburisti e, dopo mesi di silenzio, ha cominciato a far sentire la pressione di un avversario competente, presentabile, moderato, che una maggioranza di britannici vedrebbero bene a Downing Street e che nei sondaggi ha portato il partito quasi allo stesso livello dei Tories, 37% contro 40%. Inoltre secondo Ipsos Mori da un punto di vista personale la gara è già vinta: il 44% pensa che Starmer sia un «leader capace», contro il 37% a favore di Boris.

L’atteggiamento generale, anche tra i conservatori, è quello di lasciare che Boris Johnson porti a casa la sua missione, ossia la Brexit, un capitolo su cui nessuno vuole tornare e che anche Starmer ha accettato come inevitabile e anzi, a questo punto, auspicabile. Per questo motivo tutti sanno che la coppia Johnson-Dominic Cummings, a cui nessuno ha perdonato di aver violato le regole del lockdown ai tempi in cui tutto il paese era a casa, deve rimanere intoccabile per un po’. Ma con l’economia in crisi, il cancelliere dello Scacchiere Rishi Sunak che si sta mettendo in luce positivamente con la sua gestione della situazione e il bisogno di affidarsi a mani più salde per una crisi come il Covid di cui non si vede la fine, la posizione di Boris è più fragile del previsto.

Anche il suo discorso alla nazione per annunciare le nuove misure restrittive – che non corrispondono certo a un lockdown e sono in realtà molto blande – è riuscito a sembrare sia insufficiente che illiberale. C’è chi ci ha visto un’interferenza eccessiva nella vita delle persone e chi invece ha pensato solo che andranno riviste presto. Addirittura la leader scozzese Nicola Sturgeon ha preferito seguire i suoi consulenti scientifici e proibire le visite in case di altre persone, mentre gli stessi advisor di Downing Street osservavano che bisognerà fare presto ben altro.  

Lasciando l’ex potentissimo Boris a fare la figura del re travicello che imita i toni del suo eroe Churchill senza averne i contenuti né la capacità decisionale né, tantomeno, il seguito.