Così ricco, così povero

Venezuela – I dati recenti resi noti dal Fondo monetario internazionale mostrano che negli ultimi sei anni è evaporato nel nulla il 65% della ricchezza di un Paese completamente in mano ai militari
/ 10.02.2020
di Angela Nocioni

Una ricchezza immensa, una delle più grandi d’America, si è volatizzata negli ultimi sei anni. Sono spaventosi i dati sul Venezuela diffusi dal Fondo monetario internazionale, attendibili perché sostenuti da analisi reali e dettagliate dell’economia del Paese. Un dato li riassume tutti: negli ultimi sei anni in Venezuela è evaporato nel nulla il 65% della ricchezza. Una cifra enorme in termini assoluti.

Si tratta del Paese con le riserve di petrolio e di gas più ricche del mondo se si considera anche i giacimenti di petrolio sporco, o petrolio pesante, più costoso da utilizzare, ma utilizzato da molto tempo, per accaparrarsi il diritto di estrarre, per il quale, infatti, le grandi multinazionali del greggio hanno sempre fatto la fila, acconciandosi a sopportare di buon grado ore e ore di retorica di governo sulla Patria socialista, pur di riuscire a sedersi a trattare i contratti sulle royalties nei campi petroliferi durante la presidenza di Hugo Chavez, morto nel marzo del 2013.

Per avere un’idea delle proporzioni della tragedia in corso, proviamo a confrontare la crisi venezuelana con quella greca considerando quanto ha perso Atene dal 2008 al 2013.

In Grecia, economia europea ma piccola, senza materie prime, in un Paese che non galleggia su un mare di oro nero a differenza del Venezuela, si perse in quei sei anni un quarto del prodotto interno lordo. In Venezuela dal 2014 al 2019 sono andati bruciati addirittura i due terzi della ricchezza. Di una ricchezza enormemente superiore. Non ci sono precedenti di una perdita simile in un Paese non in guerra.

Un dettaglio di solito trascurato, ma fondamentale per avere un’idea dell’immensità del disastro, riguarda la ricchezza del sottosuolo venezuelano al di là del petrolio e del gas. È una anomalia planetaria, il sottosuolo venezuelano. La sua disponibilità di minerali preziosi non ha paragoni possibili nel resto del pianeta. Nemmeno l’Amazzonia brasiliana è così ricca. In una fascia molto ampia del Venezuela sud orientale, il famoso Arco dell’Orinoco, c’è sottoterra una quantità e una varietà di materie preziose impossibili da trovare altrove. Minerali di ogni tipo. Basta scavare. Lì bivaccano attualmente vari gruppi criminali, molti dei quali legati a bande interne delle Forze armate venezuelane, che gestiscono il contrabbando del materiale estratto dalle miniere clandestine. Oro soprattutto.

Nel frattempo l’esodo dei venezuelani – per fame o per totale assenza di prospettive – continua. Sono talmente tanti i venezuelani emigrati in Colombia che il loro apporto sta cambiando la geografia economica di alcune aree colombiane. A Buenos Aires si sente parlare sempre più spesso il castigliano d’America con la cadenza cantata tipica venezuelana. Ci sono alcuni quartieri di Città del Messico Distretto federale, la Condesa e Polanco innanzitutto, dove l’arrivo massiccio di borghesi venezuelani in fuga ha generato un nuovo mercato.

E i più poveri tra i poveri a Caracas? Quelli che non possono nemmeno scappare? O quelli che economicamente potrebbero anche permettersi di emigrare, ma per le variabili individuali di cui è fatta la vita concreta delle persone in carne ed ossa decidono per diverse ragioni di non farlo?

Vivono alla giornata in un ambiente surreale, investono giornate intere alla ricerca di prodotti scomparsi dai supermercati. Fanno carte false per procurarsi dollari. E se si ammalano, sono spacciati. Perché in Venezuela spesso non si trovano gli antibiotici. Gli ospedali sono senza garze, senza siringhe, hanno black out continui con conseguenze immaginabili sulle urgenze.

Non è possibile vivere pagando in moneta nazionale in Venezuela. I beni anche di prima necessità si possono comprare solo al mercato nero, dove la divisa di riferimento sono sempre e solo i dollari.

Le retate della polizia speciale in quei quartieri popolari dove ci sono state sommosse, la gente che sparisce, i piani anti-insurrezione affidati all’intelligence cubana sono davvero in corso.

Il capitale privato è fuggito da tempo oltre confine. Sono svanite le riserve di valuta, ma non è vero che sono finite perché è crollato il prezzo del petrolio. Il Venezuela ha finito le sue riserve prima, molto prima, che crollasse il prezzo del petrolio. Perché i soldi sono stati rubati tutti e portati all’estero.

Il Venezuela è completamente in mano ai militari. Loro controllano quel che rimane dell’apparato produttivo, a cominciare dall’industria pubblica del petrolio, Pdvsa. Loro si occupano della distribuzione di quel che resta dei prodotti di consumo. Sono quasi tutti occupati da militari i posti di comando politico, compresi i vertici dei governi degli Stati più importanti.

La casta militare ha vuotato le casse statali, ipotecato le future estrazioni di petrolio per garantirsi iniezioni di denaro fresco dalla Cina.

Tutto ciò che produce entrate in dollari in Venezuela è in mano a generali. Una delle maggiori fonti di profitti illeciti sta nel sovrapprezzo che molti di loro incassano gestendo in totale opacità gli approvvigionamenti statali. Fanno pagare il doppio o il triplo del reale prezzo e si intascano la differenza.

Il potere di comandare sull’esercito è ancora in mano al governo chavista. In realtà sono alcuni alti gradi delle forze armate che hanno il potere di governare il governo, nel senso che tengono in ostaggio il presidente Nicolas Maduro, solo virtualmente loro capo. Il clima di propaganda interna e il disinteresse verso le reazioni internazionali sono tali che lo scorso 4 febbraio il regime non ha avuto esitazioni a far bloccare a Panama, da personale della Copa airlines, l’aerolinea panamense, l’intera delegazione della Commissione interamericana dei diritti umani che sarebbe dovuta arrivare a Caracas per una visita a ospedali e carceri. «Non entrate in aereo perché non siete autorizzati dal governo venezuelano a metter piede a Caracas» è stato detto loro.

La manovra politica e diplomatica che l’anno scorso ha portato con un colpo di teatro sulla ribalta internazionale il giovane oppositore Juan Guaidó, autoproclamatosi in piazza presidente ad interim contro Maduro, è riuscita solo in parte. Il regime ha saputo intelligentemente resistere, ha saputo sfruttare tutte le rivalità interne e le incapacità strutturali dell’opposizione venezuelana. E Maduro non è caduto. È ancora lì. Mentre ogni giorno che passa indebolisce la posizione di Guaidò che appare sempre di più come quello che, fin dall’inizio, è sempre stato: una pedina dei falchi repubblicani statunitensi di stanza a Miami che tentano di disarcionare Maduro, e con lui il regime cubano che lo guida, senza peraltro riuscirci.

Nel litigio tra le varie anime dell’opposizione venezuelana che dura da vent’anni, una parte, quella che ha costruito il personaggio di Juan Guaidó e l’ha portato in strada il 23 gennaio a giurare fedeltà alla Costituzione con la mano su cuore, ha vinto sulle altre, contrarie alla autoproclamazione.

Con quella mossa a sorpresa questo gruppo dell’opposizione, che fa capo a Leopoldo López, capo dell’antichavismo radicale, ha spiazzato la concorrenza. Questa fazione dell’opposizione, che è quella più a destra, s’è data da fare negli ultimi mesi. Ha saputo approfittare del cambiamento di clima politico in America latina e dell’esistenza dell’amministrazione Trump. Ha messo a frutto i rapporti che ha sempre avuto con i repubblicani della Florida e con il mondo politico che ruota attorno all’ex presidente colombiano Uribe.

Gli abitanti delle baraccopoli che dominano Caracas dalle pendici delle montagne tutt’intorno, protagonisti insieme ai bassi gradi dell’esercito di tutte le insurrezioni di cui è fitta la storia del Venezuela, sono in gran parte diffidenti di quest’opposizione perché ne temono le radici politiche. Sospettano sia nelle mani di quelli che gli hanno sempre fatto sparare addosso.